Christine. Cristina – Stefania Sandrelli (2009)

A volte è incredibile la capacità della critica cinematografica di fare a pezzi un film ancora prima che venga proiettato.
Specialmente se si tratta di un film cosiddetto “di nicchia”, non destinato alla grande distribuzione: pochissimi i cinema italiani che l’hanno trasmesso (io per vederlo ho dovuto andare fino a Torino!), nonostante sia stato presentato al Festival del Cinema di Roma; e quando, finalmente, hanno deciso di trasmetterlo in televisione, su Rai1, lo hanno piazzato alle due di notte!
Tanto più, poi, se è l’opera prima di una celebrità del cinema e dalla televisione passata dall’altra parte della telecamera: Stefania Sandrelli, affiancata comunque dal regista e sceneggiatore, e compagno di una vita, Giovanni Soldati (il quale tra l’altro inizio la sua carriera come aiuto regista di maestri del calibro di Bernardo Bertolucci).
Si tratta del film Christine. Cristina (2009), liberamente tratto dalla storia di Christine de Pizan (o Cristina da Pizzano), scrittrice e poetessa francese di origine italiana che, a cavallo tra il XIV e il XV secolo, divenne un vero e proprio fenomeno letterario, arrivando addirittura ad attaccare gli intellettuali dell’onnipotente Università di Parigi criticando la misoginia del loro testo di riferimento, il Roman de la Rose di Jean de Meung. La sua opera più famosa resta comunque la Città delle Dame, ovvero il mondo visto dalle donne.

Il film è basato sulla biografia che a Christine dedicò la grande storica francese Régine Pernoud: ottimo punto di partenza, a mio parere (io lo avevo già letto qualche anno prima che uscisse il film), perché la Pernoud, come sempre, sa rendere il saggio storico sulla vita di Christine appassionante come un romanzo, senza per questo rinunciare alla precisione storica. E, soprattutto, a saper guardare le cose dall’angolazione giusta collocandole nel contesto, come quando mette in evidenza la trasformazione in atto in quel periodo, con l’indebolirsi della mentalità cavalleresca a vantaggio di quella borghese, e alla conseguente progressiva “scomparsa” della donna da ogni ambito: se, due secoli prima, il re di Francia Luigi IX poteva avere ancora una donna come medico personale, o una donna come Matilde d’Artois poteva ancora essere ammessa tra i Pari di Francia, l’Università e la sua venerazione per l’antichità e il diritto romano la stanno pian piano relegando tra le quattro mura della sua casa.
Tranne poche eccezioni, le recensioni del film sui giornali sono state spietate: si è parlato di “occasione sprecata”, di “stile da sceneggiato televisivo”, di “conformismo”. Io, come spettatrice, posso dire che il suo unico difetto è quello di non essere un capolavoro, e la Sandrelli è la prima a saperlo: «Non sono i Fratelli Taviani,» ha replicato scherzosamente alle critiche.
Per il resto, è un film ben fatto, breve, scorrevole, piacevole, senza grandi pretese, con lo stile (perché no?) di un buon sceneggiato televisivo. A parte qualche licenza poetica come l’esagerazione delle difficoltà economiche in cui Christine e i suoi figli si ritrovarono dopo la morte del marito di lei (presentati come ridotti a vivere per un periodo in una chiatta abbandonata), il film è abbastanza fedele al saggio della Pernoud, accompagnato da un tono romantico, leggero e sognante da diario segreto. Indovinati gli interpreti: Christine è impersonata da una Amanda Sandrelli molto femminile, capace di conciliare il carattere di un’anticonformista con la forza e la dolcezza di una madre attenta e premurosa, che sa trovare per i suoi due figli un sorriso e una rima anche nelle situazioni più disperate; bravo anche Alessio Boni nel ruolo del teologo Jean Gerson, amico del cuore di Christine per tutta la vita, con la sua recitazione ispirata e tormentata; un tocco di brio è dato dal personaggio di Charleton, interpretato da uno scanzonatissimo Alessandro Haber, “strimpellatore” armato di liuto e di fiasco di vino, il classico orco dal cuore d’oro.
La nota romantica è rappresentata dalla dolce amicizia tra Christine e Jean Gerson, in perenne bilico tra stima e infatuazione, fatto di sguardi carichi di tensione, di mani che si sfiorano esitanti, di “affinità elettive” poetiche e filosofiche; finché, nel momento dell’addio, dopo aver sentito accordi di liuto e tamburi per quasi tutto il film, la canzone di Sting Come again e l’abbraccio di Christine e di Jean ormai sacerdote sancisce il suggello della loro amicizia e insieme la fine di un amore impossibile.
Molto “femminile” anche la fotografia, intima e delicata, che copre abbastanza bene la povertà dei mezzi che la produzione ha avuto a disposizione. Per le riprese è stato infatti riutilizzato un set in stile “romanico” che, insieme ai costumi di Nanà Cecchi, dipingono una Francia poco francese e molto italiana, sobria ed essenziale, lontana dalla bizzarria tardogotica tanto di moda nella Parigi del primo Quattrocento.
Non che il film non abbia i suoi difetti: primo fra tutti quello di aver presentato Christine come una mezza sconfitta, vincitrice morale di una tanto desiderata eppure mancata disputa con i maestri dell’Università; invece quella disputa ci fu eccome, e andò avanti per tre anni a furia di lettere e scritti, poi raccolti nel Le Débat sur le Roman de la Rose; una disputa che portò a Christine una grande notorietà e le permise perfino di entrare nella cerchia della regina di Francia, Isabella di Baviera. Poi c’è la questione della decisione della figlia di Christine, Marie, di farsi monaca nel convento di Poissy; nel film viene presentata come una fuga dal mondo che Christine avrebbe cercato di impedire in tutti i modi, mentre il suo Ditié de Poissy, scritto in occasione di una visita alla figlia, trasuda pace e serenità. È un vero peccato, infine, che al personaggio di Jean Gerson non sia stato dato il rilievo che meritava: Jean Gerson non fu solo l’amico del cuore di Christine, e il suo più grande alleato nella battaglia contro i dottori dell’Università di Parigi (di cui egli pure era cancelliere), ma uno dei più grandi spiriti del suo tempo, intellettuale di prima grandezza e insieme tra i pionieri della devozione moderna, di un nuovo modo di rapportarsi con Dio; un modo non pesante di mettere in rilievo tutto questo avrebbe potuto essere la vocazione dell’adolescente Marie, forse maturata proprio grazie alla frequentazione con Jean Gerson (chissà se non l’abbia avuto perfino come confessore o come direttore spirituale).
Insomma, forse non sarà un capolavoro, ma vale la pena vederlo.
Soprattutto perché, come ha detto la Sandrelli stessa, questo è un film femminile e non femminista; e credo che nessun critico gliel’abbia perdonato. Forse avrebbero voluto una Christine più simile alla Ipazia di Agorà di Amenábar o alla Giovanna di La Papessa di Wortmann? Una proto-femminista in perenne lotta contro tutti i maschi del suo tempo, con particolare riferimento alla Chiesa? Ma il punto è proprio questo, secondo me: personalmente, comincio ad essere stufa di film e libri che presentano il rapporto tra i sessi come una guerra a tutti i costi. Ed è proprio questa una delle cose che ho più apprezzato nel film della Sandrelli: finalmente si tratta la vita di una donna senza che quest’ultima sia arrabbiata contro il mondo intero, e, soprattutto, senza mortificare la sua dimensione materna.
Christine de Pizan non era una femminista, nel senso contemporaneo del termine: non combatteva i maschi in generale, anzi, alcuni intellettuali del suo tempo, con nome e cognome, che cercavano lo scontro tra i sessi per la vittoria del sesso maschile; e men che meno avrebbe indicato nella Chiesa la causa di tutti i mali, proprio lei che non solo fu amica del teologo Jean Gerson, ma che seguì la figlia nel convento di Poissy e lì scrisse addirittura delle meditazioni spirituali, le Heures de contemplation sur la Passion de Notre-Seigneur.
Lei voleva invece l’incontro, l’unità tra uomo e donna.

Per saperne di più:
I costumi del film in mostra al Museo Civico di Bologna, dicembre 2009 – gennaio 2010;
Régine Pernoud, Storia di una scrittrice medievale. Cristina da Pizzano, Milano, Jaca Book, 2010.

 

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Christine. Cristina – Stefania Sandrelli (2009)

  1. wwayne ha detto:

    Anch’io ho recensito un film “di nicchia”: https://wwayne.wordpress.com/2015/01/30/inseguire-i-propri-sogni/. Che ne pensi?

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