Dal Medioevo a Charlie Brown – La “mortale” serietà delle maschere

di Alessandro Barbero

Festa in maschera - salterio di Luttrell, XIV secolo.

Festa in maschera – salterio di Luttrell, XIV secolo.

All’inizio del ‘400 Amedeo VIII di Savoia emanò un editto che proibiva ai suoi sudditi di mascherarsi. Risultava infatti al duca che in certi giorni di festa molti si travestivano da diavoli, e così mascherati e armati battevano città e campagne compiendo ogni sorta di malefatte e obbligando i contadini a regalare uova le galline. Cent’anni dopo il pronipote di Amedeo, Carlo II, rafforzò l’editto del bisnonno con pene severissime, minacciando ai contravventori una multa esemplare e addirittura la tortura per chi non potesse pagarla: fino a tre tratti di corda, a discrezione del giudice. Ma il duca aggiunse che tanta severità non doveva applicarsi agli scolari: fino all’età di quindici anni, i ragazzini che andavano a scuola potevano travestirsi, col permesso del maestro, purché ovviamente non portassero armi e non approfittassero della maschera per compiere prepotenze.
I bambini che in questi giorni di Carnevale affollano le strade, travestiti da moschettieri o damine del ‘7o0, sono gli ultimi beneficiari di quell’indulgenza; e rinnovano senza saperlo un rito antichissimo e controverso. Mascherarsi, per i nostri antenati, era una cosa mortalmente seria, e l’avverbio non è scelto a caso, come vedremo; non c’è affatto da stupirsi che i governi prendessero la faccenda così sul serio, moltiplicando le proibizioni e le gride, e che alla fine siano riusciti a rendere innocue le mascherate carnevalesche, riducendole a un gioco da bambini. Nell’Europa dei secoli andati, invece, i protagonisti del Carnevale non erano i bambini, ma i giovani: e già questo spiega perché la festa assumesse così facilmente connotazioni violente. A mascherarsi erano gli studenti, gli apprendisti, i garzoni: tutti maschi s’intende, nel pieno delle forze, carichi di voglie e di frustrazioni, ma al tempo stesso tendenzialmente gregari, bisognosi di stare in gruppo e di obbedire a un capo; non troppo diversi, alla fin fine, dai loro coetanei d’oggi.
Non c’era allora città o villaggio in cui i giovani, all’avvicinarsi delle festività invernali, non formassero una loro banda, o società, o badia, eleggendosi un capo, che chiamavano re o abate; e sono quegli stessi «re» o «abbà» che così spesso, ancor oggi, capeggiano i festeggiamenti carnevaleschi, là dove il folclore tradizionale non si è del tutto estinto. Le autorità li tenevano d’occhio, ma raramente arrivavano a proibire del tutto le loro combriccole, perché era pur sempre utile che quei giovanotti, facili a menar le mani o il coltello, fossero in qualche modo inquadrati o controllati. Quando poi c’era da organizzare pubbliche festività, di mettere in scena una sacra rappresentazione, o di armare in fretta una milizia per difendersi dai lanzichenecchi, era proprio a loro che ci si rivolgeva; sicché avevano quasi sempre il permesso di organizzarsi in forma paramilitare e di esercitarsi con la balestra o l’archibugio.
Com’è ovvio, l’indulgenza delle autorità aveva i suoi limiti; non si apprezzava che quei giovanotti, sotto l’impunità della maschera, disturbassero in casa loro i pacifici borghesi, né che aggredissero in branco qualche disgraziata ragazza sorpresa in una strada deserta. Se almeno si fosse potuto impedirgli di travestirsi; ma per l’appunto gli «abbà» e i loro seguaci ritenevano che in tempo di festa mascherarsi fosse un loro preciso diritto, e non c’era grida che riuscisse a scoraggiarli. Antropologi e storici sono d’accordo nel riconoscere che queste mascherate collettive erano in origine un’evocazione dei morti: i giovani, travestendosi in forme spaventose o animalesche, permettevano ai morti di ritornare, in certi momenti speciali, sulla Terra, e così impedivano loro di ritornare davvero, di propria iniziativa e in modo ben più distruttivo. Non per nulla nei documenti medievali le maschere sono chiamate comunemente «larvae», cioè fantasmi, e l’usanza di mascherarsi era praticata, oltreché a Carnevale, anche nella settimana d’Ognissanti: cioè appunto l’epoca in cui, secondo le antiche credenze, i morti tornano ad aggirarsi sulla Terra.
Ma non dobbiamo credere che quei giovani, quando uscivano in maschera a far bravate, mantenessero una qualche consapevolezza di questo significato ancestrale: molto probabilmente non sapevano affatto d’impersonare i morti, così come non lo immaginano i bambini d’oggi. Sopravvivenza d’un passato che non si capiva più, le mascherate di Carnevale e d’Ognissanti erano invece una straordinaria occasione per dare libero sfogo alla trasgressione, e anche per celebrare impunemente sanguinosi regolamenti di conti. Non sono pochi i casi in cui sotto la copertura delle maschere carnevalesche partiti e fazioni avverse si sgozzavano in piazza, trasformando il Martedì Grasso in un’orgia di sangue; Emmanuel Le Roy Ladurie ha studiato proprio un caso di questo genere in uno dei suoi libri più famosi, Il Carnevale di Romans.
Siamo ben lontani, come si vede, dall’atmosfera festosa e infantile che oggi associamo spontaneamente al Carnevale. Qualcuno avrà osservato che i rituali fin qui evocati richiamano semmai un’altra festa che noi italiani siamo abituati, a torto, a considerare estranea alla nostra cultura, quella di Halloween. Ed è proprio così: il progressivo fossilizzarsi di questi rituali ormai degradati a divertimenti infantili, ha fatto sì che in America l’uso del travestimento si sia conservato soprattutto a Ognissanti, e da noi, invece, a Carnevale, ma l’una e l’altra usanza nascono da una matrice comune, che paradossalmente si riconosce molto meglio nella versione americana. Quando Linus e Charlie Brown accendono la candela nella zucca, spaventosamente intagliata così da rassomigliare a un teschio, e si travestono da zombie o fantasmi per passare di casa in casa a estorcere regali, i loro gesti sono infinitamente più arcaici di quanto non sia ormai il nostro Carnevale, con i suoi mille piccoli Zorro. L’America, il Paese del futuro e della tecnologia, conserva nella notte di Halloween un avanzo di quello che era davvero il Carnevale nell’Europa dei nostri antenati.

da “La Stampa”, 10/02/1997.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Dal Medioevo a Charlie Brown – La “mortale” serietà delle maschere

  1. smARTraveller ha detto:

    Interessantissimo! Grazie per aver riproposto questo pezzo! ciao

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