“Se Adamo è stato fesso non è certo colpa di Eva”, ovvero “I Longobardi ve ne raccontano”… di tutti i colori!

La domina Teodenanda riceve i visitatori nell'ipogeo di San Pietro a Corte.

La domina Teodenanda riceve i visitatori nell’ipogeo di San Pietro a Corte.

Regola n. 1 del Living History: la rievocazione perfetta non esiste.
Anche quando credi di aver preparato tutto prevedendo il più piccolo particolare, arriva sempre quel quid che sembra fatto apposta per metterti i bastoni tra le ruote, o meglio per sfidarti a dimostrare come riesci a cavartela. L’importante è non farne una tragedia, e se ci scappa una risata è meglio.
Come per la passeggiata storica I Longobardi ti raccontano, che la Gens Langobardorum aveva programmato coraggiosamente per il pomeriggio del 25 gennaio, ben al di fuori della stagione rievocativa, e per giunta nei giorni notoriamente più freddi dell’anno, pur di far rivivere luoghi dimenticati dagli stessi Salernitani: il marphais Talarico avrebbe dovuto accompagnare i visitatori in un percorso attraverso le testimonianze più significative della Salerno longobarda, e ad ogni tappa avrebbero trovato un personaggio della corte del principe Arechi che avrebbe ridato nuova vita a quelle pietre stratificate nei secoli; ciliegina sulla torta, una vera degustazione longobarda con ricette tratte rigorosamente dai ricettari dell’epoca. Prevedendo tutti i problemi annessi e connessi, ci siamo mossi con largo anticipo con permessi e burocrazia, e con una campagna martellante, appiccicando manifesti dove capitava, intasando facebook e posta elettronica, rompendo le scatole ad amici e conoscenti, giornali e televisioni locali comprese: anzi, pur di essere lasciati in pace ci hanno concesso perfino un trafiletto sulla rivista Medioevo! Sarà la rievocazione meglio riuscita della nostra carriera dopo il Luglio Longobardo, ci siamo detti.
Senonché arrivano le seccature varie: intoppi, defezioni e voltafaccia dell’ultimo momento, rogne da dover rappezzare in fretta e furia, e, non ultimo, un bollettino meteo in grado di scoraggiare chiunque. Dopo una mattina di “pioggerella irlandese” in cui, bene o male, riusciamo a portare quanto di dovere a San Pietro a Corte e al Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana, al nostro arrivo pomeridiano, due ore e mezzo prima dell’inizio della manifestazione programmato per le 17:30, abbiamo avuto la sorpresa di trovare un cielo più o meno sgombro ma a prezzo di un vento a dir poco siberiano.
E mentre noialtri ci appropinquavamo “ai posti di combattimento”, il nostro povero Talarico s’avviava verso la Villa Comunale, armato fino ai denti e con la faccia di Vittorio Gassman nella scena dei “calci nel deretano” del film L’Armata Brancaleone, aspettandosi di trovar innanzi a lui il deserto, tanto più che i cancelli della suddetta Villa eran financo sbarrati. Ma… qual meraviglia! Ecco arrivare una nutrita schiera di pellegrini, chi dice trenta, chi dice quaranta, chi dice cinquanta, su questo le fonti storiche non sono concordi, ma la vera sorpresa è che non provengono solo da Salerno, ma da terre lontane come il Cilento, e addirittura Napoli! E, mentre i pellegrini si mettono umilmente al seguito del marphais attraverso Via Porta Catena, ammirano la sua temerarietà nel sopportare il freddo senz’altra protezione se non la cotta di maglia (che non riscalda!!) e un mantello di lana; finché una signora dal cappotto blu gli dice, con l’apprensione di una nonna «Mettiti l’elmo, che fa freddo!»

Il coraggioso marphais Talarico con la cotta di maglia "antifreddo".

Il coraggioso marphais Talarico con la cotta di maglia “antifreddo”.

Prima tappa: Santa Maria de Lama. A far da sentinella, c’è nientedimeno che la principessa Adelperga che, incurante del suo rango, si aggira per i vicoli alla ricerca del marphais; fa appena in tempo a scorgerlo che si precipita verso la chiesa urlando come una pazza «Arrivaaaaaaaaa!!!»
È l’ornatrix Ermetruda a ricevere i pellegrini, chiedendo udienza alla domina Gemma, impegnata nelle sue orazioni quotidiane all’interno. Ermetruda socchiude la porta e sussurra: «Domina, ci sono visitatori che vi chiedono convegno»! Ci sarà qualche spasimante della domina tra i pellegrini? Fatto sta che, appena entrano nella chiesa per la visita guidata, trovano Gemma ancora in ginocchio, immagine perfetta di Santa Trofimena in estasi, tanto che una voce si alza incredula: «Uè, ma sta prianno overamente?»

La domina Gemma nella chiesa di S. Maria de Lama (IX sec.)

La domina Gemma nella chiesa di S. Maria de Lama (XI sec.)

Nel frattempo, ecco la badessa Madre Agata inoltrarsi tra i vicoli, diretta al monastero di San Giorgio, elegantemente avvolta nei suoi veli e con il pastorale in mano, seguita dagli sguardi increduli dei passanti, lacerati dal dilemma se colei che balena loro innanzi sia una vera monaca o no.
Arrivata a destinazione, per tiro mancino de lo dimonio, la Reverenda Madre trova sbarrata la porta della chiesa; e le sue mani disperate la spingono, picchiano, nella segreta speranza che qualcuno apra, sia pure un angelo. E nessuno dei bottegai o dei viandanti lì intorno osa rivolgerle la parola, convinti di trovarsi di fronte a una pazza o, peggio, al fantasma di una monaca del passato tornata dal regno dei morti per vendicarsi di chissà che cosa!
Finché, non sapendo cos’altro fare, visto il vento gelido, Madre Agata entra in quello che un tempo era l’atrio del monastero: la cosa più naturale del mondo, se non fosse il suo monastero è divenuto la caserma dei carabinieri.
Ed ecco che il povero portinaio, da dietro il vetro, vede comparirsi davanti questa figura maestosa vestita di nero, con tanto di pastorale, la quale gli domanda: «Scusi, sa dirmi niente del convento?» Ma chi è, una Madre Superiora o qualcosa del genere? Tanta è la soggezione che il meschino non osa nemmeno guardarla in faccia, cerca di balbettare qualcosa; no, non sa nulla, ma l’illustrissima può anche aspettare dentro, fuori fa un freddo cane, può offrirle una tazza di caffè?
Perfino quando Madre Agata rivela di non essere altri che una rievocatrice impegnata in una manifestazione, malgrado un «l’avevo capito» non si sa quanto convinto, la Reverenda Madre continua ad essere l’illustre ospite della serata. Sarà perché una badessa, anche se venuta dall’VIII secolo, è fatta apposta per suscitare reverenza: perfino i nostri pellegrini, nel momento in cui Madre Agata è uscita solennemente e li ha accolti “benedicendoli” con il pastorale, alcuni hanno perfino chinato la testa per ricevere la benedizione In Nomine Patris et Filii et Spiritu Sancti!

La badessa di San Giorgio madre Agata riceve i pellegrini all'ingresso della sua chiesa.

La badessa di San Giorgio madre Agata riceve i pellegrini all’ingresso della sua chiesa.

A proposito di reverenza, dopo la sosta con la sottoscritta maestra Sibilia al Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana in cui i pellegrini, dopo l’anima, hanno curato anche il corpo (e son quasi saltati fino al soffitto dalla paura alle grida del paziente nascosto dietro le quinte), è il momento della tappa a San Pietro a Corte, il Palazzo del Principe Arechi.
È la domina Teodenanda a riceverli nell’ipogeo, per poi condurli alla presenza del princeps, in cima alla scalinata di accesso alla Cappella Palatina. Ed eccolo, il “costruttore e signore il cattolico principe Arechi, bello di corpo ma più di animo, insigne nelle qualità morali e nelle armi”, assiso sul suo trono di oro, con la sua sposa Adelperga da una parte e Madre Agata dall’altra. Non manca nemmeno la “guardia del corpo”: un cagnoletto nero appollaiato su uno dei gradini come una sfinge. Si potrebbe immaginare una visione più maestosa? E infatti ci manca poco che i pellegrini non svengano, abbagliati da tanto splendore, non osano muoversi, né spiccicare parola; fino a che il princeps alza la mano e scandisce solennemente: «Venite!» Essi capiscono che evidentemente il grande Arechi non ha intenzione di tagliare la testa ad alcuno e ascendono verso l’aula palatina. L’unico che, fedele al suo ruolo, non si muove di un dito è la guardia a quattro zampe, nonostante le ripetute esortazioni della principessa: un compito è un compito, e non si trasgredisce a costo della morte!

Il princeps e la sua corte... compresa la guardia del corpo a quattro zampe.

Il princeps e la sua corte… compresa la guardia del corpo a quattro zampe.

Finché la cosa riguarda un cagnoletto un po’ testardo nessun problema, sono affari suoi; ma se si tratta di noi, come la mettiamo? Specialmente se il compito in questione è allestire in quattro e quattr’otto, nel cortile del Museo Archeologico Provinciale, tutto l’occorrente per la degustazione, più i banchetti vari con il frutto delle nostre ricostruzioni della vita dei Longobardi del Sud; e per giunta sotto un vento gelido che s’insinua sotto mantelli e drappeggi, e sotto i coperchi delle pentole ermeticamente chiuse, e trasforma in pezzi di ghiaccio non solo noi ma anche tutte le pietanze principesche appena riscaldate!
Ma i Longobardi, anche quelli “bizantinizzati” di VIII secolo, hanno ancora nelle vene il sangue della feritate ferocior che aveva impressionato financo Tacito; così stringono i denti e non mollano. E i pellegrini devono ammettere che il pilaf di lenticchie e orzo, lo “spezzatino di bove”, la rafanata e il croccante di nocciole, anche se congelati, sono decisamente di loro gradimento e si accalcano talmente che siamo noi a doverli pregare di aspettare il turno; così come spunta perfino una volontaria disposta ad affidarsi alle mani di Ermetruda per trasformare i suoi lunghi capelli in una vera acconciatura longobarda!
Naturalmente con qualche piccolo intoppo, soprattutto per la sottoscritta, occupata a tenere sotto sorveglianza il suo banco della medicina, i cui preziosi attrezzi correvano il pericolo esser spazzati via dal vento, e mi si vedeva correre ogni minuto a tenerli fermi come le signore di casa Banks nel film Mary Poppins quando l’Ammiraglio Boom rischiava di far crollare tutto con il suo cannone!

Il momento del banchetto.

Il momento del banchetto.

Per come la vedo io, il Living History è fatto per due cose: diffondere cultura e divertirsi. E credo che entrambi gli obiettivi siano stati conseguiti con successo, e saranno quelli a rimanere. Il resto sarà presto dimenticato. Ci resteranno i complimenti che, anche diversi giorni dopo, abbiamo ricevuto anche da ambienti culturali di un certo peso; ci resterà la pizza con cui abbiamo ristorato le forze dopo, ridendo sulle nostre gaffes.
E ci resterà una battuta di Madre Agata, che entrerà tra gli aforismi storici della Gens Langobardorum: «Se Adamo è stato fesso, non è certo colpa di Eva!»

Convivio ristoratore della Gens Langobardorum.

Convivio ristoratore della Gens Langobardorum.

Un resoconto un po’ più serio dell’evento, sempre a cura della sottoscritta, si può leggere su Citizen Salerno.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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7 risposte a “Se Adamo è stato fesso non è certo colpa di Eva”, ovvero “I Longobardi ve ne raccontano”… di tutti i colori!

  1. marzia ha detto:

    Piace assai questo rèportage! Ma brava maestra Sibilia 🙂

  2. Madonna Eloisa ha detto:

    Grandi ragazzi (permettetemi di chiamarvi così bonariamente e con affetto ^_^ )! Avete dimostrato che niente può fermarvi una volta che avete deciso che la Cultura e la Storia devono arrivare alla gente. Continuate così…però con meno inconvenienti.

  3. Bernardo Altieri ha detto:

    Cara Federica, sei bravissima a rendere vivi e palpitanti i riassunti di queste vostre esperienze che con tanta passione dedicate alla nostra città ed alle sue belle tradizioni.
    Un caro saluto a te ed ai tuoi amici.
    Bernardo Altieri

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