Su un tappeto volante in cerca della Vera Croce

di Antonio Paolucci

Ammirabile da vicino grazie ai ponteggi il restaurato ciclo pittorico di Agnolo Gaddi a Firenze.

Set pianta il virgulto dell'Albero della Conoscenza sulla tomba di Adamo - particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. - Firenze, Santa Croce.

Set pianta il virgulto dell’Albero della Conoscenza sulla tomba di Adamo – particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. – Firenze, Santa Croce.

Poche cose hanno affascinato la cristianità più della sorte toccata alla croce di Cristo; un po’ spy-story, un po’ itinerario mistico, un po’ avventura archeologica alla Indiana Jones. E infatti che fine avrà fatto il legno su cui fu suppliziato nostro Signore? Generazioni di credenti se lo sono chiesto e sul filo delle suggestioni e della immaginazione molte risposte sono state date fino a quando Jacopo da Varagine non strinse quel magma leggendario in una storia affascinante per suspense, per sapienza teologica, per efficacia didattica.

La Regina di Saba si inginocchia davanti al legno della Vera Croce - particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. - Firenze, Santa Croce.

La Regina di Saba si inginocchia davanti al legno della Vera Croce – particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. – Firenze, Santa Croce.

Ecco quindi la Leggenda della Vera croce. Il legno sul quale Gesù rese lo spirito non era un legno qualsiasi, veniva da un albero molto speciale. Quando Adamo morì il figlio Set trasse un virgulto dall’Albero del bene e del male, quello che perse i progenitori nel Paradiso terrestre, e lo piantò sulla tomba del padre.
L’albero crebbe e quando fu abbattuto re Salomone volle destinare il legno alla costruzione del Tempio di Gerusalemme. Fu impossibile tuttavia utilizzarlo, il legno sembrava volesse rifiutarsi di servire a quello scopo. Finì allora a far da ponte sul fiume Siloe. La regina di Saba arrivata dalle profondità dell’Africa a rendere omaggio a Salomone, colpita da premonizione, si inginocchiò sgomenta di fronte al legno di quel ponte, legno che secoli dopo verrà utilizzato per fabbricare il patibolo di Gesù. A questo punto la croce entra da protagonista nella storia. C’è la spedizione archeologica di Sant’Elena in Palestina alla ricerca di quella suprema reliquia.
Naturalmente, come in tutti i racconti di suspense, il quesito sembra essere all’inizio irrisolvibile. I Giudei hanno occultato la croce da qualche parte e non vogliono rivelare dove si trova. Occorrerà il metodo sbrigativo della tortura per ottenere qualche risultato.
Finalmente la croce viene ritrovata ma sta con quelle dei due ladroni giustiziati sul Golgota insieme a Gesù. Si tratterà di individuare fra le tre la santissima reliquia. Questa si rivela essere l’operazione più semplice. Basterà far sfilare le tre croci davanti a un cadavere e quella che lo farà resuscitare è, a evidenza, la vera croce di Cristo.
Restituita a Gerusalemme e poi confiscata dal re pagano Cosroe che la destinò al suo pantheon privato, verrà recuperata dall’imperatore romano-bizantino Eraclio al termine di una guerra vittoriosa contro i Persiani. Eraclio intendeva riportare la ritrovata reliquia nella città santa e voleva farlo a cavallo, circondato dalla visibile gloria del suo rango. Ma questo non gli sarà consentito. Un angelo del Signore lo ferma perché non può l’imperatore entrare con sontuoso apparato nella città che Gesù aveva attraversato in umiltà fra i tormenti. Eraclio da bravo imperatore cristiano capisce ed entra in Gerusalemme a piedi scalzi, in veste da penitente, privo delle insegne imperiali, portando in spalla la croce.

L'Imperatrice Elena ritrova la Vera Croce - particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. - Firenze, Santa Croce.

L’Imperatrice Elena ritrova la Vera Croce – particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. – Firenze, Santa Croce.

Fin qui la storia, una storia “pop” che incantava il pubblico e offriva agli artisti chiamati a metterla in affresco sulle pareti delle chiese, occasioni straordinarie, ricca com’è di personaggi, di situazioni, di colpi di scena. I francescani quella storia l’adottarono subito, e di slancio. Era perfetta per i loro devoti, si prestava particolarmente bene ad esaltare, nella memoria della croce di Cristo, il loro alter Christus Francesco.
In Italia la più celebre e la più conosciuta fra le restituzioni figurative della Vera Croce la troviamo nel San Francesco di Arezzo. È il capolavoro di Piero della Francesca che affascinò all’inizio del Novecento Gabriele d’Annunzio: «Il San Francesco è Piero e il suo giardino (…) come dinanzi ad un giardin profondo io stetti, o Piero della Francesca». A parte l’immagine del «giardino profondo» che è bellissima perché definisce con due sole parole l’essenza della pittura di Piero mentre Roberto Longhi venti anni dopo di parole ne impiegò cinque per esprimere lo stesso concetto («sintesi prospettica di forma-colore») – a parte questo – il ciclo della Vera Croce in Arezzo ha affascinato i grandi storici dell’arte e i letterati del Novecento, da Berenson a Kenneth Clark a Battisti, a Pier Paolo Pasolini, sia per lo stile che in questa occasione Piero della Francesca divinamente dispiega, sia per la varietà e la singolarità delle scene rappresentate.

Il re persiano Cosroe trafuga la Vera Croce - particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. - Firenze, Santa Croce.

Il re persiano Cosroe trafuga la Vera Croce – particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. – Firenze, Santa Croce.

Esiste un’altra Leggenda della Vera Croce in affresco, più antica di quasi un secolo ma assai meno celebre. È il ciclo affrescato da Agnolo Gaddi che sta nella Cappella Maggiore di Santa Croce a Firenze. Sono parecchie centinaia di metri quadrati di pittura murale che raccontano sulle pareti della cappella presbiteriale e quindi nel luogo più eminente della basilica francescana, la storia della Croce di Cristo. Se ne parlo è perché proprio in questi giorni si è concluso il restauro; un restauro vigilato e diretto dai tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure e finanziato da un benefattore giapponese innamorato di Firenze e della sua arte. Può accadere anche questo sotto il cielo d’Italia; che le testimonianze della nostra storia e della nostra fede siano considerate patrimonio universale al punto di sollecitare la generosa attenzione di un mecenate che abita dall’altra parte del mondo.
Ma ecco gli affreschi di Agnolo Gaddi, non già «restituiti all’antico splendore», come scrivono i cattivi giornalisti, ma alla migliore salute e alla migliore vivibilità possibili. Il pubblico, i fiorentini ma anche e soprattutto i tanti turisti stranieri, potranno vederli da vicino perché i ponteggi sono stati resi sicuri e praticabili. Il ciclo della Vera Croce di Agnolo Gaddi, dipinto negli ultimi anni Ottanta del Trecento è “aperto per restauri”; come oggi, molto opportunamente, si usa dire e fare.

L'imperatore Eraclio riconquista la Vera Croce - particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. - Firenze, Santa Croce.

L’imperatore Eraclio riconquista la Vera Croce – particolare dalle Storie della Vera Croce di Agnolo Gaddi, 1385-1387 ca. – Firenze, Santa Croce.

L’Agnolo Gaddi di Santa Croce ha conosciuto una letteratura non sempre favorevole. Cominciò Giorgio Vasari quando del ciclo di Santa Croce scrisse «condusse quel lavoro con molta pratica, ma con non molto disegno, perché soltanto il colorito fu assai bello e ragionevole». Chi è venuto dopo, dal Lanzi al Sirén, al Lanzi con l’unica eccezione di Roberto Salvini (la sua monografia è del 1936), seguirono questa linea collocando il pittore nella fase tarda, ormai accademica, della rivoluzione giottesca. Tutto questo è vero e tuttavia quell’accenno del Vasari alla bellezza del colore resta assolutamente convincente. La pulitura recente ci permette di capirlo.
In Santa Croce Agnolo Gaddi anticipa quella stagione delle arti che i manuali definiscono del “gotico internazionale”. Si aprono gli scenari della Vera Croce su paesaggi popolosi, su prospettive gremite di fatti e di persone, i colori si accendono di contrasti luminosi e preziosi. Entriamo nella Cappella Maggiore di Santa Croce e sarà come salire su un tappeto volante che ci permetterà di entrare nella favola più stupefacente che i cristiani del Medioevo abbiano inventato.

da “L’Osservatore Romano”, 08/05/2013.

Per saperne di più:
Stefano Petrocchi, Agnolo Gaddi, in “Enciclopedia dell’Arte Medievale”, Treccani, 1995.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Su un tappeto volante in cerca della Vera Croce

  1. Molto interessante. Bello anche il ciclo dell’invenzione della Vera Croce di Antoniazzo Romano, a cui ho dedicato il seguente articolo:
    http://nicolettadematthaeis.wordpress.com/2013/02/16/storia-della-vera-croce-di-antoniazzo-romano/
    buona giornata

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