La Medicina di Maimonide

di Giorgio Cosmacini

Al-Wâsitî - Abû Zayd malato, miniatura dal "Maqâmât" di Al-Harîrî. Iraq, 1236-1237 - Parigi, BnF.

Al-Wâsitî – Abû Zayd malato, miniatura dal “Maqâmât” di Al-Harîrî. Iraq, 1236-1237 – Parigi, BnF.

«Luce dell’Andalusia» e «madre dei filosofi»: questa era la città di Cordova, tra il IX e il XII secolo, quando molte opere vi furono scritte, da musulmani, cristiani ed ebrei. La cultura e la politica dell’ Islam erano tanto dogmatiche nei principi quanto pragmatiche nei comportamenti verso i sudditi non musulmani. Nei Paesi islamici, cristiani ed ebrei vivevano senza troppi problemi. La loro diversità era sufficientemente assimilata, integrata. La tolleranza nei loro confronti era uno dei caratteri peculiari dell’islamismo andaluso, ammorbidito da molte mollezze. Ciò era tanto più vero per quella branca del sapere – la medicina – che si ispirava a regole di temperanza e a criteri di moderazione, e tanto più lo era per quella casta professionale – i medici ebrei – che nel califfato di Cordova perpetuavano una tradizione di buon senso nelle cure e di buon uso delle risorse terapeutiche.
Qui nacque, nel 1138, Mosè Maimonide a cui è dedicato il convegno dal titolo «Maimonide e il suo tempo» (organizzato dall’Università di Milano e dal centro di Judaica Goren-Goldstein) in programma giovedì 13 e venerdì 14 gennaio a Milano, nella Sala Napoleonica di Palazzo Greppi. Il padre era giudice del tribunale rabbinico, matematico e astronomo; da lui il giovane Mosè apprese lo studio della Torà e del Talmud e l’amore alle scienze; da altri maestri ricevette, più tardi, insegnamenti di storia naturale, filosofia, medicina. La sua adolescenza coincise con la fine dell’età aurea di Cordova, quando quel che restava della dolce Sefarad – la Spagna idealizzata dalle comunità ebraiche «sefardite» colà residenti – fu spazzato via dai berberi sopravvenuti dal Maghreb a potenziare la reazione islamica contro gli sforzi, scontati anche dagli ebrei, di reconquista dei territori musulmani da parte cattolica. La famiglia di Maimonide prese la via dell’ emigrazione, che dopo soste prolungate a Fez, ad Acri, a Hebron e Gerusalemme la portò a stabilirsi in Egitto, a Fustad, parte vecchia del Cairo. Qui Maimonide si dedicò alla medicina, esercitando la professione con crescente successo, fino a diventare medico di corte presso Salah al-Din, il «Saladino», fondatore della dinastia degli Ayyubidi, regnanti tra XII e XIII secolo su Egitto, Palestina, Siria, Alta Mesopotamia e Yemen.
Nella cerchia del sultano, Maimonide salì in grande fama. Nel suo lavoro di medico diede prova d’impegno appassionato. A tale riguardo ebbe a scrivere all’amico Samuel ibn Tibbon: «Essere curante del sultano è per me molto impegnativo. Lo vedo ogni giorno, già di prima mattina. Quando lui o uno dei suoi figli o una delle sue concubine si ammala, sono come prigioniero, passo quasi tutto il giorno a corte». Poi, rincasando, «trovo in attesa una rumorosa folla di pagani ed ebrei, di plebei e di nobili, di giudici e di mercanti, di amici e di nemici. Saluto tutti, mi lavo le mani e chiedo loro che mi diano il tempo di rifocillarmi. Indi salgo a visitarli e a prescrivere le medicine che reputo convenienti e lavoro fin tardi».
Questa indefessa attività dovette comunque lasciargli ampi spazi di tempo per coltivare a fondo l’attività parallela di talmudista, teologo, filosofo. Tra le opere filosofiche spicca la Morè Nevuchim, «Guida dei perplessi», portata a termine nel 1190 dopo avervi atteso per lunghi anni, testo base del tirocinio concettuale e spirituale degli ebrei, con larghe afferenze al pensiero aristotelico neoplatonizzante, riveduto e adattato da Avicenna e dai filosofi dell’islam iberico Avempace e Averroè. Il Maimonide che guida i perplessi verso la verità è lo stesso che indica a tutti la «Guida della buona salute», dedicata al sultano al-Afdad, figlio del Saladino.
L’opera, fra le sue tante d’ argomento medico, si situa nell’ambito di una medicina d’élite; e tuttavia vi si legge un’apertura a più vaste fasce di utilizzatori, in quanto gli stili di vita consigliati costituiscono modelli esemplari largamente imitabili. «Il medico – scrive – tenga lontane dall’ nfermo le stimolazioni psichiche e le oppressioni dello spirito (oggi diremmo lo stress) poiché in tal modo si allunga la salute del sano, il che deve precedere la cura del malato». Prevenire non è un primato, ma una priorità. Rispetto alla terapia, la prevenzione viene prima, pre-viene. Per essere buon medico bisogna difendere la salute, prima che aggredire la malattia; e per essere buon medico del corpo bisogna esserlo dell’anima; e per guarire i mali di questa bisogna essere filosofo, virtuoso, ispirato dal concetto della virtù come armonia etica, come dottrina della «medietà». Forse che il nome stesso di medicina non deriva da medietas, teoria della «giusta misura»? La medicina maimonidea è una teoria dell’armonia e una pratica della moderazione che guida il buon medico lungo la strada maestra e mediana e che lo tiene lontano dagli opposti estremi, ambedue pericolosi, dell’interventismo farmacologico-chirurgico e dell’astensionismo terapeutico. È, soprattutto, una guida per ogni uomo perché viva con giustezza, lontano da eccessi dannosi e, auspicabilmente, da penurie e privazioni.
Di Maimonide filosofo i teologi cristiani si imporranno di tacere il nome, facendo di lui un grande assente dalla storia. Di Maimonide medico i medici non ebrei si periteranno di utilizzare i concetti e i valori senza citarli. Il mancato riconoscimento del suo apporto etico impoverirà il processo di acquisizione di una coscienza autocritica da parte della medicina occidentale.

da “Il Corriere della Sera”, 10/01/2005.

Per saperne di più:
Mosè Maimonide, La guida dei perplessi, a cura di Mauro Zonta, Milano, UTET, 2005;
Giuseppe Laras, Michele Tedeschi, Maimonide, un percorso verso il benessere, Messina, GEM Edizioni, 2010;
Maurice-Ruben Hayoun, Maimonide. L’altro Mosè, Milano, Jaca Book, 2003.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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