Cola di Rienzo, il populista che finì a testa in giù

di Alessandro Barbero

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma - olio su tela, 1855 - Pavia, collezione privata.

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma – olio su tela, 1855 – Pavia, collezione privata.

Il Cola di Rienzo che campeggia sulla copertina del libro di Tommaso di Carpegna è emblematico del modo in cui questo personaggio contraddittorio e sfuggente era raffigurato nell’epoca della sua massima popolarità, il Risorgimento. L’illustrazione riproduce un quadro di Faruffini, datato 1855: “Cola di Rienzo che dalle alture di Roma ne contempla le ruine”. Vestito di un costume pseudomedievale da comparsa di teatro, dotato di zazzera arruffata e pizzetto ribelle da carbonaro, Cola sfoglia con una mano le antiche scritture che gli parlano delle glorie d’Italia, e coll’altra stringe il pugno, pieno di rabbia e di dolore per la decadenza presente. In nessun’altra epoca storica la vicenda del tribuno trecentesco, che impose un governo di popolo in una Roma abbandonata dal papa e sognò di unificare l’Italia in ricordo dell’antico impero romano, era mai sembrata così attuale; in lui, gli artisti romantici non faticavano a scorgere la prefigurazione degli eroi contemporanei, da Napoleone a Simon Bolivar e Garibaldi.Ogni epoca legge il passato allo specchio delle sue preoccupazioni, e Cola di Rienzo è oggi ben lontano dalla celebrità di cui godeva nell’Ottocento e nel primo Novecento: quando l’amministrazione romana intitolava al suo nome una delle vie più importanti del nuovo quartiere Prati, mentre artisti come Byron, Wagner e d’Annunzio si cimentavano con la sua figura. L’ultima biografia scientificamente attendibile, quella del Piur, risale al 1931 e si aspettava da un pezzo che una nuova opera, più aggiornata, venisse a sostituirla; anche perché da allora il panorama storiografico è mutato sotto almeno due aspetti fondamentali.
Il primo mutamento, che risale a un famoso articolo di Gianfranco Contini, Invito a un capolavoro, apparso nel 1940, riguarda la principale fonte narrativa di cui disponiamo su Cola, la Cronica del cosiddetto Anonimo Romano. Liquidati i dubbi di qualche filologo malevolo sulla sua autenticità, spenti i sorrisetti dei cruscanti sulla lingua dialettale così lontana dal toscano aulico, sostituita con un’esemplare edizione critica, quella ormai vetusta del Muratori, la Cronica si è vista finalmente riconoscere lo statuto che merita, fra i capolavori assoluti della letteratura italiana. Il che vuol dire che anche dal punto di vista dello storico la sua testimonianza viene ascoltata, soppesata, interpretata con molto maggior rispetto di quanto non accadesse quando il suo autore era considerato un rozzo imbrattacarte.
L’altro mutamento riguarda la nostra conoscenza della Roma trecentesca, che ha compiuto enormi progressi negli ultimi anni. La squadra dei medievisti romani, allievi di Girolamo Arnaldi e raccolti intorno all’Istituto Storico Italiano per il Medioevo di piazza dell’Orologio, ci ha svelato la realtà di una città brulicante di vita, lontanissima dal deserto di rovine immaginato dai romantici. Ben prima che i cantieri dei papi rinascimentali trasformassero il suo volto, seppellendo gran parte delle vestigia medievali, la Roma dove visse Cola era, come scrive Carpegna, «una grande città d’Europa, già perfettamente inserita nella complessa rete della produzione e degli scambi, e non in posizione secondaria»; una piazza commerciale vivacissima, dotata di un suo porto sul Tevere, e di un robusto ceto imprenditoriale; un comune vitale, che diversamente da altre città d’Italia non riuscì mai ad emanciparsi del tutto dal controllo del suo vescovo (perché quel vescovo era il papa!), e che tuttavia conobbe una vivace dinamica politica.
Il punto di forza del libro di Tommaso di Carpegna è proprio d’avere alle spalle questo solido retroterra di studi recenti, che permettono di capire meglio la vicenda di Cola, alla luce della congiuntura politica ed economica. Qualche esempio? Il vero e proprio colpo di stato della primavera 1347, con cui Cola riuscì a farsi concedere dal popolo i pieni poteri, rivela un tempismo minuziosamente calcolato in funzione di un duplice ciclo annuale: quello simbolico della Pasqua, ma anche quello («dai risultati quasi altrettanto prevedibili») dei prezzi del grano. Il negoziato per ottenere al nuovo governo l’approvazione del papa, conservandogli al tempo stesso il consenso della borghesia cittadina, appare strettamente intrecciato a un’altra partita politica: quella che la città stava allora giocando col pontefice, per ottenere l’anticipazione al 1350 del giubileo previsto per il 1400, e dell’enorme giro d’affari ad esso collegato. Le ambiguità della politica di Cola, ostensibilmente diretta contro le grandi famiglie baronali, ma di fatto costretta a negoziare la loro collaborazione, si chiariscono sapendo del controllo che quelle famiglie, padrone di tutta la campagna, esercitavano sui rifornimenti di grano indispensabili alla sopravvivenza della metropoli.
Quanto all’uomo, può darsi che dal libro non esca un nuovo Cola: le fonti, dopo tutto, sono le stesse che già aveva a disposizione settant’anni fa il Piur. Ma a fare del tribuno, ai nostri occhi, una figura ben diversa dal patriota romantico rappresentato sulla copertina del libro è sufficiente il mutare dei tempi, e con esso il modo con cui ogni generazione guarda al passato. La storia del piccolo borghese, figlio d’un oste, che fa carriera in politica perché sa parlare bene e incantare le folle; che arriva alla dittatura promettendo la fine della crisi e il ritorno di grandezze imperiali; che si giostra fra gestione del consenso e repressione terroristica, liquidando senza troppi scrupoli potenziali nemici e alleati ingombranti; che partendo da posizioni populiste non tarda ad accumulare gradi, titoli e onori per sé, e lucrosi appalti per la famiglia; che si sperde in un tale labirinto di menzogne da finire per credere egli stesso alle proprie fantasticherie; e che alla fine, catturato dai nemici mentre cerca di fuggire travestito, muore di mala morte e finisce appeso per i piedi, al nostro sguardo evoca, inevitabilmente, figure ben diverse da Garibaldi.

da “La Stampa”, 07/12/2002

Per saperne di più:
Alessandro Barbero a Superquark: istantanee dal passato – Cola di Rienzo.
Tommaso Di Carpegna Falconieri, Girolamo Arnaldi, Cola di Rienzo, Roma, Salerno Editrice, 2002;
Gianfranco Contini, Invito a un capolavoro, in “Letteratura”, n. 4, a. IV 1940, pp. 3-14;
Anonimo Romano, Cronica, a cura di Giuseppe Porta, Milano, Adelphi, 1981;
Paolo Piur, Cola di Rienzo, Milano, Edizioni Fratelli Treves, 1931.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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