Compiuta da Firenze: l’enigma di una poetessa.

Fanciulla con serva al seguito - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna.

Fanciulla con serva al seguito – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Era conosciuta, fino a poco tempo fa, come “la Compiuta Donzella“: così avevano soprannominata quella misteriosa poetessa gli eruditi dell’Ottocento, facendo eco ai poeti che corrispondevano con lei, i quali affiancavano al suo nome, Compiuta, l’appellativo donzella, signorina. Oggi si preferisce chiamarla semplicemente Compiuta da Firenze, dato che null’altro possiamo aggiungere.
Di lei non sappiamo praticamente niente: non la sua famiglia, né l’anno in cui è nata, in cui è morta, anche se i pochi riscontri che abbiamo su di lei la collocano a cavallo tra il Duecento e il Trecento. Qualcuno dice perfino che quel nome, Compiuta, “perfetta”, non fosse che uno pseudonimo, sotto cui si celava magari un poeta maschio: eppure il nome è attestato nella Toscana del XIII e XIV secolo, così come altri parimenti evocativi come Bonaventura, “buona fortuna” (lo portò, tra le altre, una delle sorelle di Caterina da Siena). Oggi come nell’Ottocento, si fa fatica ad accettare che una voce femminile risuonasse e fosse ascoltata in un mondo di uomini qual era l’Italia dei Comuni, cosa che ha portato alcuni filologi a ritenere che “Compiuta” non potesse essere che una donna ricchissima e potente, non facile da mettere a tacere: ad esempio, Gaia da Camino, signora del Trevigiano, menzionata perfino da Dante. Ma, a parte alcuni venetismi presenti nei versi, che possono essere anche frutto dell’interpolazione di un copista, questa interpretazione mal si accorda con l’ambiente squisitamente fiorentino in cui sembra muoversi Compiuta.
In realtà, voci femminili, e più di una, sembrano essercene state, fin dalla Scuola Poetica Siciliana: e la cosa non dovrebbe sorprenderci più di tanto, dato che all’interno della poesia dei trovatori cui essa si ispira, introdotta alla corte di Federico II forse anche per merito di Costanza d’Aragona, sua prima moglie, le trobairitz, le trovatrici, erano presenza viva ormai da tempo, le loro canzoni risuonavano nelle corti, partecipavano a tensos e partimens con i loro “colleghi” uomini. Così non possiamo sapere (o almeno non ancora) se alcune chansons de femmes rimaste senza nome, o passate sotto il nome di grandi poeti come Rinaldo d’Aquino o lo stesso Federico II, fossero state vergate in realtà da mani femminili. Sicuramente sembra esserlo stato un sonetto della metà del XIII secolo, “Tapina ahimé che amava uno sparviero“, parte di una tenzone con un poeta uomo: che poi gli eruditi dell’Ottocento, forse lavorando un po’ troppo di fantasia, abbiano voluto identificare la sua autrice con Nina, la donna amata dal poeta toscano Dante da Maiano, dando vita al personaggio di Nina Siciliana, è un’altra storia. Come anche le anonime ballades tramandate dal Memoriale Bolognese, in cui voci di donne si alzano per pretendere per marito l’uomo che amano, o per supplicare l’amato di fuggire prima che sorga il sole e il “geloso” li sorprenda insieme. O le tenzoni di grandi rimatori toscani, come quella di Cino da Pistoia con Selvaggia o quella di Dante da Maiano con Nina: sono solo frutto dell’invenzione poetica degli uomini, o dietro c’è davvero il confronto con le donne?

Donne che suonano e cantano - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna.

Donne che suonano e cantano – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

È dunque nella Firenze della seconda metà del Duecento che troviamo Compiuta.
Tutto induce a ritenere che sia di buona famiglia, forse addirittura parte di quella antica nobiltà cavalleresca in cui spiccano nomi come i della Tosa, i Frescobaldi, i Cavalcanti. Un ambiente colto e raffinato, in cui si subisce il fascino delle Corti d’Amore e dei poemi cavallereschi d’Oltralpe, in cui i circoli raccolti attorno a personaggi come Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti, cominciano a diffondere la nuova poesia in volgare toscano.
Ed è forse proprio in questi circoli che il nome di Compiuta comincia a girare. Come molte nobili fanciulle è stata probabilmente educata in convento, dove le figlie della nobiltà possono ricevere un’istruzione di prim’ordine che comprende certo tutte le “arti” propriamente femminili come la tessitura, il ricamo e i segreti della cucina, ma anche letteratura, poesia, musica. Ben presto, però, ci si accorge che questa fanciulla di forse quattordici o quindici anni, soprapiacente, cioè bellissima, sa fare quello che ben poche sanno fare: scrivere in versi. E questi versi si diffondono rapidamente, insieme con il nome della sua giovanissima autrice: possiamo immaginarla, come la Lisa della novella di Boccaccio, affidare i suoi versi a un professionista perché li canti accompagnandoli con la musica, o addirittura cantarli lei stessa, in occasione di ricevimenti in casa sua o in casa di amici di famiglia. Solo tre dei suoi sonetti (o forse quattro) sono arrivati fino a noi, ma certo devono esser stati molti di più se il suo nome diviene così famoso e ammirato nei circoli letterari fiorentini.
Le poesie che abbiamo sono legate per la maggior parte ad una particolare tenzone, iniziata proprio da Compiuta con due sonetti:

A la stagion che ’l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut’ i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trages’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan marimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ’n erore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ò disio né voglia,
e ’n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Lasciar vor[r]ia lo mondo e Dio servire
e dipartirmi d’ogne vanitate,
però che veg[g]io crescere e salire
mat[t]ezza e villania e falsitate,
ed ancor senno e cortesia morire
e lo fin pregio e tutta la bontate:
ond’io marito non vor[r]ia né sire,
né stare al mondo, per mia volontate.
Membrandomi c’ogn’om di mal s’adorna,
di ciaschedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.
Lo padre mio mi fa stare pensosa,
ca di servire a Cristo mi distorna:
non saccio a cui mi vol dar per isposa.

Sarà anche poco, ma in questi sonetti c’è tutta la personalità, di donna e di poetessa, di Compiuta: una vera trobairitz, che forse si sarebbe sentita più a casa sua nelle corti provenzali che non a Firenze. Tutto nei suoi versi parla il linguaggio dei trovatori, del fin’amor, delle Corti d’Amore, ed è questa forse più di tutto la spia delle sue nobili origini: i poeti d’Oltralpe, e la mentalità che veicolano, fanno parte della formazione di una fanciulla aristocratica, in casa come in monastero, si respirano in famiglia, i maschi di casa spesso vengono armati cavalieri, e combattono in guerra e nei tornei. Possiamo immaginare quante volte gli occhi avidi di Compiuta avranno divorato i versi di Bertran de Born, di Bernard de Ventadour, o magari di Castelloza o della Contessa di Dia, con la stessa avidità con cui le nostre studentesse del liceo classico si appassionano ai versi di Catullo; e possiamo immaginare quante volte lei avrà sognato di essere lì, alla corte di Eleonora d’Aquitania o di Bianca di Champagne. È quello il suo mondo, dove la donna è la dama, la signora, di fronte alla quale si umiliano chierici e cavalieri, che lei d’altronde educa allo spirito di cortesia, fatto di generosità, coraggio e devozione.
Ma tutte le giovani sognatrici, prima o poi, si scontrano con la realtà. Compiuta con la realtà deve fare i conti nel momento in cui suo padre pensa bene di maritarla: e sarebbe un matrimonio d’interesse, questo lei lo sa, che permetta di intrecciare alleanze con un’altra famiglia, magari per essere in grado di sconfiggere la fazione opposta (guelfi o ghibellini, guelfi bianchi o guelfi neri), o di acquisire diritti su terre, castelli, capitali. Le cronache di Giovanni Villani o di Dino Compagni ci dipingono una Firenze spietata, dilaniata da guerre senza esclusione di colpi tra fazioni, in cui le grandi famiglie di mercanti acquistano a forza di denaro titoli di nobiltà e armano cavalieri i loro figli, e in cui molti nobili praticano addirittura l’usura, che nel mondo cavalleresco era considerato il peggiore dei crimini. Compiuta sta male, e lo dice chiaramente: non vuole essere venduta a uno sconosciuto per interesse, non vuole essere parte di questo mondo in cui regnano solo mattezza e villania e falsitate e nessuno sa quasi più cosa sia la cortesia, piuttosto entra in convento.
Compiuta, però, termina il suo secondo sonetto dicendo, del padre che cerca di farle cambiare idea in tutti i modi, non saccio a cui mi vol dar per isposa. E così lancia una sfida ai suoi ammiratori: l’unica soluzione che vede per sfuggire a questa situazione sarebbe farsi monaca, ma sarebbe sempre disposta a cambiare idea se un poeta alla sua altezza si presentasse come pretendente, magari suo padre potrebbe considerarlo un buon partito. Compiuta dimostra così di essere non solo poetessa, ma anche stratega: usa la poesia, e la sua fama di poetessa, per cercare di precedere suo padre nella scelta di un possibile marito, un uomo che lei possa amare, perché sarebbe indegno di una dama, per dirla con la trovatrice Beatrice de Romans, “amare un amante vile”.

Conversazione tra uomo e donna - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna.

Conversazione tra uomo e donna – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Almeno due poeti rispondono alla sfida. Rispettosi della regola del segreto d’amore, nessuno dei due si firma, i filologi li hanno identificati in base allo stile. Certamente, Compiuta sa chi sono: un chierico e un cavaliere.
Il “chierico” è un dottore in medicina, Rinuccio Guidalotti, detto Maestro Rinuccino, professionista stimato con in più la passione per la poesia: talmente stimato che, tra il 1280 e il 1290, sarà tra i Buoni Uomini incaricati di scegliere il podestà. Maestro Rinuccino risponde a Compiuta con tre sonetti, a lungo attribuiti a Guido Guinizzelli, che sono una dichiarazione in piena regola, quella di un trovatore alla sua dama: per lui, questa «donzella gaia e sagia e canoscente», della quale dissimula il nome all’interno dei versi, è un miracolo plasmato dall’ «alto deo d’amore», di fronte a lei anche la più bella fra le donne scompare. Le risposte di Compiuta a non ci sono arrivate, ma questi tre sonetti molto densi sembrano pervasi dalla preoccupazione di mostrarle che lui la ama davvero, che in lui non ci sono secondi fini, e che avere a che fare con lui non la sminuirebbe affatto: forse in questo possiamo leggere un rifiuto o almeno una perplessità da parte della fanciulla, ed essendo lui di rango inferiore, teme sia perché lo consideri un arrampicatore che voglia sposarla solo per elevarsi socialmente. No, insiste Maestro Rinuccino, «saracino non son, né giudeo», cioè non è per interesse che la corteggia, ma per lui sarebbe meglio del paradiso anche solo poterla servire.

Cavaliere e fanciulla che suona - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna.

Cavaliere e fanciulla che suona – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Il “cavaliere” è invece un personaggio molto più conosciuto: Chiaro Davanzati, di prima famiglia, combattente nella battaglia di Montaperti (1260), poeta tra i più apprezzati della città. Ebbene, è proprio lui a rispondere con un sonetto, in cui le esprime tutta l’ammirazione per la sua fama e il suo sapere, e le chiede di incontrarla di persona, «benché non sia saggio», affinché lei possa dissipare tutti i suoi dubbi: Chiaro vuole davvero verificare se Compiuta sia davvero quella creatura celeste di cui si dice in giro, o piuttosto vuole sapere se lui possa piacerle? In ogni caso, Chiaro da vero cavaliere, si mette al servizio di questa sua dama, riconoscendo che accettare il suo segnoraggio non potrà che renderlo un uomo migliore.
E qui, Compiuta risponde:

Ornato di gran pregio e di valenza
e risplendente di loda adornata,
forte mi pregio più, poi v’è in plagenza
d’avermi in vostro core rimembrata
ed invitate a mia poca possenza
per acontarvi, s’eo sono insegnata,
come voi dite c’a[g]io gran sapienza;
ma certo non ne son [tanto] amantata.
Amantata non son como vor[r]ia
di gran vertute né di placimento;
ma, qual ch’i’ sia, ag[g]io buono volere
di servire con buona cortesia
a ciascun ch’ama sanza fallimento:
ché d’Amor sono e vogliolo ubidire.

La sua è gioia trionfante: ad averla eletta a sua dama e ad essersi messo alla sua “scuola” di cortesia non è un Maestro Rinuccino qualsiasi, ma Chiaro Davanzati in persona, eroe della grande battaglia contro Siena, seppur finita male, e poeta di prima grandezza. È questo per lei a renderla grande più di ogni altra cosa. E la stessa fanciulla che si era dichiarata «forte disdegnosa» di tutti i suoi pretendenti, e decisa a entrare in convento a meno che non accadesse qualcosa, ora, da vera trovatrice, e che come tale appartiene all’Amore, non può che «servire con buona cortesia» un tale uomo che si è dichiarato suo servo.
Chiaro le risponde con un altro sonetto: ormai, come nella migliore tradizione cortese, si è instaurata una specie di “gara di umiltà” tra i due. Alla modestia di Compiuta, egli risponde che, al contrario, lei dimostra il suo valore proprio «per la loda che di me usaste», e lei è davvero un albero il cui fiore è la bellezza e il cui frutto è l’amore. Così Chiaro accoglie con gioia la disponibilità di Compiuta, e, anzi, chiede perdono per aver osato chiederle così sfacciatamente di vederla di persona, «ch’io non son degno d’esser presentato».

Conversazione tra uomo e donna - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Conversazione tra uomo e donna – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Questa, però, non è l’unica tenzone cui Compiuta prende parte.
A iniziarla, stavolta, è un uomo, un altro dottore in medicina che si diletta di poesia: si tratta di Maestro Torrigiano, illustre professore che insegna all’Università di Parigi. Il suo sonetto, però, è di tono completamente diverso dai precedenti, ironico e garbatamente beffardo. Non riesce a credere che esista una donna talmente dotta da comporre poesie, sarebbe come vedere un «caval sonar la rotta», un cavallo che suona la lira, a meno che non sia «divina Sibilla». Torrigiano parla da universitario: la metafora del cavallo (o dell’asino) che suona la lira è ripresa da Boezio, e i suoi versi, pieni di francesismi, sono intrisi di quel misoginismo, mutuato da Aristotele, tipico del mondo universitario, e soprattutto dell’Università di Parigi, dove proprio in questo periodo sta spopolando il Roman de la Rose.
A questo sonetto, ne segue un altro sempre attribuito a Torrigiano, ma che recenti studi hanno suggerito potesse essere proprio la risposta di Compiuta al maestro naturalizzato francese:

S’una donzella di trovar si ‘ngegna
e d’ogni rico saver s’asotiglia,
poi chesso par che rade volte avegna,
a dritto se ne fa l’om meraviglia;
chè ‘l savio pare semplice la tegna
ca per natura senno in lei non piglia:
la prima fem ina è di ciò la ‘nsegna,
chè fu semplice, ond’ogn’altra somiglia.
Dunque se l’om dicesse a la donzella
che for natura il suo senno paresse,
a me sembrara che saria gra[n] lode;
ca s’om per padre malnato s’apella
e tralignasse sì c’assai valesse,
a tutta gente piace più che l’ode.

Compiuta sta allo scherzo del suo interlocutore e gli risponde con altrettanta ironia, facendogli quasi il verso (francesismi compresi): avete ragione di meravigliarvi tanto, sembra dire la fanciulla, dato che sembra che gli uomini pensino che in una donna, da Eva in poi, «senno in lei non piglia» ma proprio per questo, dire a una donna che è «for natura» come un cavallo che suona la lira significa farle un gran complimento. Sembra di sentire la stessa ironia con cui, un paio di secoli dopo, Christine de Pizan risponderà proprio ai maestri dell’Università di Parigi che difendono a spada tratta il Roman de la Rose e il suo sfacciato maschilismo: «Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere».

Banchetto nuziale - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Banchetto nuziale – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Tornando a Compiuta e al suo matrimonio, la domanda resta sempre: poi com’è finita? Si sono incontrati la Dama e il Cavaliere che sembrano così fatti l’uno per l’altra? E il padre di lei avrà acconsentito? È diventata Compiuta la moglie di Chiaro Davanzati?
Non lo sappiamo.
Certo, Chiaro è oggettivamente un ottimo partito, e il padre di Compiuta deve di sicuro averne tenuto conto. Sappiamo che Chiaro ha tre figli, Bartolo, Lapo e Bionda; inoltre, nel 1294 diventerà capitano di Or San Michele, e continuerà a scrivere rime, corrispondendo con i più grandi poeti del suo tempo.
Tra questi poeti c’è un personaggio molto particolare, destinato ad entrare nella storia della letteratura e non solo: Guittone d’Arezzo. Costui era stato un personaggio di primo piano nella vita politica della sua città, coinvolto nelle lotte tra guelfi e ghibellini, famoso in tutta Italia per le sue poesie d’amore; poi la disfatta della sua città, l’esilio volontario e infine la morte del padre lo hanno messo pesantemente in crisi. E, dopo la crisi, la conversione: lascia tutto, compresa la moglie e i tre figli, ed entra nell’Ordine dei Cavalieri della Beata e Gloriosa Vergine Maria. Da allora, i suoi versi saranno dedicati soltanto a Lei.
Ed è proprio lui che scrive a Compiuta una lettera, non più in poesia, ma in prosa, iniziandola così:

Soprappiacente donna, di tutto compiuto savere, di pregio coronata, degna mia Donna Compiuta, Guitton, vero devotissimo fedel vostro, de quanto el vale e pò, umilemente se medesmo racomanda voi.

Non è più a una «donzella» che scrive questo frate, ma a una «donna», una signora sposata, e anche di sicuro molto importante, che sia o no la moglie del capitano di Or San Michele Chiaro Davanzati. E questa signora continua a scrivere versi, e la sua fama è ancora viva, se Guittone può dirle «E perché voi siete diletto, e desiderio, e pascimento di tutta gente che vo’ vede, e ode». Da poeta, e vero intenditore della materia, Guittone ha un’ammirazione sconfinata per Compiuta, arriva a dirle che Dio l’ha posta sulla terra perché fosse di esempio per tutti, uomini e donne. Al tempo stesso, però, la avverte, proprio perché lei è così grande, «più ch’altra Donna terrena dovete intendere a Lui servire, e amare di tutto corale amore, e di pura e di compiuta fede.» Il rischio della superbia è dietro l’angolo, e chi può saperlo meglio di Guittone, che ora nei suoi versi e nelle sue lettere rimpiange il tempo perduto a ricercare la vanagloria in gioventù? Il frate esorta dunque Compiuta all’umiltà, a quella vera, cioè a riconoscere che tutte le sue doti le vengono da Dio, e ad usarle per servire Lui, «acciocché voi siate in della corte di Paradiso altressì maravigliosamente grande, come siete qui tra noi».
Qualcuno ha voluto vedere in questa lettera un’esortazione di Guittone a Compiuta ad entrare in convento e a tacere, o comunque a far finire lo “scandalo” di una donna che scrive poesie. Eppure nella lettera non c’è niente del genere: si tratta semplicemente di buoni consigli per la vita spirituale. O magari Guittone, davanti alla grandezza della poetessa, le sta proponendo il percorso che ha fatto egli stesso: cantare con i suoi versi non più l’amore umano, ma l’amore di Dio. Difficile che Guittone non pensasse ad Angela da Foligno e al suo Memoriale, che proprio alla fine del Duecento sta cominciando a circolare, e raggiunge vette altissime di poesia oltre che di mistica. E quali meraviglie potrebbe partorire un ingegno come quello di Compiuta se applicato alle cose divine!
E Compiuta? Avrà seguito il consiglio di Guittone? Non lo sappiamo, o almeno non ancora, non ci sono rimaste sue poesie di argomento sacro. Eppure la poesia femminile del Duecento e del Trecento non ignora nemmeno quello, come dimostrano le splendide liriche di Hadewijch di Anversa e, un secolo dopo, i sonetti a soggetto sacro di Ortensia di Guglielmo e Giovanna Bianchetti.
Forse qualche futura scoperta in manoscritti non ancora studiati potrà rivelare un volto inedito di questa poetessa?

Donna ed eremita - miniatura dalla "Biblia Porta", XIII sec. - Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Donna ed eremita – miniatura dalla “Biblia Porta”, XIII sec. – Losanna, Bibliothéque Cantonale.

Bibliografia:
Poeti del Duecento, vol. 1: poesia cortese toscana e settentrionale, a cura di Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1960;
Ferruccio Bertini, Alcune osservazioni sulla poesia di Sulpicia, in “Giornate Filologiche Francesco della Corte”, III, a cura di F. Bertini, Genova, Dipartimento di archeologia, filologia classica e loro tradizioni, 2003, pp. 81-99;
Carla Rossi, Le voci di Gaia: l’eco dei versi d’una donzella gaia ed insegnata, prima rimatrice in lingua italiana, in “Romania”, 126, n. 3-4, 2008 , pp. 480-496;
Paola Malpezzi Price, Uncovering Women’s Writings: Two Early Italian Women Poets, in “Journal of the Rocky Mountain Medieval and Renaissance Association”, 9 (1988), pp. 1-15;
Salvatore Santangelo, Le tenzoni poetiche della letteratura italiana delle origini, Ginevra, Olschki, 1928;
Anthology of Ancient and Medieval Woman’s Song, a cura di Anne L. Klinck, New York, Palgrave Macmillan, 2004;
Neda Jeni, La Compiuta Donzella, in “An Encyclopedia of Continental Women Writers”, a cura di Katharina M. Wilson, Londra, New York, Garland, 1991, vol, 1, pp. 327-28;
I sonetti di Maestro Rinuccino da Firenze, a cura di Stefano Carrai, Firenze : Accademia della Crusca, 1981;
Fabrizio Beggiato, Chiaro Davanzati, in “Enciclopedia Dantesca”, a cura di Umberto Bosco, Roma, Treccani, 1970;
Mario Marti, Guittone d’Arezzo e i guittoniani, in ibid.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Compiuta da Firenze: l’enigma di una poetessa.

  1. Daniele ha detto:

    Cara Mercuriade complimenti per il portale e per i tuoi articoli molto curati e interessanti. Anche io mi interesso di storia e letteratura soprattutto per ciò che riguarda le scrittrici. Ho una domanda per te a proposito del tuo articolo su Compiuta Donzella. Quando parli dei due sonetti (“Esser donzella di trovare dotta” e “Se una donzella di trovar s’ingegna”) ad un certo punto dici che il secondo sonetto potrebbe essere attribuito a Compiuta Donzella come hanno suggerito recenti studi. Se hai i riferimenti e/o i titoli degli articoli di chi ha proposto queste ipotesi me li puoi segnalare, perchè quando mi ero occupato di Compiuta Donzella non avevo trovato notizie al riguardo e mi piacerebbe approfondire l’argomento.
    Grazie mille e di nuovo complimenti.
    Un caro saluto
    Daniele

    • mercuriade ha detto:

      L’intera bibliografia è alla fine dell’articolo. In particolare l’ipotesi dell’attribuzione a Compiuta del secondo sonetto della tenzone con Maestro Torrigiano è stata avanzata dalla filologa Carla Rossi nel suo articolo “Le voci di Gaia” sulla rivista Romania. La Rossi è filologa di un certo spessore e confrontandola con altri casi, ad esempio quelli descritti dalla storica americana Joan Ferrante nel suo libro “To glory of her sex”, quest’ipotesi mi è sembrata abbastanza fondata.

  2. Daniele ha detto:

    Grazie mille, anche io credo possa essere un’ipotesi fondata. In effetti sono andato a rileggere l’articolo di Carla Rossi che avevo ed è lei a formulare questa ipotesi, segnalando come già lo avesse suggerito Salvatore Santangelo in “Le tenzoni poetiche della letteratura italiana delle origini). La questione delle attribuzioni dei testi antichi anonimi è certamente un tema che merita di essere approfondito. Un articolo molto interessante è anche quello di Paola Malpezzi Price “Uncovering Women’s Writings. Two Early Italian women Poets”
    Un caro saluto e ancora auguri per le tue ricerche.

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