Eclatanti di luce, agili e sottili

di Agostino Paravicini Bagliani

Busto reliquiario che contiene la calotta cranica di Carlo Magno commissionato dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo (1346) - Aachen (Aquisgrana), Museo Diocesano.

Busto reliquiario che contiene la calotta cranica di Carlo Magno commissionato dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo (1346) – Aachen (Aquisgrana), Museo Diocesano.

La legenda aurea di Jacopo da Varazze – la celebre raccolta medievale di vite di santi che si può leggere ora in traduzione italiana commentata a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Firenze, Sismel Edizioni del Galluzzo 2007 – racconta che sant’Ambrogio, su suggerimento di san Paolo che gli era apparso in visione, scavò la terra in un certo luogo e, «sebbene fossero già trascorsi trecento e più anni», trovò i corpi dei santi Gervasio e Protasio incorrotti come se fossero «stati deposti lì in quell’ora stessa». Ed anche il corpo del martire sant’Eustachio fu trovato «perfettamente intatto». Da questi come da altri corpi santi sprigionavano «un profumo e una luce così intensi che i presenti a stento riuscivano a sostenerli».
Questi episodi ci ricordano che fin dal primo secolo della sua affermazione storica – il ritrovamento dei corpi di Gervasio e Protasio avvenne a Milano nel 386 in un momento in cui l’imperatrice Giustina voleva cacciare Ambrogio dalla sua sede vescovile – il Cristianesimo affidò ai corpi dei martiri e dei santi funzioni di primaria importanza, anzitutto di protezione. I corpi dei santi sono “reliquie” (ossia “resti mortali”) che svolgono una funzione di tutela della società cristiana. Perciò vengono anche definiti “pegni” (pignora), nel senso appunto di “patrocinio”. Fin dal Cristianesimo antico, i corpi santi svolgono una funzione di difesa perché da loro emana una virtus, una forza specialissima grazie ai meriti che si sono conquistati in vita, sovente proprio attraverso i propri corpi. Prima con il martirio e poi, nei secoli successivi, con macerazioni e rinunce di ogni genere (digiuni, castità e così via).
Non si trattò di novità. Anche la religiosità romana conosceva un rapporto di clientela e di patrocinio con colui che doveva garantire la prosperità della civitas. Con l’avvento del Cristianesimo, i corpi dei santi creano inoltre uno spazio religioso – sovente cittadino, come nel caso di Milano – di mediazione tra questo mondo e l’aldilà, tra il visibile e l’invisibile (Luigi Canetti, Frammenti di eternità, Roma, Viella, 2002). Defunti, i corpi dei santi sono infatti già risorti e rappresentano quindi l’immortalità e la vita eterna. I corpi dei santi diventano così, già nel Cristianesimo dei primi secoli, strumento di salvezza: «Le corone (ossia i corpi già risorti) di questi (santi) ci aiutano mentre siamo in vita», dirà il grande poeta del Quinto secolo Paolino di Nola (355-431).
Corpi gloriosi in terra, i corpi dei santi ricordano ai cristiani che anche loro avranno il privilegio di risuscitare, una dottrina che diventerà ufficiale con il IV Concilio Lateranense (1215): «Tutti risorgeranno coi propri corpi di cui ora sono rivestiti, per ricevere un compenso secondo i meriti, buoni o cattivi che siano stati: quelli con il diavolo riceveranno la pena eterna, questi col Cristo la gloria eterna». Il “corpo glorioso” sarà come i corpi dei santi incorrotti, “impassibile“, ossia incorruttibile. Il “corpo glorioso” sarà anche “eclatante di luce“, ossia brillerà come Cristo il giorno della Trasfigurazione. Sarà “agile“, ossia liberato dalla pesantezza che lo affligge nella vita presente. E “sottile“, ossia sottomesso soltanto alle forze dell’anima. Manifestazioni in terra del “corpo glorioso”, i corpi dei santi tendono ad essere incorrotti. Ed è perciò che da essi emanano – in numerosi testi agiografici del Medioevo – profumi di ogni genere, odori soavi, “odori di santità”. Anche gli dèi greci conferivano profumi a defunti prescelti. Anche dai corpi degli dèi greci uscivano sovente raggi di luce eclatante. Emissioni di profumo permettevano agli dèi egizi e greci di manifestarsi agli uomini (Walter Deonna). Già divinizzato in vita, il corpo di Alessandro gode dopo la sua morte di virtù particolari: «Lo si trovò così fresco come se fosse stato in vita» (Quinto Curzio). Ma anche se in vita è stato soggetto a malattie che ne hanno lacerato le carni, da morto il santo cristiano resta intatto in analogia con Cristo, che «non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione» (Atti degli Apostoli 2, 38).
Nel Medioevo anche corpi di sovrani non ancora santi furono rinvenuti “intatti”. Quando, nell’anno Mille, l’imperatore Ottone III “cercò” il corpo di Carlo Magno, lo trovò «dopo un digiuno di tre giorni, seduto su una cattedra d’oro nella cripta a volte sotto la basilica di Santa Maria (ad Aquisgrana); era incoronato di una corona d’oro fine, e il suo corpo fu persino ritrovato perfettamente intatto». Il corpo incorrotto di Carlo Magno conferiva un prestigio specialissimo all’imperatore regnante, Ottone III. Eppure Carlo Magno non era allora ancora venerato come santo, lo sarà soltanto nel 1165 per volere di Federico Barbarossa. Anche corpi di papi furono ritrovati intatti. Nel 1605, il sepolcro di Bonifacio VIII (1295-1303) nella antica basilica vaticana fu aperto alla presenza della famiglia Caetani. Grande fu la sorpresa di tutti, quando si scoprì che il cadavere del papa era «intatto e non corrotto, ed ancora rivestito degli abiti sacri». Solo una parte del naso e delle labbra erano danneggiate. Le sue mani erano lunghe e belle e si poteva ancora osservare il sistema finissimo dei nervi e delle vene. Ci si meravigliò molto «che esse si fossero conservate intatte ed incorrotte per così tanto tempo». Lo stato incorrotto della salma di Bonifacio VIII non fu però in nessun modo motivo per una sua rivalutazione storica in termini di santità! Quando però nel 1832, la famiglia Caetani fece di nuovo riaprire il sepolcro del papa, si sottrasse una piccola falange della mano del papa che fu a lungo considerata come «la più preziosa delle nostre reliquie di famiglia».

da “La Repubblica”, 09/03/2008.

Per saperne di più:
Jacopo da Varazze, Legenda Aurea, a cura di A. Vitale Brovarone e L. Vitale Brovarone, Torino, Einaudi, 2007;
Luigi Canetti, Frammenti di eternità: corpi e reliquie tra Antichità e Medioevo, Roma, Viella, 2002;
Waldemar Deonna, Du miracle grec au miracle chrétien, 3 voll., Ginevra, Birkhäuser, 1945-48.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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