Perché ci piace credere all’eterna giovinezza

di Agostino Paravicini Bagliani

La fontana della giovinezza - custodia di specchio in avorio intagliato - Francia, 1330-1340 - Baltimora, Walters Art Gallery.

La fontana della giovinezza – custodia di specchio in avorio intagliato – Francia, 1330-1340 – Baltimora, Walters Art Gallery.

Quanto volte sentiamo dire: “non siamo più nel Medioevo”? Eppure vi è un Medioevo che rivive ogni fine settimana nei migliaia di festival che si organizzano in tutti i paesi d’Europa. È un Medioevo fantastico, leggendario, epico che ci propone un mondo scomparso che crediamo corrisponda a quello delle nostre radici, pur essendo stravolto e rifatto. Ma vi è anche un Medioevo che continua a vivere tra di noi senza che ce ne rendiamo conto. È quel “Medioevo lungo” di cui ha parlato Jacques Le Goff e che corrisponde a realtà, perché elementi della cultura medievali sono ancora presenti persino nella Rete dove si possono leggere ricette di ditte di cosmetica che vantano «il potere idratante dell’oro potabile», cui si possono associare «essenze benefattrici come la perla». Oro potabile, perle, ma anche rosmarino, ambra e polvere di vipera furono proposti come strumenti di longevità per la prima volta alla cultura europea nel Duecento, quando si iniziò a riscrivere il mito di un possibile prolungamento della vita anche grazie a testi alchemici entrati in Europa tramite il mondo arabo. Prima di allora il mito dell’eterna giovinezza era inserito in leggende che situavano il possibile ringiovanimento in regioni inaccessibili al comune dei mortali. Nessuno aveva mai incontrato la fonte della giovinezza che raccontava la leggenda di Alessandro Magno, una delle più fertili del Medioevo come spiega Marco Di Branco (Alessandro Magno. Eroe arabo nel Medioevo, Salerno Editrice, pagg. 152, euro 12). Soltanto Alessandro Magno e i quattro vegliardi in cui si era imbattuto in India erano riusciti, immergendovisi, a tornare alla condizione di uomini di trent’anni. L’acqua di questa fontana della giovinezza proveniva da uno dei quattro fiumi del Paradiso terrestre. Anche la leggenda del Prete Gianni raccontava che «se, a digiuno, qualcuno beve tre volte in quella fontana, sarà preservato da ogni infermità e vivrà come se avesse trentadue anni». Ma nessuno era mai penetrato nel regno del Prete Gianni, che possedeva «pietre che ci portano sovente le aquile (simbolo di immortalità), grazie alle quale possiamo ringiovanire». Ancora nel Quattrocento, una magnifica carta geografica, di Andrea Walsperger, situava nell’Oceano indiano, rimasto sconosciuto all’Occidente medievale, un’ isola «in cui nessuno muore».
Nei primi decenni del Duecento, di colpo, un autore la cui identità rimane oscura («il signore del castello Goet»), scrive un trattato per proporre ai sovrani della società cristiana dell’epoca – il papa Innocenzo IV (12431254) e l’imperatore Federico II (1194-1250) – sostanze capaci di far ringiovanire: l’oro anzitutto, ma anche l’ambra, la vipera, il rosmarino, il sangue e l’aloe, pianta indiana. Soltanto una generazione dopo, uno dei più affascinanti uomini di scienza medievali, il francescano di Oxford Ruggero Bacone riuscirà ad imporre l’idea che come l’alchimia è la «medicina dei metalli», così l’alchimia serve la medicina dei corpi, «eliminando le corruzioni del corpo umano al fine di prolungare la vita per diversi secoli». E lo fece avanzando idee molto audaci per l’epoca. In uno dei versi della sua celebre invettiva contro Bonifacio VIII, Jacopone da Todi, anch’egli francescano, apostroferà così il pontefice: «Pensavi per augurio la vita perlongare», il che non può non far pensare ai possibili rapporti tra Bonifacio VIII e l’alchimia di cui ci parlano le fonti.
Dal Duecento in poi, l’oro potabile vincerà una corsa quasi senza ostacoli. Certo, i protochimisti, come Bernard Palissy (1510-1590), ne metteranno in dubbio il fondamento scientifico; ma grazie anche a celebri opere come il De vita longa di Marsilio Ficino e alla farmacopea dell’epoca moderna, l’oro, in particolare quello “potabile”, ma anche le perle o la polvere di vipera continueranno ad essere proposte come strumenti di salute perfetta e di longevità. L’oro sarà difeso da Paracelso e dalla cultura inglese del Seicento, cosi attenta alle idee di Ruggero Bacone. L’oro entrerà nelle pratiche culinarie dell’alta aristocrazia, dai Visconti a Caterina de’ Medici.
Ma furono le conoscenze alchemiche e mediche importate in Occidente dal mondo arabo ad avere dato vita ad una riscrittura del mito occidentale di eterna giovinezza che riuscì con disinvoltura a superare le concezioni medievali negative intorno al corpo. Stando alle teorie del francescano Bacone, l’uomo, con le pratiche di elisir, può ottenere un equilibrio armonioso che oggi potremmo definire psicosomatico, perché l’equilibrio corporeo così raggiunto serve al benessere della persona, è cioè strumento di felicità per l’anima. È indubbiamente un «altro Medioevo».

da “La Repubblica”, 27/07/2011

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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