La fabbrica dei santi

di Agostino Paravicini Bagliani

Duccio di Buoninsegna, Maestà - ricostruzione dei pannelli ora al museo dell'Opera del Duomo di Siena - 1308-11

Duccio di Buoninsegna, Maestà – ricostruzione dei pannelli ora al museo dell’Opera del Duomo di Siena – 1308-11

Durante il suo lungo pontificato, Giovanni Paolo II ha proclamato milletrecentoquarantadue beati e quattrocentottantatré santi, un fatto unico nella storia della santità che il pontefice giustificò dicendo: «È colpa dello Spirito Santo se ho fatto tante canonizzazioni». Il suo successore, Benedetto XVI, ha ridotto sensibilmente un ritmo così sorprendente ed ha anche ripristinato una prassi antica, lasciando alle diocesi il compito di proclamare i beati e riservando alla Sede apostolica la canonizzazione dei santi. Sono decisioni che ci ricordano che il riconoscimento della santità ha avuto continue evoluzioni nel corso della storia.
Nei primi secoli del cristianesimo, santi erano generalmente i martiri. Ossia coloro che avevano subito il martirio per avere proclamato la propria fede e venivano perciò chiamati confessori. La santità, riconosciuta per vie spontanee e non rigide, serviva a commemorare la vittoria della comunità cristiana e a proporre i martiri come un esempio. La loro vita fu commemorata in sermoni e “vite”. Nacque così l’agiografia, un genere letterario che attraverserà tutta la storia del cristianesimo. Oltre ai martiri, santi furono principalmente asceti (sant’Antonio), vescovi (sant’Agostino, sant’Ambrogio), re e qualche regina, ossia persone di alto rango sociale. Per le donne contavano soprattutto virtù legate alla verginità e alla castità.
Soltanto verso la fine dell’Undicesimo secolo il papato inizia a riflettere a strumenti di controllo dell’accesso alla santità. Papa Urbano II (1088-1099), sollecitato a proclamare santo un abate bretone, risponde che una simile distinzione non può essere concessa senza garanzie per quanto riguarda i prodigi che gli si attribuivano. Papa Calisto II (1120) completa il quadro scrivendo all’abate di Cluny che non ci si può più accontentare dei miracoli raccontati nelle vite dei santi e esige che compaiano davanti a lui testimoni autentici. Dal Dodicesimo secolo in poi, i papi richiesero sempre più frequentemente vere e proprie inchieste con audizione di testimoni. L’inchiesta doveva essere affidata a tre commissari, tra i quali almeno un vescovo. Insomma, Roma desiderava sempre di più disporre di prove di santità. Il ricorso obbligatorio al diritto («la disciplina critica dell’epoca», André Vauchez, La santità nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1989) indusse sovente le autorità a diffidare del «fervore popolare».
Le procedure si affinarono anche con la nascita di forme di interrogatorio, ossia di formulari stereotipi che i commissari (per lo più notai) potevano usare per le loro inchieste. Dalla fine del Dodicesimo secolo in poi, domande di canonizzazione affluirono sempre più numerose verso Roma. Tra il 1198 e il 1304, il papato decise di aprire quarantanove processi di canonizzazione, una cifra che risulta inferiore nel periodo successivo (1305-1431: ventidue). Soltanto la metà dei processi finì con un riconoscimento solenne di santità. Le esigenze crescenti rivolte alla verifica della fama di santità, la morte di un papa, le difficoltà di trasmissione di documenti, i costi di mantenimento dei postulatori, oltre che situazioni politiche e religiose contingenti, contribuirono a rendere sempre difficile il cammino verso gli altari anche per candidati morti in odore di santità. La canonizzazione di san Francesco (16 luglio 1230), che avvenne per volere espresso del papa (Gregorio IX) meno di due anni dopo la morte del santo, è un caso praticamente unico nella storia della santità di quei secoli. Tra il 1198 e il 1431, un solo prete riuscì a salire agli onori degli altari, il bretone sant’Ivo di Tréguier. Tra i religiosi, una sola era una donna: Chiara d’Assisi. Le altre figure femminili erano legate agli ordini mendicanti (santa Caterina da Siena). Luigi IX, re di Francia, canonizzato da papa Bonifacio VIII ad Orvieto nel 1297, fu l’ultimo sovrano medievale ad essere portato agli altari. Alcuni provenivano da classi medie e popolari, il che costituiva una vera novità.
Tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo, il processo di canonizzazione era dunque diventato uno strumento importante della pienezza dei poteri dei papi, ma non senza incontrare resistenze. Per molti teologi e canonisti, la canonizzazione di un santo non rientrava nell’ambito dell’infallibilità perché il processo di canonizzazione, dicevano, è il risultato di un’azione umana, di per sé fallibile. Soltanto alla fine del Cinquecento, in piena Controriforma, si impone un chiaro consenso per affermare che «di necessità si deve credere che il pontefice romano non può errare» (nel canonizzare santo una persona). Con la Controriforma, il carattere eroico nell’esercizio delle virtù cristiane sembrò inoltre offrire un baluardo a chi – in seno alla Riforma (Martino Lutero, Giovanni Calvino) e fuori (Erasmo) – criticava fortemente la politica di canonizzazione del papato. Per la quale invece si aprirono a Roma nuovi scenari sempre più solenni.
La canonizzazione di Carlo Borromeo (1610) fu celebrata per la prima volta in piazza San Pietro. Per le cerimonie per la canonizzazione di papa Pio V, decisa dopo un secolo e mezzo di traversie (1712), si allestirono macchine pirotecniche davanti Santa Maria sopra Minerva, e per salutare il Papa che aveva vinto la battaglia di Lepanto (1571) fu organizzata una battaglia navale a Piazza Navona. Le tre navi con le armi del Turco furono vinte da quelle cristiane. Le aspre critiche che provenivano dalla Riforma indussero Roma a controllare più rigidamente le procedure di riconoscimento della santità. Papa Sisto V creò nel 1588 la Sacra Congregazione dei Riti con il compito di intensificare le verifiche della fama di santità e dei miracoli.
Insomma, la Controriforma provocò un susseguirsi di decreti, il più importante dei quali fu la Caelestis Hierusalem di papa Urbano VIII (1634) che fissava un termine di cinquant’anni per potere aprire un processo di canonizzazione – siamo lontani dal «Santo subito» proclamato dalla vox popoli alla morte di papa Giovanni Paolo II. Fu allora introdotta la figura del promotore della fede (il cosiddetto Avvocato del Diavolo) con il compito di garantire un esame critico del processo. L’inquisizione romana vietò qualsiasi forma di culto prima che si conoscesse l’esito del processo. Le immagini dei candidati alla santità non potevano portare aureole o raggi. E sulle loro tombe non si potevano né accendere ceri né apporre ex voto. Gli autori di vite di “santi” non avevano più il diritto di parlare di miracoli o prodigi prima che fossero autenticati dalle autorità (Roberto Rusconi, Santo Padre. La santità del papa da san Pietro a Giovanni Paolo II, Roma, Viella, 2010). Un secolo dopo, nel 1739, il cardinale Lambertini, futuro Benedetto XIV, affidò l’autenticazione dei miracoli ai medici.
Ora il numero dei medici è salito a cinque, bisogna attendere cinque anni per chiedere l’apertura di un processo. E lo svolgimento del processo, sotto l’autorità della Congregazione per le Cause dei Santi, non è più sottomesso alle verifiche dal celebre Avvocato del Diavolo, una figura che papa Giovanni Paolo II soppresse nel 1983 per snellire i processi e poter così proclamare in un solo pontificato più beati e santi che in duemila anni di storia.

da “La Repubblica”, 28/02/2010

Per saperne di più:
André Vauchez, La santità nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2009;
Roberto Rusconi, La gloria degli altari: i papi santi nella storia della Chiesa, Milano, Mondadori, 2012.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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