Quale storia racconta la Sindone?

Articolo tratto dal mio intervento al convegno “La Sindone di Torino tra antiche e nuove scoperte“: Salerno, Sala Molinari del Convento dell’Immacolata, 13 aprile 2012.

Davanti ad un reperto come la Sindone, bisogna porsi anzitutto due domande:

  1. Che cos’è?
  2. Quale storia racconta?

Per rispondere alla prima domanda, nessuno è più adatto del dott. Paolo di Lazzaro, fisico e  ricercatore all’ENEA di Frascati.

La seconda, in realtà, è inesatta, perché di storie che la Sindone racconta ne esistono almeno due: una è contemporanea all’Uomo della Sindone, la cui impronta campeggia lungo tutta la lunghezza del lenzuolo, e ci parla del contesto in cui è vissuto, e l’altra è posteriore all’Uomo della Sindone, e ci racconta cosa questo tessuto, nato come lenzuolo funebre, sia diventato nei secoli successivi, fino ad oggi.
Già, perché è accaduto su questo lenzuolo ciò che accade quasi sempre nei siti archeologici: nel corso dei secoli si succedono varie fasi, e tutte lasciano una traccia, creando così una stratigrafia, in cui gli strati rappresentano, per così dire, l’equivalente degli anelli che ci raccontano la storia di un albero. Noi vogliamo provare a ripercorrere la storia di questo lino, proprio come faremmo con un sito archeologico: esamineremo i vari strati, uno per uno, e scopriremo non solo le tracce che la Storia ha lasciato sulla Sindone, ma anche quelle che la Sindone ha lasciato nella Storia.

Affresco con la prima immagine di Gesù raffigurato come un uomo di origine palestinese - 2a metà del IV sec. d.C. - Roma, Catacombe di Commodilla.

Affresco con la prima immagine di Gesù raffigurato come un uomo di origine palestinese – 2a metà del IV sec. d.C. – Roma, Catacombe di Commodilla.

Primo strato.
Partiamo con una domanda: una volta privato del cadavere, cos’è successo al lenzuolo?
In realtà non lo sappiamo; su questo i testi dei primissimi secoli tacciono. Ovvero, la curiosità su dove fosse finito il lenzuolo di Cristo c’è, e i testi apocrifi ci costruiscono sopra romanzi interi. L’evangelista Giovanni dice solo che la Sindone viene trovata vuota insieme al sudario all’interno del sepolcro al mattino del terzo giorno; poi cala il silenzio più totale. Il perché è evidente: i Cristiani sono perseguitati, prima dall’autorità ebraica e poi da quella romana. Poi c’è il problema che questo lenzuolo è entrato in contatto con un cadavere, ed è quindi per la legge ebraica sommamente impuro, cosa rischierebbe di farlo distruggere dalle autorità ebraiche.
Per non parlare di tutta la polemica sulle immagini sacre. Nei primi secoli il culto delle immagini è guardato con molto sospetto, perché nei culti pagani, soprattutto nel mondo greco, l’immagine è considerata essa stessa epifania della divinità, e una mentalità del genere è incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo: Dio non è rappresentabile, e per giunta il secondo comandamento vieta a chiare lettere di adorare qualsiasi immagine. D’altra parte, però, si è già sviluppata da tempo una pratica di devozione privata per le icone, dipinte su legno o ricamate su stoffa, materiale divino già per l’Antico Testamento.

L'apostolo Taddeo e re Abgar - icona da S. Caterina al Monte Sinai, olio su tavola - X sec.

L’apostolo Taddeo e re Abgar – icona da S. Caterina al Monte Sinai, olio su tavola – X sec.

Secondo strato
Qui cominciano le prime tracce, ma dobbiamo partire dai testi. Verso il V-VI secolo, si comincia a mettere per iscritto una leggenda che ruota intorno ad una miracolosa immagine di Gesù conservata e venerata a Edessa, una cittadina sul Mar nero, all’epoca capitale dell’Osroene, un regno indipendente fuori dal territorio romano. La leggenda narra dell’evangelizzazione di Edessa da parte di un certo Addai, uno dei Settanta discepoli, poi identificato con l’apostolo Giuda Taddeo. Il re Abgar di Edessa, malato, scrive a Gesù di venire a guarirlo; Gesù non viene, ma dà agli inviati del re un’immagine del suo volto che lo guarisce, e l’intero regno si converte al Cristianesimo; dopo la morte di Abgar, però, c’è un breve ritorno al paganesimo, e l’immagine viene occultata in una delle porte del palazzo, per poi essere riscoperta durante i lavori di ristrutturazione in seguito a un alluvione.
La prima versione della leggenda, la Dottrina di Addai, di V secolo, dice che si tratta di un’immagine dipinta su tavola dall’inviato del re, Anania. In effetti, fino al VI secolo, le testimonianze sono molto vaghe: si sa che esiste un’immagine di Gesù ad Edessa, ma sembra che nessuno sappia esattamente cosa sia né dove sia. Invece, dal VI secolo in poi, si parla di una cosiddetta acheropita, cioè un’immagine non fatta da mano umana, prodotta miracolosamente con “umore bagnato” non appena Cristo passa sul volto una sindon. Il che ha fatto pensare allo storico inglese Ian Wilson che questa immagine, dal X secolo in poi chiamata Mandylion, “fazzoletto”, sia stata scoperta proprio nel VI secolo. L’autore Evagrio, nello stesso periodo, dice che l’immagine, esposta sulle mura, avrebbe perfino salvato la città di Edessa, durante l’assedio dei Persiani!

Da sinistra: Buon pastore - affresco dalle Catacombe di Santa Comodilla, Roma - III secolo; Gesù consegna la Legge ai Santi Pietro e Paolo - mosaico dall&abside della basilica di Santa Costanza, Roma - IV secolo; Cristo benedicente - Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma – IV-V secolo.

Da sinistra: Buon pastore – affresco dalle Catacombe di Santa Comodilla, Roma – III secolo;
Gesù consegna la Legge ai Santi Pietro e Paolo – mosaico dall&abside della basilica di Santa Costanza, Roma – IV secolo;
Cristo benedicente – Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma – IV-V secolo.

E, guardacaso, proprio dal VI secolo, l’iconografia del volto di Cristo cambia completamente. Prima non c’era solo un modo di rappresentare Cristo: a parte le rappresentazioni simboliche, l’iconografia del Cristo era il tipo senza barba, ma occasionalmente poteva essere rappresentato con la barba, come si vede in alcune immagini nelle catacombe. Ebbene, dal VI secolo vi sarà un unico modo di rappresentare Cristo, e questa iconografia ricalca in maniera impressionante la Sindone. Gli informatici Nello Balossino e Aldo Tamburelli, dell’Università di Torino, hanno condotto un’analisi comparativa su diverse icone anteriori al 1250, tra cui alcune antichissime come il Pantokrator di Santa Caterina al Monte Sinai di VI secolo, il Cristo della Chiesa di Santa Sofia a Salonicco di VII secolo, e il Pantokrator di Dafni di IX secolo. Hanno così tanti punti di contatto che i due studiosi hanno potuto ricavare un “modello comune” che hanno poi sovrapposto alla Sindone. Risultato impressionante: dai 145 ai 250 punti di congruenza; secondo il sistema criminologico americano ne bastano 60 per stabilire che si tratta di due immagini della stessa persona. Lo stesso si può dire delle monete: ad esempio, un solido aureo bizantino di VII secolo riporta il tipo iconografico del Pantokrator, e ha le medesime caratteristiche degli altri esempi.

In senso orario: Pantokràtor - aureo di Costantino II, VII sec.; Pantokrator - mosaico dalla cupola del monastero di Dafni, IX sec.; Particolare di Cristo con Maria e gli apostoli - mosaico dalla chiesa di S. Sofia a Salonicco; Pantokrator - particolare da icona ad encausto da S. Caterina al Monte Sinai, VI sec.

In senso orario: Pantokràtor – aureo di Costantino II, VII sec.;
Pantokrator – mosaico dalla cupola del monastero di Dafni, IX sec.;
Particolare di Cristo con Maria e gli apostoli – mosaico dalla chiesa di S. Sofia a Salonicco;
Pantokrator – particolare da icona ad encausto da S. Caterina al Monte Sinai, VI sec.

Il problema è che la leggenda parla di un panno che raffigura solo il volto. Ma, a una lettura attenta, i testi ci dicono molto di più. Negli Acta Thaddei di VI secolo viene detto che Gesù si fa dare per asciugarsi il volto un rakos tetradiplon, un “panno piegato quattro volte doppio”, cioè “piegato in 8”. Ora, la Sindone è fatta di lino, e il lino è fatto in modo che, se tenuto piegato per lunghi periodi, si sgualcisce e le pieghe diventano permanenti. Con le fotografie scattate in luce riflessa, è apparsa questa situazione: sette pieghe a intervalli regolari, che indicano che la Sindone è stata conservata per un certo periodo ripiegata in 8 parti. E, se pieghiamo la Sindone in 8 parti, cosa si vede? L’impronta del volto, che, ricoperta da un reliquiario a graticcio, diventa identica all’iconografia del Mandylion, almeno a quella più antica, fino al XIII secolo.

Immagine 4

È il volto la parte che più viene mostrata e “pubblicizzata”: tanto più che viene detto che, insieme al Mandylion, viene trovata una tegola in laterizio su cui l’immagine di Cristo si sarebbe miracolosamente riprodotta. Probabilmente è solo una tegola con il Volto Santo dipinto o in bassorilievo, poi murato con la facciavista rivolta verso l’interno, ma questo genera la convinzione che l’immagine sia in grado di riprodursi da sola; purtroppo la tegola non ci è arrivata.

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Poi ci sono allusioni come quella di Smera di Costantinopoli, che nell’VIII secolo afferma che l’immagine di Edessa «era dell’intero corpo, non solo del volto»; la stessa espressione si trova, nello stesso periodo, in un sermone di papa Stefano III. E sappiamo che ne circolano delle copie dipinte: il vescovo Epifanio di Salamina, già nel IV secolo, dice di aver visto appeso in una chiesa di Anablatha, in Palestina, «un lungo telo tinto e dipinto che portava l’immagine di un uomo a somiglianza di Cristo o di qualche santo». La cosa viene detta un po’ in sordina, sembra che non si tenga molto a sbandierarla. E per un motivo molto preciso: in questo periodo, in Oriente ha preso potere l’Iconoclasmo, un’eresia che condanna le immagini sacre perché trova inconcepibile che Dio abbia assunto in tutto e per tutto la natura umana. È un periodo in cui molte icone vengono distrutte e molti artisti devono scappare in Occidente: per fortuna, Edessa nell’VIII secolo è già in territorio musulmano, dunque l’immagine è al sicuro, ed è possibile andarla a venerare.
Un’osservazione tra parentesi: alcuni dei pollini che il dott. Frei Sulzer, direttore del laboratorio scientifico della polizia di Zurigo, e poi il prof. Danin, botanico dell’Università di Gerusalemme, hanno riscontrato sulla Sindone sono proprio tipici della zona del Mar Nero.

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Terzo strato
Anche qui dobbiamo partire dai testi. Nel 944 l’Imperatore Romano I decide di far portare l’immagine di Edessa a Costantinopoli, e incarica Gregorio il Referendario, l’arcidiacono di Santa Sofia, di supervisionare la traslazione: deve verificare che la reliquia sia autentica. Abbiamo il testo dell’omelia che Gregorio pronuncia in occasione dell’arrivo del Mandylion a Costantinopoli: in essa, Gregorio dice che l’impronta del Cristo «è stata abbellita dalle gocce fuoriuscite dal suo costato». Per quel povero diacono è sicuramente uno shock tremendo: si aspetta di portare a Costantinopoli il volto dell’Onnipotente, vivo, glorioso, e invece si trova davanti all’impronta di un cadavere massacrato. Qualcosa che la mentalità del tempo fatica ad accettare. In un primo momento si cerca di non creare troppo scandalo, e si lascia il lenzuolo ripiegato nella sua custodia: tanto ormai l’iconografia del Mandylion si è codificata così, e, rigidi come sono i canoni artistici medievali e specialmente quelli bizantini, non si possono apportare grandi cambiamenti. Esempi chiarissimi ne sono due miniature: la prima è tratta da un manoscritto delle Cronache di Giovanni Scilitze, probabilmente miniato in Sicilia nel terzo quarto del XII secolo, e rappresenta un dignitario che offre il Mandylion a Costantino Porfirogenito, genero ed erede dell’imperatore, e lo si vede in forma di asciugamano; la seconda è un po’ più tarda (fine XIII secolo) e di provenienza romana, e si vede Anania, inviato del re Abgar, mentre mostra il Mandylion agli abitanti di Gerapoli, e si vede come nella precedente un piccolo quadretto con l’immagine del volto, ma qui c’è il particolare curioso della stoffa che emerge dalla cornice, dunque, bene o male, si sa che non è un semplice asciugamano.

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Sinassario dal Monte Athos – XIV secolo: alla voce “Santo Mandylion” si dice che è macchiato del sangue fuoriuscito dal costato di Cristo.

Costantino Porfirogenito, il futuro Costantino VII, e un uomo coltissimo, letterato e pittore dilettante. Perciò, nel momento in cui vede il Mandylion, si rende subito conto con cosa ha a che fare. A lui viene attribuito un testo chiamato Diegesis, in cui si descrive il Mandylion e si racconta la sua storia. Costantino ha modo di venerarlo insieme alla famiglia reale, disteso in tutta la sua lunghezza sul trono imperiale, prima di essere riposto nella cappella imperiale di S. Maria del Faro insieme alla tegola. Costantino se ne intende di pittura, e si rende subito conto che l’immagine non è un dipinto: dice che è molto evanescente, come se si fosse formata per «impressione di fluidi». In questa versione, la leggenda cambia: non è più il panno portato dagli inviati di Abgar con cui Gesù si sarebbe asciugato il viso, ma quello con cui i discepoli gli asciugano il volto durante l’agonia nel Getsemani, e l’impronta è quella del sudore e del sangue. Da ora in poi, i testi che parlano del Mandylion parleranno anche di sangue: ad esempio, un sinassario di XIV secolo custodito in un monastero sul Monte Athos nomina chiaramente la macchia del costato.

L'immagine frontale dell'Uomo della Sindone (al centro) confrontata con due epitaphioi: a sinistra - Epitaphios di Stefan Uros II Milutin, re di Serbia - 1282-1321- Belgrado, Museo della Chiesa Ortodossa Serba; a destra: Epitaphios del monastero di Stavronikita al Monte Athos, XIV-XV sec.

L’immagine frontale dell’Uomo della Sindone (al centro) confrontata con due epitaphioi:
a sinistra – Epitaphios di Stefan Uros II Milutin, re di Serbia – 1282-1321- Belgrado, Museo della Chiesa Ortodossa Serba;
a destra: Epitaphios del monastero di Stavronikita al Monte Athos, XIV-XV sec.

La sensibilità, anche artistica, sta cambiando: Gesù in croce non è più “il Re dei re”, ma “l’Uomo dei Dolori”; si comincia a dar risalto al valore della Passione. Dunque mostrare aperta la Sindone non è più un tabù, e viene mostrata in occasioni importanti, come la visita del re di Francia Luigi VII nel 1147, e la possono ammirare illustri pellegrini da tutto il mondo, anche dall’Occidente. E proprio durante il regno di Costantino Porfirogenito si comincia a introdurre un arredo liturgico nuovo nel rito bizantino, il cosiddetto epitaphios, un lenzuolo dipinto o ricamato con la scena della Deposizione che si usa ancora nel rito ortodosso del Venerdì Santo. Un Cristo deposto dalla croce che somiglia in maniera impressionante all’Uomo della Sindone, con le braccia incrociate. È un fatto completamente nuovo, che gli epitaphioi contribuiranno a diffondere in Occidente.

Deposizione e sepoltura - miniatura dal Codex Pray di Budapest - 1193.

Deposizione e sepoltura – miniatura dal Codex Pray di Budapest – 1193.

Di questo periodo rimangono tracce sulla Sindone? Una è particolarmente interessante: un manoscritto, il Codex Pray di Budapest, miniato in Ungheria nel 1193 ma che copia probabilmente un manoscritto precedente di un secolo. Una tavola in particolare rappresenta in alto la Deposizione, in basso il ritrovamento del sepolcro vuoto. In alto, il Cristo è rappresentato nudo (cosa che non si vede mai nelle miniature orientali), esattamente come si vede sulla Sindone, con le braccia incrociate e i pollici nascosti, disteso su un lenzuolo di lino bianco.

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In basso, le donne arrivano, e l’angelo indica il lenzuolo disteso con il sudario piegato a parte. Qui sembra che il miniatore abbia voluto riprodurre i particolari caratteristici della Sindone, la trama a spina di pesce e i 4 fori a forma di L che nel XII secolo si possono già vedere. Da cosa siano stati provocati non si sa, ma la loro forma suggerisce che la Sindone, al tempo della loro formazione, non sia più ripiegata in 8, ma in 4.

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In effetti, le fotografie in luce riflessa hanno rivelato che, su quelle sette pieghe di cui parlavamo prima, se ne sono sono sovrapposte delle altre. Dunque la Sindone, in un periodo successivo a quello in cui veniva conservata piegata in 8, è stata conservata piegata in 4. Inoltre, all’altezza delle ginocchia dell’immagine anteriore, c’è un gruppetto di pieghe decisamente insolito, e invece, all’altro capo, la stoffa è stata tanto tirata da far sparire la piega. Questa situazione ha fatto pensare al fisico John Jackson che talvolta questo tessuto venisse sollevato con un macchinario con un sistema di contrappesi in modo da tenerlo ben teso. C’è un riscontro storico: una cronaca di Robert de Clari, un cavaliere francese che partecipò alla Quarta Crociata nel 1204, partita per tentare la riconquista di Gerusalemme ma poi sostanzialmente sfruttata dai Veneziani per regolare i loro conti personali con Costantinopoli. Robert de Clari descrive le meraviglie della città, compresa una chiesa, S. Maria delle Blacherne, in cui, dice, si trova “la Sindone di Nostro Signore”, che il Venerdì Santo viene “tirata su” in modo che l’immagine sia chiaramente visibile. Si tratta di un’ostensione fatta in maniera abbastanza spettacolare com’è nello stile bizantino. Ne è rimasta una memoria visiva nella cosiddetta Imago Pietatis, che si diffonde proprio in questo periodo: il Cristo morto, raffigurato come sulla Sindone, ritratto solo fino alla vita, proprio in corrispondenza di quell’area della Sindone che appare priva di piegature, e sembra che venga estratto da una cassa. La testimonianza di Robert de Clari ci dice inoltre che la Sindone era stata spostata dalla chiesa di S. Maria del Faro, dove si trovava ancora tre anni prima quando la vide Nicola Mesarites; li è rimasta molto probabilmente solo la tegola, dato che lo stesso Robert de Clari dice di aver visto lì una “touaile“, che può significare sia “fazzoletto” che “tegola”, con il ritratto miracoloso di Cristo.

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Questa è l’ultima testimonianza che abbiamo di quel periodo. Costantinopoli subisce un terribile saccheggio da parte delle truppe crociate, con una razzia generale di opere d’arte e reliquie che vengono portate in Occidente, compresa la quadriga in bronzo che oggi si trova a San Marco, a Venezia. Robert de Clari dice che «alcuno seppe, né Greco, né Francese, che cosa avvenne di questa Sindone quando la città fu conquistata».

Sepolcro di Othon de la Roche - Castello di Ray-sur-saone - 1221.

Sepolcro di Othon de la Roche – Castello di Ray-sur-saone – 1234.

Quarto strato
Qui inizia il periodo che è stato definito “gli anni oscuri” della Sindone, cioè un buco in cui la Sindone sembra svanita nel nulla. Ricomparirà solo 150 anni dopo, a Lirey, un paesino dello Champagne francese, nelle mani del cavaliere Geoffroi de Charny. Il silenzio è ben comprensibile: proprio a seguito del comportamento inqualificabile dei Crociati a Costantinopoli, il IV Concilio Lateranense ha lanciato la scomunica contro i trafugatori di reliquie.

Chiesa delle Blacherne - Dafni.

Chiesa delle Blacherne – Dafni.

In realtà, se guardiamo i testi, le ombre si cominciano a dissipare. Nell’Archivio di Stato di Napoli, è stata trovata la copia di una lettera inviata nel 1205 a papa Innocenzo III da Teodoro Angelo Comneno, nipote dell’imperatore Isacco II, in cui chiede che siano restituite a Costantinopoli le reliquie che i Crociati hanno rubato: tra queste c’è il Sacro Lenzuolo di Cristo, che in quel momento si trova ad Atene. La stessa cosa dice l’abate Nicola di Otranto, che nel 1207 la vede ad Atene con i suoi occhi. Come ci è finita lì? Atene in quel momento è un feudo francese, affidato al duca Othon de la Roche, che durante il saccheggio di Costantinopoli, era al seguito di Enrico di Fiandra, accampato proprio nel palazzo delle Blacherne; guardacaso, il luogo di sepoltura dei de la Roche duchi di Atene, sarà una chiesetta presso Dafni chiamate “delle Blacherne”. Niente di più facile che sia stato lui a trafugarla. Quando sia stata portata in Francia non è chiaro: di sicuro Othon de la Roche è morto verso il 1234 nel suo feudo principale, nel castello di Ray-sur-Saone, e lì è stato sepolto. Una tradizione locale vuole che sia stata custodita per un periodo nella cattedrale della vicina Besançon, ma il tutto è abbastanza vago.

Foto per cortesia della Mansio Templi Parmensis.

Foto per cortesia della Mansio Templi Parmensis.

Di recente, però, Barbara Frale, ufficiale all’Archivio Segreto Vaticano, ha trovato un paio di documenti che collegherebbero la Sindone all’ordine dei Templari, riprendendo un’ipotesi che era già stata lanciata negli anni ’70 da Ian Wilson. Attenzione: quando si parla di Templari il rischio di cadere nel fantasioso è sempre altissimo, ma noi ci limiteremo ai fatti, senza sconfinare in leggende esoteriche (Santo Graal, ecc.).
Uno dei principali capi d’accusa in quel processo-farsa imbastito dal re di Francia Filippo il Bello per sbarazzarsi dei Templari, che in realtà vuole mettere le mani sul loro patrimonio per pagare i suoi debiti, è quello di adorare un idolo, detto volgarmente “bafometto”; e i monaci, interrogati sotto tortura, confessano quello che si vuole far confessare loro, e lo descrivono prevalentemente in forma di una testa barbuta.

Immagine 14

Ed è esattamente una testa barbuta, un vero e proprio Mandylion, quella che viene trovata  nel 1943 nella chiesa di Templecombe, che nel XIII secolo appartiene ai Templari. Non è chiaro di cosa si tratti, forse è un’icona di secondo livello o il coperchio di una cassa-reliquiario, riutilizzata prima come coperchio di una cassapanca e poi come tegola. Il Volto Santo raffigurato in questo modo è diffusissimo nell’iconografia templare, anche se ne sappiamo molto poco: ad esempio, in un calvario, dove si svolgevano le processioni della Via Crucis il Venerdì Santo, vicino alla chiesa templare di Sainte-Marie-du-Menez-Hom, in Bretagna, vediamo scolpito esattamente un Mandylion; ma questa iconografia del Volto Santo si trova anche su alcuni sigilli templari che vengono dalla Germania.

Mandylion - bassorilievo dal Calvario di Sainte-Marie-du-Ménez-Hom, XIII-XIV sec.

Mandylion – bassorilievo dal Calvario di Sainte-Marie-du-Ménez-Hom, XIII-XIV sec.

I Templari hanno una grande devozione per il Volto Santo, per la Piaga del Costato e per le reliquie della Passione, e ne possiedono essi stessi un bel po’. Ebbene, Barbara Frale si è imbattuta in alcune confessioni dei frati della zona di Carcassonne, dallo stile molto più sobrio delle altre, che forniscono indizi interessanti su cosa sia questo presunto idolo: in particolare, il monaco Arnaut Sabbatier lo descrive come l’impronta di un uomo su un oggetto tessile abbastanza lungo cui egli, in occasione della sua professione di fede, aveva baciato i piedi tre volte su ordine del precettore.
In effetti, c’è un personaggio che potrebbe aver fatto da collegamento tra i de la Roche e i Templari: Amaury de la Roche, un pezzo veramente grosso dell’Ordine, nonché braccio destro del re di Francia Luigi IX. Non dobbiamo dimenticare che una reliquia così importante è una patata bollente: se si sapesse che ce l’hanno loro, i de la Roche rischiano la scomunica. In più, quando nel 1260-61 i de la Roche perdono il ducato di Atene, riconquistato dai Bizantini, si trovano in una gravissima situazione, anche economica. Niente di più facile che abbiano venduto o impegnato la reliquia ad un’ordine che può custodirla bene e con la riservatezza che consente un canale familiare. D’altronde i Templari hanno prestato denaro ai regnanti di mezza Europa, ed è stato in pratica questo a decretare la loro fine.
Nel 1314, gli ultimi resti dell’Ordine, l’ultimo Maestro del Tempio Jacques de Molay e il precettore di Normandia, finiscono bruciati vivi a Parigi; e il patrimonio dell’Ordine viene affidato ai Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme. A questo punto, ci sono due possibilità: o si è trovato il modo di restituirla ai discendenti dei de la Roche, i de Vergy, di cui una rampolla, Jeanne, diventerà la moglie di Geoffroi de Charny, che così acquisirebbe la Sindone per via matrimoniale; o per via diretta, dato che il precettore di Normandia finito sul rogo insieme all’ultimo Maestro del Tempio si chiama proprio Geoffroi de Charny, e forse appartiene alla stessa famiglia del signore di Lirey. Barbara Frale sembra pensarla così; altri, invece, come lo storico americano Daniel Scavone, propendono per la prima ipotesi.

Immagine 15

Quinto strato
Da questo momento, la storia della Sindone è storia certa: ricompare a Lirey, nelle mani di Geoffroi de Charny, valoroso cavaliere, che morirà nella battaglia di Poitiers nel 1356 per difendere il vessillo del re di Francia.
Geoffroi fonda una chiesa a Lirey, e nel 1353 affida ufficialmente la Sindone ai sei canonici che la custodiscono. Una chiesetta di legno, ma che lui si preoccupa di esentare dalle tasse già nel 1343, e che l’antipapa Clemente VI dota della concessione di indulgenze per i pellegrini: questo fa sospettare che il fatto che Geoffroi de Charny avesse la Sindone fosse risaputo fin da allora. Altro indizio è un medaglione di piombo trovato nella Senna e datato al 1356: si vede raffigurata chiarissima la Sindone, con tanto di trama a spina di pesce, doppia immagine dell’Uomo e bruciature a forma di L, come nella miniatura del Codex Pray. È il souvenir di un’ostensione, il che indica la presenza di un mercato e dunque di un afflusso di pellegrini piuttosto massiccio quasi subito.

Lastra tombale di Geoffroy II de Charny, chiesa dell’abbazia cistercense di Froidmont, Francia, 1398

Lastra tombale di Geoffroy II de Charny, chiesa dell’abbazia cistercense di Froidmont, Francia, 1398

Troppo massiccio, per qualcuno: il vescovo di Troyes Pierre d’Arcis vede questa chiesetta di campagna diventare quasi più ricca della cattedrale, e non se ne sta con le mani in mano. È circa il 1389. Per vietare le ostensioni, arriva a minacciare di scomunica i canonici di Lirey e tutto il clero della diocesi. Poi prende carta e penna e scrive all’antipapa Clemente VII e al re di Francia, chiedendo di metter fine ai pellegrinaggi perché quello che viene spacciato per il sudario di Cristo sarebbe in realtà una frode; dice di aver provato che l’immagine sarebbe stata dipinta, anzi, che il pittore avrebbe confessato. Ha inizio un tira-e-molla con i de Charny che non hanno intenzione di cedere, e per giunta né l’antipapa né il re di Francia sono così ingenui da prendere per oro colato le affermazioni del vescovo, tanto più che Geoffroi II de Charny ha sposato la nipote di Clemente VII. Infine, l’anno dopo, l’antipapa emette una bolla con cui salva capra e cavoli: dà l’autorizzazione al pellegrinaggio e ripristina le indulgenze, a patto che non si dica che la Sindone sia un’autentica reliquia.

Per cortesia dell'Associazione Culturale Speculum Historiae.

Per cortesia dell’Associazione Culturale Speculum Historiae.

Ultima proprietaria della Sindone per la famiglia de Charny è Marguerite de Charny, che, rimasta vedova nel 1438, si trova in ristrettezze economiche e con un figlioccio in mano turca da riscattare. Infuria la Guerra dei Cent’anni, e suo marito aveva preso in custodia la Sindone perché avrebbe potuto proteggerla meglio dei canonici di Lirey. Ma ora i canonici la rivogliono indietro. Marguerite giura e spergiura che la restituirà quando la situazione sarà più tranquilla, ma inizia a viaggiare per l’Europa portando la reliquia con sé: è evidente che cerca qualcuno cui venderla. Ma trovare un acquirente non è facile: la Sindone è già una reliquia molto conosciuta, e, a venderla esplicitamente, la signora rischia la scomunica. Alla fine a comprarla è il duca Ludovico di Savoia, nel 1453, naturalmente in forma ufficiosa: ufficialmente è una donazione, Marguerite lascia la Sindone in eredità al duca di Savoia perché non ha eredi, ma ne riceve un castello e una rendita di 100 fiorini. A questo punto, ai canonici di Lirey non resta che riconoscere ufficialmente che la reliquia è di proprietà del duca, in cambio di un risarcimento.

Ex-voto di Margherita di Savoia - 1453

Ex-voto di Margherita di Savoia – 1453

La Sindone diviene così il palladio di casa Savoia, il simbolo di rappresentanza della famiglia. Viene posta a Chambery, la capitale del ducato, in una cappella che otterrà da papa Sisto IV il titolo di Sainte-Chapelle e da Giulio II un rito speciale, la Messa per la Sacra Sindone. I papi non hanno dubbi che questa sia una reliquia autentica, il francescano Sisto IV la cita perfino nel suo trattato De Sanguine Christi. È nella Sainte-Chapelle di Chambery che la Sindone è colta dall’incendio del 1532, quello che vi lascia le grandi bruciature ai lati, riparate per due anni dalle Clarisse di Chambery. È solo nel 1578 che la Sindone viene trasferita a Torino, in occasione del pellegrinaggio dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo.

Effetti dell'incendio di Chambery - 1532.

Effetti dell’incendio di Chambery – 1532.

Una delle cose di cui mi convinco sempre di più, approfondendo i miei studi, è che questo pezzo di lino abbia in qualche modo plasmato la storia dell’arte e della spiritualità cristiana, in Oriente prima e in Occidente poi. Purtroppo, la Sindone viene spesso vista esclusivamente come reliquia, e la si studia per provarne o meno l’autenticità. Ma non è solo questo: è un reperto archeologico, e fa quello che ogni bravo reperto archeologico deve fare, cioè informarci sul contesto in cui è stato utilizzato e sul tempo che ha attraversato.

Bibliografia:
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MORONI Mario – Lungo le strade della Sindone – Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2000;
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BERGERET Michel – Linceul de Turin, le true historique: 1204-1357 – in “L’identification scientifique de l’homme du Linceul, Actes du Symposium Scientifique International du CIELT, Roma, 10-12 giugno 1993” – Parigi, 1995, pp.145-148;
CAZZOLA, Piero e FUSINA, Maria Delfina – Tracce sindoniche nell’arte bizantino-russa- in “La Sindone, Scienza e Fede – Atti del II Conv. Nazionale di Sindonologia” – Bologna 1981 – CLUEB, Bologna 1983, pp. 129-135;
DUBARLE André-Marie – Storia antica della Sindone di Torino – Ed. Giovinezza, Roma 1989;
FOSSATI Luigi – La Sacra Sindone – Storia documentata di una secolare venerazione – Editrice Elledici – Leumann (TO) 2000;
FRALE Barbara – I Templari e la sindone di Cristo – Il Mulino, Bologna 2009;
ID. – La sindone e il ritratto di Cristo – Libreria Editrice Vaticana, Vaticano 2010;
GUSCIN Mark – The Image of Edessa – Brill, Leiden 2009;
MARINELLI Emanuela – La Sindone – Analisi di un mistero – Sugarco Edizioni, Milano 2009;
MAZZUCCHI, Carlo Maria – La testimonianza più antica dell’esistenza di una Sindone a Costantinopoli – in “Aevum”, n. 57:2, maggio-agosto 1983, pp. 227-231;
MORGAN, Rex – The Holy Shroud and the earliest paintings of Christ – The Runciman Press, Manly 1986;
PIANA Alessandro – Sindone, gli anni perduti – Da Costantinopoli a Lirey: nuove prove – Sugarco Edizioni, Milano 2007
RAMELLI, Ilaria – Dal Mandilion di Edessa alla Sindone: alcune note sulle testimonianze antiche – Ilu. Revista de Ciencias de las Religiones, No. 4, 1999, pp. 173-193;
SCAVONE Daniel C. – The Shroud of Turin – Greenhaven Press, San Diego, California 1989;
WILSON Ian – The Shroud of Turin – Doubleday & Co., New York, 1978;
ZANINOTTO Gino – Sindone, nuovi contributi e ricerche: Tabula puteolana e crux mensuralis – Roma 1987.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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5 risposte a Quale storia racconta la Sindone?

  1. Fabio P.Barbieri ha detto:

    Io ero uno scettico, ma avendo letto il libro di Barbara Frale ho cambiato opinione. Le testimonianze storiche e scientifiche a favore della Sindone sono impressionanti e convergenti – Mercuriade ne ha menzionato solo una parte, chiaramente non avendo spazio – e la prova contraria, il famoso test del Carbionio 14, e’ notoriamente inaffidabile.

  2. Complimenti! Condivido pienamente con te l’ultima frase, che può essere applicata alla reliquie in genere: una reliquia non va vista solo come tale e quindi sapere se è o no autentica. Una reliquia importante è molto più di questo. E’ un pezzo di storia, anzi in molte occasioni ha fatto ho cambiato la storia; e indubbiamente ha influito sull’arte, la cultura, la politica e l’economia.

  3. ravecca massimo ha detto:

    Se la Gioconda è anche un ritratto al femminile di Leonardo, il più antico dei morphing,
    allora potrebbe essere considerato lo specchio “magico” della Sindone. La Gioconda e la Sindone conterrebbero, in modo nascosto, lo stesso volto. Come lo specchio magico della matrigna di Biancaneve, la Gioconda indicherebbe il più bello del reame. Se la Sindone è autentica reliquia della morte-risurezzione di nostro Signore, allora il volto raffigurato è veritiero per definizione. Ne consegue che Gesù e Leonardo verso il termine della loro vita erano simili nel volto. Mentre se è opera umana, esiste un limite temporale per la sua creazione. L’incendio della cappella francese di Chambéry del 1532, dove era custodita e fu danneggiata, rappresenta l’orizzonte degli eventi, la data limite della sua origine. E’ quindi possibile l’attribuzione a Leonardo, per i seguenti motivi:
    Iconografici. Il volto sindonico rimanda all’immagine di Leonardo.
    Le proporzioni del corpo sarebbero corrispondenti all’Uomo Universale di Leonardo, riprodotto sul retro della moneta da un EURO italiana. Nella figura della Sindone,
    una mano sembra avere le dita più lunghe dell’altra, come nel ritratto di Cecilia Gallerani. L’immagine della ferita al costato ricorda l’urlo di uno dei guerrieri al centro della Battaglia di Anghiari, come appaiono da alcuni disegni originali dei combattenti della Battaglia conservati al museo delle Belle Arti di Budapest, e nella probabile parte del cartone raffigurante la testa di guerriero conservata a Oxford, Ashmolean Museum.
    Ricorsivi. La figura individuabile nella zona plantare destra
    sarebbe l’autoritratto di profilo dell’autore.
    Magici. La Sindone e l’Autoritratto sono custoditi a poche decine di metri l’uno
    dall’altro, essendosi ritrovati dopo secoli tutti e due nel centro storico di Torino. L’Autoritratto è conservato nella Biblioteca Reale e la Sindone nell’attiguo Duomo. Entrambi gli oggetti esposti, con grandi precauzioni, al pubblico solo in eventi particolari. Se è autentica reliquia-miracolo, non si può escludere a priori,
    l’intenzione dell’Autore di farne un’opera d’arte paragonabile ai maestri del
    Rinascimento.
    Nell’ipotesi che l’autore sia Leonardo, il volto di Gesù impresso sulla Sindone, sarebbe “vero” per la “magia” realizzata dall’artista. Il volto sarebbe simile a quello di Leonardo, che ne sarebbe il modello. Avrebbe realizzato l’ennesimo viaggio temporale. Un genio, consapevolmente o meno, ne avrebbe ritratto un Altro trasfigurandosi, realizzando una straordinaria icona. Tramite gli artisti la materia si farebbe verbo. Un concetto caro a Papa Paolo VI. Inoltre, se il professor Alinei ha potuto sostenere, che la Gioconda è una donna morta, ritratta come viva, un “non vivo”, nella Sindone, invece, avremmo un
    Uomo vivo, ritratto come morto, un “non morto”. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.
    Solleva la pietra, e là mi troverai, taglia il legno ed io sono là. Proclama Gesù, secondo il Vangelo apocrifo di Tommaso.

    • mercuriade ha detto:

      Un solo, semplice dato: i documenti testimoniano la presenza della Sindone in Europa fin dalla metà del XIV secolo, e la sua cessione ai Savoia nel 1453.
      Leonardo era nato nel 1452.

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