Con Aristotele, felici di sapere

di Gianluca Briguglia

Platone Seneca e Aristotele - miniatura da "Scritti Devozionali e Filosofici", 1325-1335 - Londra, BL.

Platone Seneca e Aristotele – miniatura da “Scritti Devozionali e Filosofici”, 1325-1335 – Londra, BL.

Chi è ancora abituato a pensare al medioevo filosofico come periodo oscuro e sostanzialmente unitario sarà forse stupito del titolo del convegno organizzato dalla Société internationale pour l’étude de la philosophie médiévale (Siepm), che raduna migliaia di studiosi di medievistica filosofica di tutto il mondo: «I piaceri della conoscenza» (direzione scientifica e organizzazione di Thomas Ricklin e Marc-Aeilko Aris, entrambi docenti alla LMU di Monaco). Il tema è stato strategico nella ricerca degli ultimi due decenni, ma è ancora ricchissimo e promettente e anzi il convegno, che prevede decine di sessioni e centinaia di relatori, sembra avere tra i suoi obiettivi quello di rilanciare il dibattito e la ricerca su basi ancora più ampie. Seguiamo qui solo una pista, che è stata il nucleo concettuale di una prima grande fase della ricerca storiografica recente.
In che cosa consistono il vero piacere e la vera felicità per l’uomo? Si possono trasformare in una forma di vita? Se domande come queste sembrano perenni, le risposte sono storiche. «Il piacere è conseguenza della conoscenza come l’ombra del corpo». Lo scrive Averroè commentando la Metafisica di Aristotele (libro XII), e un gruppo di filosofi del XIII secolo, tra cui Boezio di Dacia (il cui pensiero è stato analizzato per esempio in Italia da Luca Bianchi e Gianfranco Fioravanti), o Giacomo da Pistoia (oggetto di alcuni bei lavori recenti di Irene Zavattero), lo prende sul serio.
Per costoro l’attività filosofica è la via per la felicità e la ragione è il suo campo proprio. Quella del filosofo è però una professione (è il medioevo che inventa le università, prima non c’erano), e l’affermazione che la vita filosofica è l’unica in grado di raggiungere la vera felicità può essere considerata come la presa di coscienza della forma di vita legata al lavoro effettuato alla Facoltà delle Arti (aspetto sul quale ha insistito a lungo Alain de Libera).
D’altra parte il decimo libro dell’Etica nicomachea di Aristotele sembra parlar chiaro: la vita del filosofo è quella che attualizza pienamente le potenzialità umane. Si è pienamente umani, in quanto si è filosofi: etica e conoscenza si intrecciano, felicità e attività intellettuale, come natura dell’uomo, sono legate. E il filosofo del XIII secolo è appunto il maestro delle Arti, il filosofo di professione riconosciuto da una corporazione, dotato di tecniche per indagare la verità, fornito di un sapere pubblico ma specialistico, di metodi scientifici.
L’immagine del filosofo dell’università – che può raggiungere in questa vita la propria felicità – e lo stile di vita del sapiente morigerato, e anzi quasi ascetico, si fondono allora insieme almeno per un momento dando vita a una nuova figura di intellettuale. Sono dunque in questione classi di domande e progetti di ricerca e vita filosofica molto complesse. Si tratta infatti per questi autori di comprendere come il desiderio di conoscere si strutturi in nuove teorie della conoscenza, quali siano gli oggetti del piacere intellettuale e come essi si incontrino con le facoltà umane o come l’intelletto umano possa incontrare, per sua natura, quello divino (copulatio è il termine che spesso troviamo a indicare quel tipo di unione). Ma si tratta anche di capire quale formazione, tecniche di lavoro e di verificazione della conoscenza siano necessarie e quale ruolo abbiano i filosofi nella ricerca e nel presidio sociale della verità. Dunque idee rilevanti e dal significato dirompente, perché lo spazio di questo nuovo filosofo delinea un modello etico, costruisce una gerarchia di valori che entra in conflitto con altri modelli etici, con altre aspirazioni e concettualizzazioni del piacere e della felicità.
L’attenzione degli storici all’impatto di questa riflessione sulla “felicità mentale” (per usare una fortunata, e variamente utilizzata, espressione di Maria Corti) in un momento preciso e strategico della storia intellettuale europea ha delineato un campo di indagine che si è via via ampliato ad altre fonti (si pensi al Convivio e alla Monarchia di Dante), a una più ampia cronologia (Abelardo e Giovanni di Salisbury avevano già tematizzato un nesso tra piacere e sapere) e alle diverse “durate” storiche del mondo mediterraneo (non solo quello musulmano, ma anche quello greco-bizantino ed ebraico).
Il modello di felicità filosofica di quel gruppo di aristotelici radicali non è dunque l’unico e forse neppure il più ardito (e rappresenta solo una piccola parte degli interessi del convegno di Freising). Ciò che colpisce è il rigore della domanda stessa sulla natura della conoscenza e sulla felicità che essa comporta. Il che significava per loro – e un po’ anche per noi – interrogarsi sulla natura stessa dell’umanità e dei suoi desideri.
«Per natura tutti gli uomini desiderano conoscere», avvertiva Aristotele nella Metafisica; e Agostino, certo da una posizione diversa: «Tutti gli uomini vogliono essere felici».

da “Il Sole 24 ore”, 19/08/2012

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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