Post-romani, non barbari

di Gianluca Briguglia

La morte del guerriero - medaglione da piatto d'argento dal "Tesoretto di  Isola Rizza", VII sec. - Verona, Museo di Castelvecchio.

La morte del guerriero – medaglione da piatto d’argento dal “Tesoretto di Isola Rizza”, VII sec. – Verona, Museo di Castelvecchio.

Alcune categorie sul passaggio dall’antichità al medioevo che popolano l’immaginario storico – e che sono tutt’altro che inerti anche nella storiografia – nascono da esigenze e concezioni ottocentesche, rilanciate variamente nel tempo dal l’industria culturale e dal senso comune.
Basterebbe pensare allo schema secco della “caduta di Roma” e fine del mondo antico e al ruolo attribuito ai popoli barbarici in questo punto zero della storia occidentale e a quanto esso sia stato importante nella costruzione dell’autocomprensione nazionale dei diversi stati e popoli europei nel XIX secolo.

Le storiografie nazionali ne hanno marcato interpretazioni diverse e anche opposte. I barbari potevano essere visti, come nella storiografia tedesca, come portatori di un nuovo ethos, di un nucleo compatto di credenze, costumi, leggi, sangue, impermeabili all’esterno, cioè come vettori di una nuova civiltà germanica che vivifica un continente non più romano. Oppure la presenza dei barbari poteva essere vissuta, come nella storiografia italiana – e si pensi al Manzoni – come un evento catastrofico e violento che sottomette la civiltà romana: i Longobardi, per esempio, diventavano così figura dell’invasore austriaco e gli Italiani eredi diretti dei Romani e della loro cultura. Lo stesso pregiudizio dei “secoli bui” applicato all’alto medioevo – secoli bui per la loro violenza e per il loro disordine, o per la caduta della precedente civiltà romana – è corrobarato e associato in vario modo a quegli schemi ottocenteschi.
Stefano Gasparri e Cristina La Rocca, entrambi ordinari di storia medievale, con il loro volume Tempi barbarici. L’Europa occidentale tra antichità e medioevo (300-900), Carocci, raccontano la storia europea occidentale tra IV e IX secolo disinnescando, in modo chiaro e ricco di prospettive, le molte trappole storiografiche che gli schemi ottocenteschi e le loro estese propaggini novecentesche ci hanno consegnato.
I due autori, ad esempio, abbandonano la periodizzazione “antichità-medioevo” attraverso una riproblematizzazione della questione della fine del mondo antico non nei termini della “caduta dell’impero romano”, ma in quelli di una “trasformazione del mondo romano” che esige tempi lunghi e una lettura attenta dei fenomeni sociali ed economici, oltre che di quelli bellici. È un racconto che mostra – con riferimento a varie aree geografiche e ai differenti gruppi – come già il barbaricum, cioè il variegato mondo al di là del limes, del confine, fosse in costante comunicazione con l’impero. La penetrazione e lo stanziamento dei barbari all’interno dei confini nel IV-V secolo, spesso concordata, non fu certamente indolore, ma non può essere intesa come una volontà univocamente distruttrice. Si tratta piuttosto, anche se non sempre, di una volontà di partecipazione allo sfruttamento delle ricchezze dell’impero e in una certa misura di compenetrazione di interessi (e si pensi all’esercito romano, sempre più permeato dalla presenza dei barbari al suo interno).
I “tempi barbarici” sono allora i tempi lunghi di un mondo che, dopo il venir meno dell’impero d’Occidente, vede la compresenza e la trasformazione costante di realtà e processi nuovi e vecchi, in un mondo che non è più antico e che i due autori definiscono «postromano» piuttosto che altomedievale. È forse proprio questo il guadagno più cospicuo del libro, che spinge a ripensare categorie, periodizzazioni, processi evolutivi. La trasformazione di quel mondo è infatti dovuta a un fascio lento e costante di cambiamenti, per nulla finalistico, complicato da cristianesimi in competizione, gruppi sociali in scambio e tensione. E i nuovi regni barbarici nella loro fase di formazione e trasformazione, pur nelle loro grandi diversità – e a ogni area il libro dedica un certo spazio – guardano idealmente a Bisanzio, cioè pur sempre in fondo all’impero romano, anche nella costruzione dell’idea di regalità. La profonda crisi del Mediterraneo e dei suoi commerci, sarebbe poi dovuta non tanto all’irruzione del nuovo mondo mussulmano nel VII-VIII secolo, ma alla fine della presenza romana e del suo modello fiscale e di approvvigionamento nel quadrante occidentale. La parte orientale invece, incardinata su una pluralità di reti commerciali, fu in grado di sopravvivere fino al VI-VII secolo, cioè fino alle guerre tra Bizantini e Persiani. La conquista araba, e il suo sistema fiscale non basato sulla redistribuzione di merci e beni agricoli, si innestavano su una situazione di crisi già ampiamente delineata e, in ogni caso, non “chiudevano” ideologicamente il Mediterraneo.
È solo con la società carolingia e con la sperimentazione del secolo VIII – e l’ascesa del ruolo del papa, all’allontanarsi di quello di Bisanzio – che si può propriamente parlare di un mondo altomedievale e non più postromano. Un impero torna in Occidente, ma con caratteristiche del tutto nuove e peculiari. Le strutture amministrative sono semplici, con un sistema di inviati dell’imperatore con compiti di integrazione, controllo, amministrazione di giustizia, diffusioni dei testi normativi e i grandi ecclesiastici e l’aristocrazia sono in varia misura associati al sistema di governo locale. Il potere carolingio si appoggia in sostanza sui tre pilastri della struttura più propriamente pubblica, della rete di vassalli e di enti ecclesiastici, che godono di immunità di vario tipo, protetti dall’imperatore. Una costruzione certo potenzialmente instabile, ma che nell’età di Carlo Magno e degli immediati successori risultò capace di integrazione, di ordine e di crescita economica, come mostrano Gasparri e La Rocca, dando vita a strutture sociali e culturali che sopravviveranno allo stesso impero carolingio. È qui, in questo VIII e IX secolo, che la grande trasformazione dei tempi barbarici perde i suoi tratti di postromanità per dar vita a qualcosa di nuovo che per comodità possiamo chiamare «medievale».

Da “Il Sole 24 ore”, 10/03/2013

Per saperne di più:
Stefano Gasparri, Cristina La Rocca, Tempi barbarici. L’Europa occidentale tra antichità e Medioevo (300-900), Firenze, Carocci, 2012;
Alessandro Barbero – Le invasioni barbariche: L’immigrazione – Sarzana, Festival della Mente, 2007;
Alessandro Barbero – Le invasioni barbariche: L’integrazione – Sarzana, Festival della Mente, 2007;
Alessandro Barbero – Le invasioni barbariche: Il razzismo – Sarzana, Festival della Mente, 2007.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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