Vivere e commerciare nella Salerno Medievale: Palazzo Pinto e Via dei Mercanti

Ingresso a Via dei Mercanti - Salerno.

Ingresso a Via dei Mercanti – Salerno.

Nella Salerno Longobarda, il cuore commerciale era concentrato nella parte occidentale, in particolare nel quartiere amalfitano, Vico di Santa Trofimena, e nel quartiere ebraico, Vico della Giudaica; è solo nel corso del XII secolo che comincia a spostarsi nella parte nuova della città, quella che i Normanni avevano cominciato a mettere in piedi già dalla fine del secolo precedente, in corrispondenza della zona sudoccidentale nota in parte come Vico Ortomagno (Hortus Magnus), occupata fino allora da coltivazioni, frutteti e orti.
Oggi, quella zona è occupata principalmente da Via dei Mercanti, in pratica l’inizio del Centro Storico di Salerno, dove la grande Piazza Porta Nova, punto d’arrivo di Corso Vittorio Emanuele, con i suoi negozi alla moda e i suoi uffici, si ferma poco distante da quella che nel Basso Medioevo era appunto la Porta Nuova della città (l’attuale Piazza Flavio Gioia), e si restringe in una via stretta e tortuosa; si entra nella Salerno antica, quella piccola città dalle mura “a triangolo”, stretta tra il mare e il colle Bonadies, dai vicoli stretti e dalle salite ripide. Fino a qualche decennio fa, questa era la strada maestra della Salerno popolare, con le sue botteghe secolari tramandate di padre in figlio. È difficile immaginarla come doveva essere alla fine dell’epoca longobarda, un anello di orti a ridosso delle mura con casali circondati da piccoli appezzamenti di terra coltivata a ortaggi, e viti, ulivi, cedri, aranci, alberi di castagno e di nocciolo.
Poi, alla fine dell’XI secolo, con l’arrivo dei Normanni, tutta quella zona diviene un unico cantiere: gli orti vengono recintati e trasformati in lotti edificabili, oggetto di vere e proprie corse all’acquisto, spesso contesi tra più pretendenti, e i prezzi schizzano alle stelle. In poco tempo cresce un intero quartiere residenziale lungo quella che, come leggiamo nei documenti dell’epoca, è “la via che conduce alla porta comunemente detta di Elino”, l’antico nome della Porta Nuova. Un quartiere nuovo di zecca, forse destinato principalmente alla nuova aristocrazia normanna, con palazzi a più piani interamente in pietra, disposti lungo un porticato retto da colonne di marmo tolte ai monumenti tardoromani; tutta un’altra cosa rispetto alle case popolari degli alti quartieri della Salerno longobarda, di legno e pietrisco, la cui forma non doveva essere molto cambiata rispetto alle case popolari romane dei piccoli centri quali si possono ancora vedere ad esempio a Ercolano.

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Casa a Graticcio – Ercolano I sec. d.C. – Dai documenti di epoca longobarda ricaviamo che la maggior parte delle abitazioni salernitane dovessero avere quest’aspetto, costruite in pietra e legno. Soltanto, visto che il mattone non era più usato, per sostenere il solaio venivano spesso impiegate robuste travi di quercia.

Verso la fine dell’XI secolo, il cronachista Amato, monaco a Montecassino, nota con ammirazione i “bei palazzi” che ornano Salerno. Per scoprire quale aspetto avessero, prendiamo ad esempio una delle dimore più antiche e aristocratiche situate in Via dei Mercanti, oggi nota come Palazzo Pinto (oggi Pinacoteca Provinciale), dal nome della nobile famiglia che l’acquisì nel Cinquecento, e immaginiamo come fosse all’epoca della sua costruzione, all’inizio del XII secolo, grazie ai documenti Salernitani e Amalfitani, alle indagini archeologiche e ai pochi esempi rimasti nelle domus della Costiera, in particolare nei piccoli centri come Pontone e Scala.

Ingresso di Palazzo Pinto - oggi Pinacoteca Provinciale.

Ingresso di Palazzo Pinto – oggi Pinacoteca Provinciale.

Non sappiamo per chi sia stato costruito questo palazzo, ma le indagini archeologiche effettuate durante i restauri guidati dall’architetto Ruggiero Bignardi, hanno rivelato, sotto la crosta settecentesca, la facciata originale d’ispirazione orientale, con le sue raffinate arcate policrome in tufo grigio e giallo sotto cui si aprono monofore e bifore, come si può ancora vedere in alcuni edifici della Costiera Amalfitana, da Ravello a Sorrento, fino in Sicilia.

Gli archi a tarsie policrome di Palazzo Veniero - Sorrento.

Gli archi a tarsie policrome di Palazzo Veniero – Sorrento.

Queste dimore aristocratiche, da cui si accede direttamente dal colonnato sulla strada, sono di solito edifici a due piani, organizzati attorno ad un atrio colonnato o ad un cortile in cui si trova anche il pozzo o la cisterna. Gli ambienti di servizio (la cucina, i magazzini) sono al pianterreno, mentre il “piano nobile” è quello superiore. Lì si aprono le cammere, dalle pareti intonacate con cura, con volte a botte, a crociera o a vela. C’è naturalmente la grande sala comune, che funge da soggiorno, da sala da pranzo, in cui si svolgono gli avvenimenti importanti della famiglia (battesimi, matrimoni, veglie di morti), e poi ci sono, a seconda delle dimensioni della casa, stanze da letto e stanze accessorie. Le pareti e i pavimenti, come avviene nelle grandi domus amalfitane, sono letteralmente ricoperte di stoffa. Un uso tipicamente bizantino è infatti abbondare in tendaggi e tappeti, come quelli preziosissimi che già giungono dal mondo arabo: la nobile famiglia Sasso di Scala, sulla Costiera Amalfitana, ne fa coprire ogni domenica tutto il cammino dal loro palazzo alla cappella di San Giacomo. Senza contare che i vari ambienti sono di solito separati non da porte, ma da tende, e nei giorni di grande festa, tutta la casa è rivestita con addobbi di damasco o di seta ricamata. A fronte di tutta questa profusione di stoffa, i mobili sono relativamente pochi: letti e divani, magari circondati da un baldacchino su colonnine di legno per conservare meglio il calore, sgabelli e sedie a schienale alto, spesso ricoperti anch’essi di drappi e cuscini, cassapanche e cofani per riporre gli abiti; armadi e credenze consistono spesso in nicchie scavate nelle pareti, munite di mensole e chiuse da sportelli di legno; quanto alla tavola, come in tutta Europa, è spesso semplicemente appunto una tavola poggiata al momento dell’uso su dei cavalletti, poco ingombrante perché una volta utilizzata si  appende alla parete.
Oggi, noi vediamo questi mobili scuri e smorti, ma all’epoca sono dipinti di colori vivaci, a volte perfino dorati.

"Cammera" amalfitana con caratteristica volta "a vela" - Pastena di Amalfi.

“Cammera” amalfitana con caratteristica volta “a vela” – casa abbandonata – Pastena di Amalfi.

Naturalmente, la domus è fornita di latrine (“selle“, letteralmente “seggette”) che comunicano, attraverso tubi in terracotta, con il pozzo nero sottostante. Insomma, non manca proprio niente, neppure… i bagni: come i patrizi romani, i nobili amalfitani e salernitani del Medioevo, piuttosto che andare alle stufe pubbliche, si fanno costruire le stufe in casa.
Come anche la cappella, una vera e propria chiesa collegata all’abitazione, spesso di fondazione della stessa nobile famiglia, che non serve soltanto al suo uso personale, ma rappresenta un punto di aggregazione per tutte le persone che dalla famiglia dipendono, e per l’intero quartiere. Proprio di fronte a palazzo Pinto, si trova appunto la chiesetta di San Gregorio, oggi Museo virtuale della Scuola Medica Salernitana; e alcuni documenti precedenti al 1083 segnalano che quella chiesa sia stata fondata dalla famiglia di un certo conte Alfano, e che in quella zona ci siano la sua corte e le sue case. È forte la tentazione di immaginare che l’edificio oggi noto come Palazzo Pinto sia stato fatto costruire o riedificare, se non dal conte Alfano, dalla sua famiglia o dai suoi discendenti.

Cappella di San Gregorio, XI secolo - oggi Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana.

Cappella di San Gregorio, XI secolo – oggi Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana.

Nel Settecento, i viaggiatori stranieri che fanno di Napoli tappa obbligata del loro Grand Tour attraverso l’Italia, notano con stupore che non esistono quartieri interamente aristocratici, né quartieri interamente popolari: nobili e poveri abitano le stesse strade, finanche piani diversi dello stesso edificio. Ma, nel Medioevo, questa era una caratteristica di ogni città, in tutta Europa. E Salerno non fa eccezione: i documenti mostrano come all’abitazione principale siano collegate tutte una serie di case più piccole, che il proprietario può all’occorrenza affittare o vendere.
Case, ma non solo: anche botteghe. Infatti vediamo che, pressappoco dalla metà del XII secolo, aumentano i contratti di compravendita e di locazione che menzionano esplicitamente botteghe al pianterreno e locali muniti di forni.
Questo perché Salerno, grazie ai suoi porti, diventa uno degli scali commerciali più importanti del Regno normanno di Sicilia. Il commercio fluviale lungo il Sele e via mare porta in città prodotti e merci da tutto il Mediterraneo. E non si tratta solo di grano, olio e vino, o di frutta e verdura, anche pregiata come cedri e mandorle: già Amato di Montecassino riferisce che al tempo di Gisulfo II già si possono trovare “drappi imperiali”, ovvero le finissime stoffe tessute in seta importate da Costantinopoli, e “utensili d’oro finemente cesellato”,  come il vasellame e i gioielli di squisita fattura provenienti dall’Egitto fatimida che ancora oggi riempiono i nostri musei. Il Chronicon Sanctae Sophiae di XII secolo, forse un po’ esagerando, parla di pelli pregiate dall’Etiopia e di tessuti dall’India addirittura dai tempi di Arechi II: ma gli scavi hanno rivelato che fin da allora si importano vetri pregiati dalla Siria e dall’Egitto, così come hanno portato alla luce le pregiate maioliche verdi tipiche della Sicilia islamica e del Nord Africa. E in più le ricette sia di medicina sia di cosmesi trasmesse dai trattati dei medici salernitani includono spesso le costose spezie orientali come zenzero, chiodi di garofano, noce moscata, cannella.
Per commerciare tutto questo ben di Dio fin dall’Alto Medioevo è nominato a Salerno un mercato in cui si poteva incontrare gente di ogni provenienza, perfino musulmani. Anche se in realtà di spazi destinati al mercato ce ne sono probabilmente più di uno, i documenti ci permettono di localizzarne in particolare due: quello presso la Chiesa di San Vito, proprio presso la “porta Elini”, e un Campus in cui si commercia in particolare il grano, che sembra doversi identificare con l’attuale Piazza Largo Campo. La cosa interessante è che l’attuale Via dei Mercanti collega proprio questi due punti: e dunque si presta alla perfezione a divenire strada del commercio e dell’artigianato. E infatti, dalla seconda metà del XII secolo, troviamo questa strada menzionata nei documenti con il nome di Drapparia.

Tratto di Via dei Mercanti - Salerno.

Tratto di Via dei Mercanti – Salerno.

Da questo stesso toponimo si ricava un’informazione importante: che le attività commerciali principali, e certo più prestigiose, aperte nella Drapparia, sono quelle legate ai tessuti. E Masuccio Salernitano, nel XV secolo, in una delle sue novelle, conferma che in questa strada “erano de multi altri banchi e bottege de argentieri e sartori“. In vario modo: naturalmente c’è l’import-export di tessuti pregiati da Costantinopoli, dalla Sicilia e dalle città del Nord Italia come Pisa e Genova. Ma i panni si producono anche in proprio, in particolare la lana, con il vello delle pecore proveniente soprattutto dai monti picentini (Giffoni rimarrà la principale fornitrice di lana per le manifatture salernitane fin oltre l’Età Moderna). Senza dimenticare un’altra importantissima attività legata al mondo del tessile, ovvero la tintura, che a Salerno, come mostrano i documenti, è sostanzialmente in mano alla comunità ebraica (in particolare quella della seta): e non è un’attività di poco conto, visto che i balzelli sui loro guadagni sono oggetto di contesa tra il vescovo e il re.
Masuccio Salernitano, però, parla anche di argentieri, cioè di orafi: ed effettivamente, in un documento del 1165 troviamo nominata, proprio nella Drapparia, la parrocchia di Santa Maria ad Grisontem (l’attuale chiesa di San Rocco), cioè “Santa Maria degli Orafi”. In più, gli scavi effettuati in corrispondenza di alcuni negozi, proprio in quell’area, hanno rivelato ambienti muniti di fornace e scarti di lavorazione dei metalli.

La strada della Drapparia - silografia dalla prima edizione a stampa del

La strada della Drapparia – silografia dalla prima edizione a stampa del “Novellino” di Masuccio Salernitano, 1492 – Firenze, Biblioteca Nazionale.

Dal XIII secolo, all’interno della Drapparia e delle vicoletti al suo interno, cominciamo a trovare i “sottoquartieri” dei vari mestieri, ognuno con una propria chiesa: troviamo il loco Sutorum, dove esercitano i sarti, il vicolo dei Cannabarii, cioè dei fabbricanti di corde, la ruga Corbiseriorum, con le botteghe dei fabbricanti di ceste, la ruga Ferrariorum, con quelle dei fabbri, il vicolo dei Coriariis, cioé delle botteghe in cui si lavora il cuoio, dei Calzolariis, ossia dei calzolai, e la Ruga Speciarorum, dove esercitano speziali e farmacisti. L’aspetto di questi “sottoquartieri” somiglia molto a quello dei suq arabi, con botteghe aperte sulla strada con porte e banchi incorniciati da ampie finestre, e perfino cunicoli che dai vicoli, attraverso porte di servizio, conducono all’interno dei cortili, come quello di Palazzo Pinto.
La Drapparia raggiungerà il suo apogeo, poi, quando dal 1259, Manfredi istituisce la Fiera di Salerno, che non tarderà a divenire, sotto i d’Angiò, la fiera più importante del Regno di Napoli, e una delle più importanti in Italia. Si tiene due volte l’anno, e occupa i dieci giorni che precedono le due feste del patrono San Matteo, l’11 maggio e il 21 settembre. Possiamo immaginarla attraverso una serie di contratti stesi dal notaio Pietro Pisano in occasione della fiera del 1478: in quei giorni, in città affluiscono mercanti Catalani, Genovesi, Fiorentini, Milanesi. Nel XIV secolo, la cita perfino il fiorentino Franco Sacchetti, in una delle sue novelle.

Cunicolo che porta al cortile di Palazzo Pinto - Salerno.

Cunicolo che porta al cortile di Palazzo Pinto – Salerno.

Una categoria che, nel XIII secolo, acquista sempre più prestigio, è quella dei notai imperiali: Federico II li ha imposti come garanzia della validità degli atti giuridici, al posto dei “giudici ai contratti” presenti fin dalla fine dell’epoca longobarda. In realtà, le due figure continueranno ad affiancarsi fin oltre l’Età Moderna, e può capitare che lavorino fianco a fianco, perfino che appartengano alla stessa famiglia. Come quel notaio regio di nome Filippo Mazza, figlio del giudice Stefano, che nel 1274 acquista quel fior di palazzo “in muratura, scale ugualmente fabbricate, archi e altri edifici”, comprese botteghe al pianterreno, che la presenza della cappella di San Gregorio ci fa identificare come Palazzo Pinto.
I Mazza non sono certo gli ultimi arrivati: nella seconda metà del XIII secolo sono già patrizi, iscritti al Seggio di Porta Nova, Carlo I d’Angiò ha nominato Stefano Mazza Maestro degli arsenali del Principato e di Terra di Lavoro. Sono una famiglia di funzionari regi, e non tarderanno a diventare una delle famiglie nobili più ricche e potenti della città.

Arco catalano, XV secolo - cortile di Palazzo Pinto, Via dei Mercanti - Salerno.

Arco catalano, XV secolo – cortile di Palazzo Pinto, Via dei Mercanti – Salerno.

Un ritrovamento recente ci può far intendere il livello di raffinatezza cui giunge la dimora dei Mazza nella seconda metà del XV secolo: durante i restauri dell’antica corte del palazzo, è stato riconosciuto un arco ribassato retto da due semicolonne di piperno vulcanico distinte da raffinatissimi capitelli cesellati in stile catalano. Si tratta di un intervento di ristrutturazione di un certo costo, successivo certamente all’arrivo di Alfonso d’Aragona, e all’arrivo al suo seguito di artefici del calibro di Matteo Forcimanya e Guglielmo Sagrera: esempi simili si trovano infatti nelle aristocratiche dimore di Maiorca e della Sicilia. A queste suggestioni “moresche” se ne sommano però altre provenienti dalle dimore gentilizie del centro Italia, nelle mondanature che, all’interno della stessa facciata, contornano le finestre del piano superiore, e nelle tracce del davanzale che ancora spiccano dall’intonaco. Oggi il cortile e i locali attigui, restaurati e rimessi a nuovo, ospitano i locali dell’Enoteca Provinciale.

Corte Aragonese, XV secolo - Palazzo Pinto.

Corte Aragonese, XV secolo – Palazzo Pinto.

Pubblicato su – Citizen Salerno.

Bibliografia:
Paolo Delogu, Mito di una città meridionale: (Salerno, secoli VIII-XI), Napoli, Liguori, 1977;
Arcangelo Amarotta, Salerno romana e medievale: dinamica di un insediamento, Salerno, Pietro Laveglia, 1989;
Ruggiero Bignardi, Storia di integrazione tra popoli arti e culture. Il restauro di Palazzo Pinto in Salerno, Salerno, 2013;
Alfonso Silvestri, Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento, Salerno, Camera di commercio, industria e agricoltura, 1952;
Vincenzo de Simone, L’identificazione della via che conduceva alla porta di Elino, in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 17 (1992), pp. 257-266;
Pasquale Natella, Da campo al Campo. Politica e amministrazione in Salerno medioevale e moderna, in “Campo”, n. 9/10 (gennaio-giugno 1982), pp. 113-120;
Giuseppe Gianluca Cicco, La Longobardia meridionale e le relazioni commerciali nell’area mediterranea: il caso di Salerno, in “Reti Medievali rivista”, X (2009), pp. 1-29;
Giuseppe Gargano, La casa medievale amalfitana in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, IX (1989), n. 17, pp. 120-141.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Vivere e commerciare nella Salerno Medievale: Palazzo Pinto e Via dei Mercanti

  1. R.Tiziana Bruno ha detto:

    Grazie per questo bellissimo excursus nella Salerno medievale!

  2. groupage ha detto:

    Continuate cos, bravi!

  3. Pingback: SudTv , WebRadio e WebTv da Battipaglia News sempre aggiornate e VideoSudTv Network

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