La fontana della Vergine – Ingmar Bergman (1959)

Registi come Ingmar Bergman sono difficili da incasellare: soprattutto per la critica cinematografica, che ama appiccicare etichette su film, generi e registi. E, come abbiamo già visto per Il Settimo Sigillo, sembra quasi che il suo cinema abbia la stessa complessità del pensiero umano, sfugge a qualunque tentativo di classificazione. Ma se si volesse tentare di individuare almeno un filo rosso nel cinema di Bergman, si potrebbe azzardare a dire che quello di Bergman è il cinema del «Perchè?» Parola fulminante, che racchiude in sé le grandi domande dell’uomo: perché la vita, la morte, il dolore, il male? Da La Terra del Desiderio fino a Il Posto delle Fragole questa domanda striscia o esplode in tutte le sue pellicole, a volte in modo complesso, a volte terribilmente semplice come in questo crudo ma bellissimo film del 1959, La Fontana della Vergine.
In effetti è di una semplicità disarmante, anzi, spietata, crudele. Bergman trasse il soggetto dalla ballata trecentesca svedese Töre’s dotter i wänge, ma non ci sono accordi di chitarra né di violino. Bergman vi ha letteralmente tolto tutti i colori, anche quelli della ballata, lasciandovi solo il fatto, nudo, crudo e gelato, che potrebbe essere benissimo uno degli orrori che sentiamo tutti i giorni al telegiornale: tre banditi violentano e uccidono una ragazzina, e il padre di lei si vendica dei suoi assassini facendone macello.
L’unica musica che ci accompagna durante tutto il film è quel grido: perché? Perché il male? E al male si può rispondere in modo diverso: si può accoglierlo come i tre briganti che uccidono la piccola Karin; si può arrivare al rifiuto di Dio, come Ingrid, la serva violentata che la gravidanza indesiderata ha reso piena di rabbia verso il mondo intero, e che si è creata un dio a immagine della sua rabbia, Odino; o si può rispondere ad esso, con bene o con altro male.
Come per Il settimo sigillo, medievali sono solo i costumi e la “scenografia”, e definire “scenografia” gli esterni così suggestivi della Svezia più selvaggia, e gli interni semplici e solenni della fattoria scandinava mi sembra quasi offensivo. Il resto è disperatamente contemporaneo, soprattutto nelle pause della narrazione come quella scandita dalle parole di un servo, in cui si dispiegano quei momenti di poesia pura dove emerge tutto l’animo tormentato del regista, che, alla ricerca di Dio, mormora: «Perché?».
Ma alla fine il regista quel «perché» lo griderà forte, per bocca di Töre, il padre della vittima (un superbo Max von Sidow), che ha appena disseppellito il cadavere della figlia tanto amata con le mani ancora sporche del sangue dei suoi assassini. Un «perché» che significa «Dio, dove sei, se permetti questo?»
E, come per Il settimo sigillo, la conclusione del regista non è «esiste solo il nulla», come ci si potrebbe aspettare: in mezzo a tutto questo buio c’è lo spazio per uno spiraglio di luce. All’implorazione di perdono delle mani macchiate di sangue di Töre, e al suo voto di costruire proprio lì una chiesa con le sue mani, dal punto dov’è avvenuto il martirio della fanciulla, sgorga una sorgente. Come dire: non importa quanto sia lungo il tunnel, alla fine la luce c’è sempre.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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