Dell’utilità di parlare in rima

Il "Giullar Cortese" durante un'esibizione a Carpo di Cava

Gianluca Foresi, ovvero il “Giullar Cortese” durante un’esibizione a Carpo di Cava.

Lo so, nel Living History sono ancora una principiante, e l’intransigenza è difetto di ogni principiante: si vorrebbe che ogni festa medievale degna di questo nome sia sempre filologicamente perfetta, con ogni particolare storico al 100%, compresi i microfoni e gli altoparlanti… Poi ci si ritrova tra bagliori di velluto verdi e rossi, ciambelloni e ballerine dorate. E si pensa solo a godersi la serata, tra un biscotto benedettino, un sorso di ippocrasso e una chiacchiera tra amici, al suono di arpe irlandesi e cornamuse dietro ogni angolo.
Ecco, posso testimoniare che è proprio in una serata come questa che avvengono quelle illuminazioni che il grande scrittore inglese Chesterton (il creatore di Padre Brown, per intenderci) avrebbe trovato fulminanti. La scenografia è Corpo di Cava, un paesino che sembra composto tutto di case di bambole, sulla cima della montagna, addossata alla millenaria abbazia; precisamente il punto più alto del paese, la piazza della chiesa. Pieno di gente fino all’inverosimile ammassata in capannello e stretta l’uno all’altro come pinguini, e non certo per il freddo: c’è chi crepa dal ridere, chi riprende la scena con la telecamera, chi cerca di catturare almeno qualche attimo fotografando con il cellulare. Chi è a causare tanto scompiglio? Risponde lui stesso:

Son Giullare e son Cortese
con le rime sempre accese.

Sia perennemente lodato Gianluca Foresi anche detto il Giullar Cortese per questo distico che resterà tra gli aforismi immortali di tutti i tempi!
Queste poche parole hanno fulminato all’istante la mia mente con due certezze, dalla logica altrettanto stringente del classico 2+2=4.

  1. Un Giullare è per forza di cose Cortese e non può non esserlo: ovvero colto e umano, le qualità che tutti pretendiamo dagli intellettuali e che invece si sposano raramente. Un artista di strada, insomma, nel senso etimologico del termine (non letterale, il Nostro nasce in realtà come attore di teatro): un artista che cammina sul marciapiede come tutti, senza mettersi su un piedistallo;
  2. Le rime accendono e non possono non accendere.

Le rime dunque accendono: ma che cosa?
Anzitutto accendono le orecchie: costringono a prestare attenzione alle parole. Certamente al nostro Giullar Cortese non basta accoppiare due parole con la stessa sillaba finale (come lo strabusato cuore/amore): deve costruire una frase che abbia un senso, e che faccia possibilmente ridere.
Poi accendono la fantasia: quando il nostro Giullar Cortese si trova a dover costruire delle rime con quattro parole scelte a caso dagli spettatori e gli capita ad esempio cactus, deve sfogliare come minimo tutta la sua Treccani mentale per trovare una parola corrispondente.
Infine, accendono l’empatia: una rima che non fa centro è aria fritta, e per fare centro il nostro artista di strada deve sintonizzarsi con il suo interlocutore.
Guardare per credere!

Sì, mi dirà il lettore: ma questa è faccenda da giullari più o meno cortesi o da artisti di strada. Niente affatto! Al contrario, i medici dovrebbero prescrivere ufficialmente di allenarsi a parlare in rima almeno una mezz’oretta al giorno così come prescrivono quella mezz’oretta quotidiana di moto che io riesco a fare solo per andare in biblioteca, da gran pigrona quale sono (almeno una cosa in comune con Chesterton ce l’ho!). È un antidoto fantastico per alcune delle cattive abitudini che gli studi dei sociologi e l’esperienza degli insegnanti denunciano più spesso:

  1. Non si presta più attenzione alle parole: con il risultato di parlare come si scrive sul cellulare e sui social network, ovvero con sigle, abbreviazioni, k a non finire, faccine, e magari anche parole fuori luogo e molto pesanti. Si sa, la lingua può ferire di più di un coltello, e i coltelli vanno sempre maneggiati con cura.
  2. Il nostro vocabolario si è ristretto, forse perché i mass media, a furia di “semplificare”, hanno finito per usare sempre le stesse parole. E chi si ricorda più parole dal suono così sublime come “fulgente” o “verzura”?
  3. I nostri dialoghi somigliano più a monologhi: non guardiamo nemmeno più il nostro interlocutore negli occhi, abbiamo sempre l’abitudine di alzare il tono per cercare di prevalere sull’altro.

Chissà perché mi tornano in mente i gessetti bianchi con cui Chesterton amava ritrarre le colline del Sud dell’Inghilterra su carta scura da pacchi: semplici, banalissimi pezzetti di gesso bianco, che diventano un’ “entità splendente e affermativa, ardente come il rosso, definita come il nero”. Anche le rime, se le si scompongono, sono solo parole, emissioni di fiato. Ma anche un “Ti amo” è un’emissione di fiato; eppure quale terremoto può causare! E una sola rima può illuminare l’intera giornata, darle un alone di creatività, di fantasia, così come i gessetti multicolori (senza dimenticare quelli bianco-fuoco) illuminavano la carta scura da pacchi di Chesterton.
Pensiamo per un momento, se, ad esempio, una mattina, entrando nel solito bar, squadrassimo perbene la barista e le dicessimo:

Posso chiedervi, se villania non è,
di servirmi tosto un doppio caffé?

In un colpo solo avremmo illuminato la giornata nostra e della barista, che ha davanti ancora molte ore di duro lavoro. E forse ci scappa anche il caffè gratis.
Immaginiamo un’altra situazione: camminiamo tranquillamente con il nostro automezzo per le strade della città: e il solito furbone cerca di sorpassarci. Questo il momento in cui, nella maggior parte dei casi, volano solo assordanti colpi di clacson. Cosa succederebbe invece se aprissimo il finestrino e lo apostrofassimo così:

Mi piace esser gentile e carino:
per Giove, ti togli dal mio cammino?

Lo avremmo scioccato quella frazione di secondo sufficiente a seminarlo. E senza danni all’udito di nessuno!
Non parliamo, poi, quando si tratta di “rispondere per le rime”, ovvero di rispondere in rima a chi parla in rima: gli effetti che abbiamo visto sopra ne escono raddoppiati, triplicati, con in più lo stesso margine di riflessione di un fuoco incrociato di mitragliatrice! Ma con un po’ di allenamento si può reggere benissimo e perfino metter su qualcosa di bello e creativo: d’altronde, anche Chesterton, che pure si definiva «La persona più pigra di sua conoscenza»  avrà dovuto fare un po’ d’allenamento per dipingere le colline inglesi con i suoi gessetti…

Per cominciare
G. K. Chesterton, La nonna del drago e altre serissime storie, a cura di R. Brunelli e M. Sermarini, Editrice Guerrino Leardini, Macerata Feltria (PU) 2011.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Dell’utilità di parlare in rima

  1. R.Tiziana Bruno ha detto:

    Fantastico! Inserisco subito questo articolo nella lista dei miei preferiti.

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