Il nome della rosa

Il nome della rosa

Comincio con una premessa: secondo me recensire un classico è la cosa più difficile del mondo. Con un classico, di solito, non esistono mezze misure: o lo si osanna o lo si stronca, o lo si ama alla follia o lo si odia a morte.
Io sono più per una lettura non in bianco e nero, ma a scala di grigi: un classico, come ogni romanzo, ha le sue luci e le sue ombre, i suoi colpi di genio e i suoi inciampi.
Non fa eccezione quello che è stato considerato da molti l’ultimo grande romanzo storico: Il Nome della Rosa, di Umberto Eco, il cui autore non ha sicuramente bisogno di presentazioni.
Il primo incontro con questo romanzo, come con molti altri, l’ho avuto grazie all’antologia delle scuole medie, la benemerita che mi fece conoscere anche Dickens e Maupassant.
Lì, Il nome della Rosa era stato classificato nella categoria “gialli”, ed era preceduto da un brano tratto da Il mastino dei Baskerville: protagonista il mio mito di allora, Sherlock Holmes. Niente di più facile che accostare il dialogo tra Frate Guglielmo e Adso a quello tra Holmes e Watson di cui sopra: manuale d’istruzione su come riconoscere un visitatore dal suo bastone da passeggio o un cavallo dalle tracce degli zoccoli.
Effettivamente questo è il primo aspetto che colpisce il lettore, e che lo spinge ad affrontare le oltre 400 pagine del romanzo: il giallo, il piacere dell’enigma, la gara con l’investigatore a cercare di indovinare prima di lui indizi e tracce, a cercare di mettere in piedi infinite ricostruzioni su come possano essere andati i fatti. E poi la solita domanda che lascia con il fiato sospeso: chi è l’assassino?
Andando avanti nella lettura, però, ci si accorge che il giallo è soltanto la superficie di questo romanzo: anzi, il colore dominante, più che il giallo, è il noir, con cui Umberto Eco dipinge l’atmosfera dell’immaginario monastero del Nord Italia di inizio Trecento. Gli unici personaggi a tre dimensioni sono l’investigatore Fra’ Guglielmo da Baskerville e l’allievo Adso da Melk (la voce narrante). Gli altri sono maschere, null’altro che caricature, di volta in volta ottuse come Ubertino da Casale, fanatiche come l’inquisitore Bernardo Gui, o terribili come il cieco Jorge. E, da sottolineare che i personaggi appena nominati, realmente esistiti, nella realtà sono molto diversi che nel romanzo: Ubertino da Casale, almeno dai suoi scritti, ottuso non lo sembra per niente; la figura di Bernardo Gui, poi, che emerge dalle pagine del manuale che ci ha lasciato, e soprattutto dagli atti dei processi da lui condotti, appare come un uomo molto razionale, per nulla ossessionato dalla stregoneria, e soprattutto non facile alla condanna a morte.
A dire il vero, le licenze che Umberto Eco si prende con la Storia non sono poche; e volute, dato che ci troviamo di fronte a uno scrittore che conosce bene gli autori medievali, anche quelli minori. Molti particolari sono riprese dalle cronache di Salimbene da Parma, e ci sono citazioni da Bernardo di Cluny e Guglielmo di Ockham. Umberto Eco è grande ammiratore dell’arte, dell’estetica e della filosofia del Medioevo, su cui ha scritto saggi pieni di meraviglia; e le pagine dove il noir del romanzo si attenua un poco sono proprio quelle che descrivono l’aspetto del monastero o le musiche che vi si sentono risuonare.
Quando parla degli uomini che ci vivono dentro, però, il cielo diventa inferno; sembra quasi che Eco voglia dire che quell’abbazia sarebbe stupenda… se fosse deserta! Non c’è pietà nemmeno per il dolciniano Salvatore che pure finirà sul rogo, di cui ci rimane un’immagine grottesca e quasi bestiale. L’unica che ne esce quasi divinizzata è la contadinella che per fame si prostituisce ai monaci, e di cui il giovane Adso si innamora. La scena dell’incontro notturno nella cucina del monastero è indimenticabile, reso in maniera intensissima, con le parole del Cantico dei Cantici. Eppure, nonostante questa entrata in scena “carnale”, la fanciulla è l’unico personaggio del quale non si saprà mai il nome.
E il perché s’intuisce nei discorsi filosofici che frate Guglielmo ha con gli altri personaggi: il nome è artificio umano, e tutto ciò che è artificio umano distrugge. Forse la rosa del titolo (esempio scolastico medievale ma che richiama anche Shakespeare) profumerebbe ancor più intensamente se non avesse nome.
Rimane però una domanda, e un dubbio: ma quell’arte e quella musica che lo stesso Umberto Eco ammira, non sono forse “artifici umani”? E se tutto ciò che è artificio umano distrugge, perché generano bellezza?

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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4 risposte a Il nome della rosa

  1. Rosa Tiziana Bruno ha detto:

    Ottimo articolo! Combinazione, proprio in queste ore sto scrivendo di “artifici umani”. Riflettevo, dunque, sulla loro inutilità. Preziosa inutilità, oserei dire.

  2. Dave Welf Masters ha detto:

    Vorrei segnalare la recensione del Nome della rosa che fece Introvigne, che molto mi aiutò al ginnasio a comprendere il libro che studiavamo. La si trova facilmente su internet, e in ogni caso è suo sito di Alleanza Cattolica. interessanti riflessioni comunque le tue 🙂

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