Sono cavoli amari fratel Salimbene!

di Alessandro Barbero

Nella testa di un uomo del Medioevo: il frate. Scappato dalla casa del padre, a Parma, per arruolarsi nei francescani, senza peli sulla lingua, un po’ «leghista».

Frate ftancescano - libro d'ore, Francia 1300-1325 - Baltimora (USA), Walters Art Gallery.

Frate francescano – libro d’ore, Francia 1300-1325 – Baltimora (USA), Walters Art Gallery.

Come pensava un uomo del Medioevo? Il francescano Salimbene de Adam, nato a Parma nel 1221 e vissuto almeno fino al 1288, ci ha lasciato una Cronica di quasi mille pagine, in cui accumula informazioni storiche e ricordi di famiglia, riflessioni politiche e teologiche, e giudizi da levare la pelle su personaggi grandi e piccoli che ha conosciuto di persona. Proviamo a entrare nella sua testa, e vediamo che cosa ci troviamo.
A colpire è innanzitutto la sua certezza di vivere in un mondo ordinato e razionale. Dio l’ha costruito così e ha dato all’uomo i mezzi per interpretarlo grazie alle Sacre Scritture, che non sono altro se non un immenso, labirintico manuale di istruzioni per l’uso della vita. Salimbene le conosce a memoria, perché come molti uomini del suo tempo ha sviluppato le facoltà mnemoniche a un grado che per noi è impensabile. A un certo punto della sua cronaca cita otto versi di una canzonetta satirica, e si scusa di non ricordare né l’inizio né la fine: «è molto tempo che non l’ho più letta,» dice, «e quando l’ho letta non me ne importava molto, e così non l’ho memorizzata bene.» È un’uscita rivelatrice: vuol dire che quando si leggeva, di solito si imparava a memoria. I libri erano pochi, procurarseli era difficile, e non era neppure facile prendere appunti, perché la carta e la pergamena costavano care. L’unica cosa che non costava era la memoria: e perciò la si riempiva di testi, e chi lavorava con la parola li teneva lì in bell’ordine, sempre pronti per l’uso.
Sapere a memoria la Bibbia è già molto rassicurante: a chi sa interpretarla bene, la Scrittura permette perfino di indovinare il futuro. Ma Salimbene ha anche la certezza di appartenere all’organizzazione più buona e giusta che esista al mondo, l’ordine francescano. Entrarvi gli è costato molto: per quel saio e quei sandali, Salimbene a sedici anni ha rinnegato la famiglia. I suoi erano ricchi e potenti cavalieri, gente abituata a parlar forte nei consigli cittadini, ad avere belle armi e bei cavalli, a mangiare e bere gagliardamente, a rischiare la pelle in guerra e vendicarsi sempre dei propri nemici (Salimbene osserva che a Parma una vendetta dopo trent’anni non è considerata fuori tempo; «e anch’io vengo da lì», aggiunge sornione). Agli occhi di quei nobili, i frati restavano dei poveracci che andavano a mendicare di casa in casa e perdevano le notti sui libri: sant’uomini, certo, ma che suo figlio dovesse finire così era più di quel che poteva sopportare messer Guido de Adam. Quando il ragazzo scappò di casa per arruolarsi nell’ordine, piombò al convento con una folla di parenti, e davanti ai frati terrorizzati cercò in tutti i modi di riportarlo a casa: «figlio mio,» lo esortò, «non credere a questi pisciaintonaca che ti hanno menato per il naso!»
Davanti alla rabbia del padre, Salimbene tenne duro, così come tenne duro quando scoprì che i frati mangiavano solo cavoli, «e ho dovuto mangiarli ogni giorno della mia vita; e prima non li mangiavo mai, anzi mi facevano talmente schifo che non mangiavo neanche la carne, se era cotta con i cavoli». Ma il momento più difficile fu quando lo mandarono a far la questua, perché era un ragazzo di buona famiglia e si vergognava come un ladro. A Pisa, mentre girava con la sporta, incontrò un concittadino che gli fece una scenata. «Disgraziato», lo aggredì l’uomo, «tu a quest’ora dovresti essere a Parma e andare in giro a cavallo, a giostrare nei tornei, a farti guardare dalle belle donne e lodare dai giullari!». Cinquant’anni dopo, Salimbene è ancora orgoglioso di aver resistito, anche se quella volta, confessa, il dubbio di aver sbagliato tutto gli era venuto davvero.
Membro di una grande organizzazione votata a predicare l’ortodossia e combattere gli eretici, potremmo aspettarci che Salimbene giudicasse gli uomini in base a pregiudizi e stereotipi; invece troviamo in lui un’attenzione all’individuo che lo porta a giudicare le persone con estrema libertà. Ognuno, infatti, si presenterà da solo davanti al Signore, e di ognuno bisogna pesare i meriti e le colpe, quale che sia la sua posizione nel mondo. Non per niente l’intercalare preferito di Salimbene, quando riferisce qualche accusa davvero enorme a carico di un politico o d’un prelato, è Ipse viderit!, «Se la vedrà lui!». Siccome ognuno è personalmente responsabile, non c’è posto per ipocrisie, perbenismi, political correctness: nel mondo di Salimbene, come in quello di Dante, si dice pane al pane, vino al vino, e merda alla merda, e non si rispetta nessuno che non se lo sia meritato, nemmeno se è il Papa.
Salimbene è certamente colpevole di giudizi ingiustificati: come il suo disprezzo di aristocratico padano per gli italiani del Mezzogiorno, «homines caccarelli et merdaçòli», di cui gli dà fastidio perfino l’accento («Quando vogliono dire Cosa vuoi? dicono Ke boli?»). Ma quando si tratta di gente che ha conosciuto di persona, e in vita sua ne ha incontrata davvero tanta, i suoi criteri di giudizio sono molto più umani. Gli piacciono le persone aperte, cordiali, generose, detesta i meschini e gli avari, e quelli che si danno arie. Ce ne sono anche tra i frati, come quel Giovanni da Vicenza a cui il successo delle sue prediche aveva dato alla testa, tanto che esigeva d’essere trattato come un santo; e una volta che s’era fatto tagliare la barba, si offese perché i frati non raccoglievano i peli per conservarli come reliquie. O come il generale dell’ordine, frate Elia, che riceveva gli ospiti, anche se erano nobili cavalieri, seduto a tavola su morbidi cuscini, col berretto in testa e il fuoco acceso, e nemmeno si alzava per salutarli: «che era una grandissima villania».
Termine significativo, questo, così come il suo contrario, «cortesia»: tutt’e due ricorrono continuamente sotto il calamo di fra Salimbene, e sono l’indizio più rivelatore della sua origine sociale, nonostante cinquant’anni passati a mangiar cavoli in refettorio. Giacché alla fine il figlio di messer Guido de Adam aveva conservato un tratto dell’educazione ricevuta nel palazzo paterno: che gli uomini si giudicano in base al fatto che siano bene educati, cortesi e cavallereschi, oppure maleducati e villani. E san Francesco, che non era figlio d’un cavaliere come Salimbene, ma aveva tanto desiderato esserlo, sarebbe stato d’accordo con lui.

da “La Stampa”, 19/08/2011

Annunci

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
Questa voce è stata pubblicata in Poesia & Letteratura, Vita quotidiana & Curiosità. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...