La storia del Medioevo ci insegna a capire la crisi di oggi

di Paolo Stefanato

Un libro descrive il fallimento delle economie nazionali, nel quale, come in un gioco di birilli, saltano le banche, le imprese, le famiglie e finisce in bancarotta l’intero sistema. Sembra di rivivere l’attualità ma si parla della Toscana e del Nord Italia tra il Duecento e il Trecento.

La carestia del 1328-1329 a Firenze – dallo “Specchio umano” (detto Libro del Biadaiolo)di Domenico Lenzi.

Semplificando al massimo, la parabola del’economia è la seguente: la popolazione crea il mercato, con le sue esigenze di beni e di lavoro, e fa nascere commerci e manifatture di produzione. Gli scambi prendono vie sempre più lontane, fino a diventare globali.
Con la ricchezza così prodotta, si passa alla finanza, e il denaro in sovrappiù viene dato in prestito per investimenti e consumi. Ma quando la finanza è troppo arrischiata, ad essa seguono inesoraboli la crisi e il crollo a valanga dell’intero sistema. In questa sequenza si riconosce, in estrema sintesi, lo scenario attuale, nel quale il lavoro, l’impegno, i sacrifici dei cittadini sono vanificati dalla finanza devastata di molti Stati, che ora rischiano di non poter restituire quanto ottenuto a suo tempo a prestito con colpevole leggerezza. La conseguenza ultima è il fallimento delle economie nazionali, nel quale, come in un gioco di birilli, saltano le banche, le imprese, le famiglie e finisce in bancarotta l’intero sistema.
La storia, come al solito, si ripete, e questa sequenza di ascesa e di caduta ha vari precedenti. A conferma che la storia, anzichè essere la miglior maestra, non basta a far sì che gli errori non vengano più commessi, perché la memoria delle generazioni è corta. Ce lo ricordano, indirettamente, i due autori di un saggio di alta qualità scientifica, Franco Franceschi e Ilaria Taddei, intitolato “Le città italiane del Medioevo, XII-XIV secolo”, edito dal Mulino (euro 22,50); Franceschi insegna Storia medievale all’università di Siena, Taddei la stessa materia all’Università di Grenoble. Il libro tratta tutto l’ambito della società nell’Italia dei Comuni, politica, economia, cultura, organizzazione, solidarietà.
Osservando l’economia colpiscono la versatilità, la dinamicità di crescita e gli orizzonti delle città toscane e settentrionali del Due-Trecento. Produzioni e commerci sono floridi, e l’inurbamento della popolazione spinge ad affinare le tecniche mercantili. Si importa e si esporta anche lontano, si mette a profitto l’evoluzione delle tecnologie: l’energia idraulica, i mulini, i magli. Le produzioni ruotano soprattutto intorno ai tessuti, cotone, lana, seta, lino; a Firenze, grazie all’importazione di lane grezze dall’Inghilterra, s’impara a creare panni degni delle tessiture di Francia e delle Fiandre, e il successo varca ogni confine. Si accumulano grandi ricchezze e alcune famiglie diventano più ricche di tanti Stati. Nei decenni a cavallo tra Due e Trecento, l’apogeo dello sviluppo medievale, i circuiti commerciali erano ormai immensi, con un interscambio vorticoso. Per restare in Europa, i drappi di seta di Lucca e i fustagni delle città lombarde si vendevano in Francia e Germania, le lane inglesi nell’Italia padana e in Toscana, l’olio pugliese a Parigi, Bruges e Londra, i panni fiamminghi in tutta la penisola, anche se la direttrice più importante era quella che congiungeva l’Europa occidentale con il Mediterraneo, il Medio ed Estremo Oriente.
Ma eccoci alla finanza. Il rapporto tra la Toscana e l’Inghilterra, a cavallo tra il Due e il Trecento si stringe sempre di più. I Frescobaldi presero ad anticipare grosse somme di denaro ai sovrani inglesi in cambio di privilegi, quali lo sfruttamento delle miniere del Devon, la riscossione dei diritti regi in Irlanda, l’esazione delle rendite di gran parte dei possedimenti inglesi in Francia. Dal 1300 – ricordano gli autori del libro – essi ottennero addirittura la direzione dell’Exchange, l’ufficio centrale del cambio, incarico che li mise nelle condizioni di controllare l’intera politica monetaria del regno. Insomma, un potere immenso e multinazionale. In quel periodo le aziende fiorentine divennero sempre più grandi. Alcuni nomi: gli Scali, gli Amieri, i Bardi, i Peruzzi, gli Acciaioli. Vere multinazionali in grado “di fare commercio di tutto ciò che poteva essere scambiato, dotate di capitali ingentissimi e capaci di insediare propri rappresentanti in tutti i luoghi strategici dell’attività economica”, da Bari a Marsiglia, da Parigi a Bruges, da Londra a Barcellona, a Costantinopoli, Cipro, Rodi, Gerusalemme. La ricchezza della compagnia dei Bardi è così descritta: “Nel 1318, in uno dei periodi più prosperi della sua storia, essa chiude il bilancio annuale con un giro d’affari di 873.638 fiorini, pari a 3.089 chilogrammi d’oro, un valore più di tre volte superiore ai 250mila fiorini con i quali nel 1341 i fiorentini acquistarono una città dell’importanza di Lucca. Anche i profitti annuali erano assai elevati, fra il 15 e il 17% del capitale investito, con punte fino al 20%”. “Certo – osservano Franceschi e Taddei – l’attività di quei colossi era molto rischiosa, e crisi e fallimenti, fra cui quelli dei Frescobaldi e degli Scali, punteggiarono il primo quarto del Trecento”.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Dall’inizio degli anni Trenta i profitti cominciarono a scendere e la congiuntura si deteriorò decisamente dopo il 1340, quando divenne chiaro che il re inglese Edoardo III non era in grado di restituire ai mercanti-banchieri fiorentini le enormi cifre – 1.365.000 fiorini – che questi gli avevano anticipato per coprire i costi dell’impegno militare contro i francesi. Ad aggravare il quadro si aggiunse il raffreddarsi delle relazioni di Firenze con i sovrani di Napoli e un clima di sospetto che spinse i titolari di depositi presso le companie fiorentine a una vera e propria corsa al prelievo. Sotto il fuoco incrociato di questi rovesci cominciarono i primi fallimenti, cui seguì una inarrestabile reazione a catena”. Oggi si direbbe: il contagio. “A partire dalla fine del 1341 dichiararono bancarotta gli Acciaioli, i Bonaccorsi, i Cocchi, gli Antellesi, i Corsini, i da Uzzano, i Perendoli; nel 1343 fallirono i Peruzzi e tre anni più tardi i Bardi. Il crollo delle grandi compagnie travolse anche tutti coloro che avevano continuato a mantenervi i depositi, dai ricchi rentiers ai piccoli risparmiatori.
Inoltre, poiché molte di esse esercitavano, oltre all’attività bancaria, quella mercantile e manifatturiera, l’impatto della crisi sull’economia urbana fu globale”. Si disse allora che “non rimase quasi sustanzia di pecunia ne’ nostri cittadini”. Forse da quelle drammatiche vicende si potrebbe ancora ricavare qualche insegnamento. Sempreché politici e amministratori di oggi siano in grado di capire e di agire adeguatamente.

da “Il Giornale”, 20/07/2012

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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