Provenza – Alle radici dell’Europa

di Arturo Carlo Quintavalle

Da Arles alla Camargue, nei luoghi del mito medioevale.

Gli “Alyscamps”, l’antica necropoli di Arles.

Viaggiamo in auto, viaggiamo per turismo, viaggiamo da un albergo all’altro, da un monumento all’altro, e fotografarli è come portarsene a casa una parte. Ma fotografare ha dentro come una traccia antica: i viaggiatori nel Medioevo riportavano a casa i segni dei luoghi visitati, stoffe poggiate accanto alle spoglie dei santi, olio delle lampade che avevano bruciato davanti a quelle tombe, a quelle sacre reliquie. Oggi molti non viaggiano in auto con l’ansia del vedere tutto, viaggiano in modo antico, lento: sono i ragazzi delle tende, degli zaini sulle spalle con il sacco a pelo di traverso, delle biciclette. E sono tanti. Per loro percorrere le strade vuol dire negare un modo troppo facile di conoscere il passato, vuol dire entrare in un tempo diverso, dove senti il suono dei passi o il duro della terra, dove scopri quanto sia lungo, ma anche entusiasmante, raggiungere una meta nel nome della quale il tempo si dilata e diventa racconto.

Vincent Van Gogh, Les Alyscamps – olio su tela, 1888 – Otterlo, Rijksmuseum Kröller-Müller.

Lo diventa perché nel Medioevo il viaggio vuole dire conoscenza di una nuova, cristiana unità dell’Occidente e costruisce quella unità di cultura che oggi ci permette di superare i vecchi confini degli Stati nazionali. Storie di strade. Strade di terra. Storie di viaggi, viaggi a lungo pensati, viaggi a lungo preparati. Viaggi che duravano mesi, a volte anni, perché nel Medioevo viaggiare vuol dire camminare per 20-30 chilometri al giorno, o percorrere a cavallo poco più del doppio. Viaggi che si fermano davanti ai grandi fiumi, davanti alle strade dirute dalle piogge, viaggi che si fanno dunque solo nella tarda primavera e in estate. Ci si blocca invece quasi sempre in autunno e in inverno. Questi viaggi che sono dei mercanti e degli scambi, che sono spesso solo di coloro che possono permettersi il cavallo o il carro e i servi e gli armati per proteggersi dai pericoli, hanno sempre delle mete simboliche: le strade dell’Occidente per Compostela, all’estremo Nord-Ovest della Spagna, quelle che portano alla tomba di San Giacomo; le strade verso Roma, alle reliquie dei Santi Pietro e Paolo; le strade e le vie del mare verso Oriente, per Gerusalemme. Nel Medioevo il viaggio è poi sempre metafora della vita, viaggio in terra prima della celeste beatitudine.

Paul Gauguin, Les Alyscamps – olio su tela, 1888 – Parigi, Musée d’Orsay.

Ma i viaggi cominciano dal passato, perché la memoria del passato condiziona il presente, e il passato nel Medioevo è sempre quello romano. Per questo conviene cominciare dalla Provenza, la Provincia per antonomasia degli antichi. La cosiddetta “Guida del pellegrino“, V libro del Codice Callistino conservato a Compostela, scritta attorno al 1132 da un religioso per promuovere il pellegrinaggio alla chiesa galiziana, parla di quattro grandi strade che traversano la Francia verso la meta; quella più a Sud, che dalla Provenza conduce a Tolouse, è illustrata da un luogo mitico, alle foci del Rodano: “Presso la città di Arles si deve visitare il cimitero, in un luogo detto Alyscamps, e, com’è d’uso, pregare per i defunti con orazioni, salmi ed elemosine. La sua lunghezza e la sua larghezza misurano un miglio. Tante e così grandi tombe di marmo, collocate sul terreno, non si possono trovare che in questo cimitero e in nessun altro. Sono scolpite in diverse forme e con lettere latine antiche in grafia illeggibile. Quanto più lontano guarderai, tanto più vedrai sarcofagi”. Ecco, il grande cimitero Medioevale fuori della cinta romana di Arles era all’origine anche un grande deposito di sarcofagi, portati dalle navi romane fin dai porti orientali con i loro raffinati marmi o dalle bianche cave di Luni fino alle foci del fiume e lasciati qui, per essere a volte rifiniti, completati, e poi portati all’interno, risalendo il largo fiume. Nel Medioevo il Rodano non ha più gli argini che lo imbrigliavano in età romana e così si creano spazi acquitrinosi dove un tempo, come in parte ancora oggi nella Camargue, si moltiplicavano gli animali selvatici.

Il cosiddetto “Sarcofago di Fedra e Ippolito” – metà del III sec. d. C. – Arles, Musée de l’Arles et de la Provence antiques.

Ed è qui, in questo campo di antiche, scolpite pietre che comincia un nuovo racconto, quello cristiano della morte. “Nello stesso cimitero vi sono sette chiese, in ciascuna delle quali, se un prete celebra la Messa per i defunti, o un laico devotamente incarica qualche sacerdote di celebrarla, o un chierico legge il salterio, sicuramente avrà dinanzi a Dio quei defunti che qui giacciono a favore della sua salvezza nel giorno dell’ultima resurrezione. Infatti qui riposano molti corpi di santi, martiri e confessori, le cui anime godono nella sede paradisiaca”. Il grande deposito romano è divenuto un cimitero cristiano che viene usato dal IV-V secolo in poi, fino al secolo XII e XIII; solo nel Rinascimento quell’enorme spazio, le sette chiese, le loro reliquie, cominceranno a essere trasferite altrove e i sarcofagi più belli portati via. Fino a quando si organizzano due musei, uno pagano e uno cristiano, con i sarcofagi più belli, mentre la costruzione della ferrovia riduce nettamente lo spazio delle tombe nel frattempo riorganizzate dagli archeologi lungo un grande viale alberato, quello che Van Gogh (1888) e Gauguin dipingeranno. Ma, prima di queste trasformazioni ottocentesche il grande cimitero era la meta di ogni viaggiatore per Compostela, luogo di meditazione sulla morte. Non la morte affacciata sulle strade consolari romane, delle stele e dei grandi monumenti antichi, ma un’altra morte, dove le reliquie le veneri nei sarcofagi scolpiti, all’aperto oppure dentro una delle sette chiese che santificano lo spazio pagano degli Aliscamps, che vuol dire, si sa, Campi Elisi, luogo dunque dove le ombre dell’antico si fanno cristiane. E poi, nella Historia Turpini si racconta che lì erano sepolti i paladini di Carlo Magno, Orlando e Ulivieri, protagonisti della chanson de geste. Avrebbero combattuto qui una grande battaglia campale sterminando i saraceni e finendo poi per essere sepolti, sacrali figure fra i santi, nel mare di bianchi sarcofagi fra le sette chiese.

Sarcofago detto “degli alberi” con Cristo al centro – 375 ca. – Arles, Musée de l’Arles et de la Provence antiques.

Aliscamps vuol dire dunque morte e rinascita, ma anche rapporto con l’antico. E l’architetto e gli scultori del Saint Gilles, Sant’Egidio, poco distante da Arles, lo sanno bene. Perché la storia, in Provenza, comincia sempre dal mondo romano: dal grandioso teatro di Orange con la sua enorme scena dominata dall’immagine di Augusto, dall’arco di Orange tanto ricco di sculture, dall’anfiteatro di Arles (46 a.C.) con le sue grandi costruzioni, dal criptoportico sempre di Arles, dalle terme, dai templi che sono andati distrutti. I resti li ritrovi, di qualità eccezionale, nel nuovo e ben organizzato museo di Arles, che unifica le antiche collezioni e che somiglia, da fuori, a una piscina o a una discoteca.

Veduta della facciata dell’Abbazia di Saint-Gilles – 1120-1170 – Saint-Gilles-du-Gard.

Civiltà della tradizione augustea, grande impatto del classicismo sul mondo romano. La fronte di Saint Gilles riprende lo schema degli archi di trionfo ma con un fregio che evoca le immagini dei sarcofagi: storie di Cristo e apostoli come togati oratori, immagini ideali e ritratti, citazioni dagli avori islamici nel bestiario e dalle stoffe di Bisanzio. È questa una sintesi di modelli che gli storici dell’arte faticano a datare, collocandola a volta a volta fra 1125-40 e appena oltre la metà del secolo. E poi, ad Arles, ecco il Saint-Trophime, la facciata essa pure come un arco di trionfo, ma a un solo fornice, figure ritte fra le colonne e, al centro della lunetta, il Pantocratore fra i simboli evangelici, dunque il Giudizio alla fine dei tempi. Un memento per gli eretici, perché qui siamo in terra catara. E dietro, nel chiostro, due lati romanici e due gotici, i più antichi datati alla metà del secolo o poco oltre, ecco di nuovo i ragazzi. Uno fotografa capitello per capitello, altri, poggiati gli zaini, osservano intenti, mentre i turisti scivolano via. Forse in quelle figure, in quelle immagini degli apostoli o dei pellegrini corrose dal tempo, cercano il senso del viaggio. Ogni capitello è una meditazione, storie della vita di Cristo, mentre su ogni pilastro Apostoli e Santi evocano il cristianesimo delle origini e la funzione mediatrice della Chiesa che i catari, appunto, negano.

Il Pantocratore tra i simboli degli Evangelisti – timpano del portale della chiesa di Sainte-Trophime, Arles – XII sec.

Ma nel viaggio, nel nostro viaggio, arriva la sera. In Camargue, negli spazi un tempo degli acquitrini e dove adesso prosperano le aziende agricole con grandi, forti cavalli provenzali per le calme passeggiate dei finti naturalisti, nella Camargue c’è da ritrovare un luogo diverso, Aigues Mortes, il cui nome ricorda le antiche paludi. L’ha costruita in parte prima del 1247 e fin verso il 1270 Luigi IX il Santo, per far partire da qui le navi della VII e poi della VIII Crociata onde rendersi indipendente dalle Repubbliche marinare italiane. Torri tonde, mura alte, solo l’antico fossato è colmo: l’effetto è eccezionale. Dentro, nella piazza e nelle strade della città, i francesi esultano per il trionfo mondiale, e i turisti tedeschi, e quelli italiani, applaudono per cortesia. Fuori, sotto le mura antiche illuminate di traverso dalla luna, ritrovi quelli con gli zaini, quelli con la bicicletta che li porterà lontano, forse a Compostela. Stanno immobili ad ascoltare il tempo. Un’auto urlante di ragazzi dalle facce dipinte tricolore passa vicino, strombazzando. Ma loro non sembra che se ne accorgano. Forse pensano al tempo lungo dei Campi Elisi consunti dal sole di luglio.

Le possenti mura di Aigues Mortes, Camargue – XIII secolo.

Quando e come inizia l’unità dell’Europa? Non ai tempi dei Giubilei, dal 1300, ma molto prima, quando si costruiscono le nuove vie per comunicare, quelle dei guerrieri e quelle dei santi. L’unità dell’Occidente muove dall’idea del viaggio: infatti ogni esistenza per il cristiano è viaggio in terra in attesa dell’aldilà. E le tre mete del viaggio cristiano sono Compostela, Roma, Gerusalemme. Roma, sepoltura dei Santi Pietro e Paolo, e Gerusalemme, città del Cristo, sono mete fin dal tempo paleocristiano. Compostela lo diventa dall’età carolingia. Ripercorrere la via per Compostela significa riscoprire le nostre radici. A partire dagli Aliscamps di Arles, dove capiamo il diverso senso della morte dei pagani e dei cristiani che trasformano un deposito antico di sarcofagi in un cimitero con 7 chiese, fitto di spoglie di martiri. E Roncisvalle sui Pirenei si trasforma, da memoria di uno scontro fra truppe di Carlo Magno e predoni baschi, in luogo simbolico della lotta fra Bene e Male, fra Occidente e Islam, punto di partenza per quella crociata d’Occidente che gli spagnoli chiamano Reconquista. Ecco la storia di un viaggio che, la notte, dall’alto, come scrivono nel secolo XII i pellegrini e dopo di loro tanti, fino a Bunuel, illumina con le sue tenui luci la Via Lattea.

da “Il Corriere della Sera”, 30/07/1998.

Annunci

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
Questa voce è stata pubblicata in Arte, Itinerari. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Provenza – Alle radici dell’Europa

  1. Giovanni ha detto:

    Molto bello, è come viaggiare nel tempo e nello spazio seduti, su una comoda poltrona da casa tua.

  2. Maurizio ha detto:

    Quello in Provenza credo che sia stato uno dei più bei viaggi mai fatti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...