Un castello chiamato Agropoli.

La leggenda vuole che San Paolo in persona, durante il viaggio da Reggio Calabria a Pozzuoli, vi fosse sbarcato e vi avesse convertito tre bambini: sarebbe venuto da Bussento , e poi da Velia, dove avrebbe fondato una diocesi.
A memoria di quella visita, la chiesetta dei Santi Pietro e Paolo, il duomo, che ancora si arrampica sulla parte alta della città di Agropoli, come il tempio di un’antica acropoli, appunto, il recinto sacro che sovrastava con i suoi templi ogni città del mondo greco classico, quasi a proteggerlo da qualunque cosa potesse minacciarla. E tuttavia è solo nel 592, in una lettera di papa Gregorio Magno, che si trova il nome Acropoli riferito a quel paesino arroccato su un promontorio del Cilento, che, durante la guerra greco-gotica, era diventato un kastron, una roccaforte relativamente sicura per lo sbarco delle navi bizantine.

È solo per la sua conformazione, eretto su un promontorio a picco sul mare, che avranno deciso di chiamarlo così? Qualcuno ha pensato che vi fosse ben altro, dato che si tratta del più antico insediamento greco in Campania, precedente addirittura a Paestum: qualcuno ha voluto collocarvi il santuario di Poseidone Enipeo descritto da Strabone e da Licofrone, ma ancora oggi non esistono prove di questa ipotesi. Di certo, su quel promontorio, un’acropoli c’era sicuramente, dato che vi sono state trovate delle terracotte architettoniche risalenti al VI secolo a.C., e i suoi templi erano stati certamente utilizzati per tutta l’età romana.
Ma quei tempi sono ormai lontani, e la guerra di Giustiniano per la riconquista dell’Italia meridionale l’ha ormai spopolata; in particolare, quelle zone costiere dell’antica Lucania costellate di latifondi e fattorie, sono state ridotte allo stremo dai saccheggi dei Goti. Peggio ancora, poi, quando, alla fine del secolo, piombano i Longobardi di Zottone: complici la peste del 570, la carestia del 578 e le alluvioni del 589, è stato calcolato che la popolazione si sia ridotta a 10 abitanti per Km². La lettera che papa Gregorio Magno scrive nel 592 ci apre uno squarcio su una situazione drammatica: il vescovo di Paestum, Felice, si è rifugiato proprio nella fortificata Agropoli, che i Longobardi hanno rinunciato perfino ad assediare, ma i villaggi e le città vicine sono state investite in pieno da incendi e saccheggi, e i loro abitanti uccisi o mutilati.

Il problema è che quelle regioni fertili, ricche di grano, di fichi e di olivi, di pascoli e di boschi da cui trarre legname pregiato, fanno gola a molti. Infatti passano quasi subito nel patrimonio personale dei duchi di Benevento, e ad Arechi I papa Gregorio si rivolge per permettergli di prelevare del legname per la costruzione della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Roma.

Il castrum di Agropoli, però, rimane enclave bizantina. E’ lì che, nell’estate del 787, sbarca un’ambasceria proveniente da Costantinopoli, venuta a portare al principe Arechi II la nomina a patrizio imperiale: in realtà, l’imperatore vuole assicurarsi che il principe di Benevento e Salerno non abbia in mente di allearsi con l’ex cognato Carlo re dei Franchi e non diventi dunque una minaccia per l’Impero d’Oriente; come garanzia chiede in ostaggio il suo primogenito Romualdo. Non potevano arrivare in un momento meno opportuno: Arechi II è già morto, e la sua vedova Adelperga è impegnata a Benevento in una trattativa con un’ambasceria di re Carlo, che ha donato al papa alcuni territori della Campania del Nord appartenenti al ducato longobardo e per giunta tiene in ostaggio il secondogenito di Arechi, Grimoaldo. Adelperga chiede dunque ai messi imperiali di trattenersi ad Agropoli finché la trattativa con i Franchi non sia finita, poi, nel gennaio del 788, li fa scortare a Salerno via terra.

Ma Agropoli è una preda troppo ambita per rimanere a lungo nelle mani dei Bizantini. Secondo il cronachista Erchemperto, nell’879 viene conquistata dai Saraceni, e due anni dopo l’arcivescovo di Napoli Atanasio II pensa bene di concederla loro ufficialmente, sperando così di tenerli a bada.  I musulmani trasformano così il castrum precedente in un ribat,  punto di forza per le loro scorrerie in Campania e in Calabria. Ma non solo: da quella fortezza possono controllare le regioni circostanti con tutto il loro corredo di risorse, e commerciarle. In particolare, il legname di Agropoli è molto apprezzato per la costruzione delle navi, e sarà esportato in Medio Oriente e in Africa addirittura fino all’XI secolo. In questo una preziosa alleata si rivela Amalfi, che costruisce il suo impero commerciale anche “riciclando beni sporchi”, ovvero acquistando e rivendendo i bottini delle razzie saracene (schiavi compresi). Per i musulmani, Agropoli sarà l’ultima roccaforte, quando, nell’915, vi verranno ricacciati da una coalizione formata dalle città di Napoli, Salerno, Capua, Gaeta, Amalfi e Benevento, con l’appoggio di Bisanzio e del papa.

Finché, nell’XI secolo, non compaiono sulla scena i Normanni, nella specie Roberto il Guiscardo, che da mercenario è divenuto signore delle Puglie e delle Calabrie. Seguendo l’uso della madrepatria, Roberto spezzetta i suoi territori in feudi, che concede soprattutto a membri della sua famiglia. Agropoli, insieme a vasti territori del Cilento, diviene feudo di Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto. Questo, però, non la risparmia dai saccheggi dei pirati saraceni, che continuano ad assaltare le coste cilentane: anche quando Agropoli passa ai vescovi di Capaccio, troviamo documenti con insistenti richieste di aiuto ai sovrani, spie della drammatica situazione in cui versavano quei territori. Il castello è rimasto sempre il punto di forza di Agropoli, il solo strumento concreto per contrastare i pirati, e l’aspetto imponente che oggi possiamo vedere, frutto soprattutto del rifacimento aragonese, quando era ormai proprietà di re Alfonso, ne è una prova lampante: ci si trova di fronte a una vera e propria macchina da guerra, con un fossato, feritoie e cannoniere.

E’ ancora possibile arrampicarsi su per quel promontorio, il promontorio dell’Acropolis, fino al castello, oggi usato come sfondo per mostre ed eventi. Da lassù si può scorgere un panorama indimenticabile, che abbraccia tutto il golfo. Soprattutto d’estate, quando tutto ciò che si vede sono spiagge affollate di ombrelloni, ci è difficile immaginare con quale terrore gli armati di guarnigione, per secoli e secoli fino quasi all’Ottocento, si affacciassero a quegli spalti, attendendosi da un momento all’altro di veder spuntare vele turche da dietro l’angolo.
Tanto tempo fa, quando c’era un “Castellum quod Agropoli dicitur”, come leggiamo in un documento dei primi del XII secolo: un castello chiamato Agropoli.

Articolo pubblicato su Citizen Salerno.

Bibliografia:
Pietro Ebner, Economia e società nel Cilento medievale, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 1979, 2 voll.;
id., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 1982, 2 voll.;
Piero Cantalupo, Acropolis. Appunti per una storia del Cilento – Dalle origini al XIII sec., Tip. Guariglia, Agropoli, 1981;
Fernando La Greca, Agropoli: profilo storico, Acciaroli, Centro di promozione culturale per il Cilento, 2008.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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10 risposte a Un castello chiamato Agropoli.

  1. msshano ha detto:

    Quest’articolo perpetua la legenda che il Cilento era permanentamente soggetto as attacchi dei “saraceni” anche dopo il 915 quando hanno abbandonato Agropoli. (Andavano li come ex-impiegati soldati mercenari di Napoli). Nel XI secolo un attacco dei musulmani era rarissima nel Cilento. Verso 1100 Sicilia era conquistato dai Normanni e i saracenti e la flotts navale era integrato nell’armata normanna. Verso 1113 i musulmani di Spagna apparivano con dei scorerie, mentre Pisa si occupava di conquistare i Baleari, ma il mare era ormai dominato dai normanni e l costa del Cilento era apperto al commercio regionale fiorente. Castellabbate, nonostante la legenda non era costruita per protezzione dai saraceni ma per proteggere i posedimente e la signoria de Cava dei Tirreni nel Cilento. There is a lot of distortion here. Beautiful place though.

    • mercuriade ha detto:

      Egregio prof. Shano,
      ho specificato “pirati” saraceni, e certamente non erano gli stessi saraceni che avevano lasciato Agropoli nel 915. Ebner cita diversi documenti nel corso del XII secolo in cui i vescovi di Capaccio cercano invano di attirare l’attenzione dei re normanni sul problema delle scorrerie dei pirati; i re rispondono con generiche rassicurazioni, ma poi fanno orecchie da mercante. Forse una possibile spiegazione è proprio il fatto che, come da lei detto giustamente, la flotta normanna facesse uso di mercenari saraceni.
      Lei, poi, sa meglio di me che proprio in età aragonese e vicereale, quando il castello di Agropoli viene restaurato, l’assalto dei pirati (questa volta Turchi) raggiungerà dimensioni drammatiche, tanto che alcuni storici hanno sospettato perfino che la “politica internazionale” incoraggiasse i pirati Turchi a “sfogarsi” sulle coste del Sud Italia in modo da risparmiare il resto dell’Europa.

  2. msshano ha detto:

    Eggregia prof.essa mercuriade,
    Il discorso ha da fare con una falsa ottica paradignatica che domina interpretazioni tradizionali e legendarie della storia del Cilento: cioè di strutturale, permanente e grave scorerie dei saraceni sulla costa durante l’intero medioevo. Non credo che si può squalificare le mie osservazione attraverso un riferimento a segnalazion di Ebner ai lettere del vescovo di Capaccio (quando? per quanto tempo? che pagine di quale libro di Ebner?) o per dire che dopo la presa di Costanintopoli dai Turchi , cioè , nel periodo post-medievale, diventa allora vero che il Cilento era esposto ai serie scorerie. I normanni dominavano il terreno nel XII secolo non con saraceni “mercenari” ma con regnicoli musulmanni dalla sicilia, fedele, o almeno soggette, all’Altavilla.

    Quello che lei dice della geopolitica è più di un sospetto: sappiamo comie il Sanseverino faceva leghe con la monarchia Francese e i Turchi per distabilizare il regno a Napoli nel periodo post-medievale.
    Si capisce che nel passato, quando la storiografia Campana, nascondeva la complicità dei Amalfitani e gli altri staterelli con la depredazione “saracena” medievale, era comodo creare una visione della politica e la storia come un conflitto tra angeli (noi) e diavoli (saraceni). Ma nel epoca post-moderna la storiagrafia è diventato critica anche di se stesso. Non conviene perpetuare la visione dei Cilentani come sempre, solo, vittimi. Non dimentichiamo la storia di Caino e Abele, e anche lasciamo guardare molto attentamente ai dati storici.

    Dove sono questi referimenti di Ebner and per quel periodo avevano riferimento.? Constabile non ha fatto il castello di Agropoli per difendersi dai pirati. E pura legenda. Però non è legenda che Cava dei Tireni ha ingabbiato i contadini nel Cilento. I castelli come dentri di ammistrazione fondiarie e per la dominazione della popolazione vicina non forniscono racconti romantiche.

    • mercuriade ha detto:

      Non sono assolutamente professoressa e vedo che sull’argomento lei ne sa molto più di me.
      Ripeto che non parlavo di saraceni in generale, su questo sono d’accordo con lei, ma parlavo di pirati saraceni. Non ho sostenuto minimamente che quello fosse stato l’intento della costruzione del castello, ma solo del suo restauro in epoca aragonese, appunto dopo la conquista di Costantinopoli. Sul fatto. però, che la pirateria fosse parte integrante del panorama mediterraneo medievale e non solo del Cilento, praticata o no dai Saraceni, credo convenga anche lei; d’altronde i Normanni non avevano un potenziale tale da favorire un ampio controllo non ho pensato minimamente di farne uno “scontro di civiltà”, e ho sottolineato il fatto che Amalfi trasse vantaggio da questo fenomeno; come fecero, più tardi, anche Genova e Pisa. Che i più coinvolti fossero poi pirati provenienti dai paesi definiti in seguito “barbareschi” è un altro discorso.
      Non ho trattato il caso di Santa Maria di Castellabate, né del suo castello; vedo che lei ne ha scritto, e sarei lieta che mi mandasse qualche titolo in merito.
      Ho messo l’intera bibliografia in fondo all’articolo. Vi aggiungo un altro paio di titoli:
      Marco Tangheroni, Commercio e navigazione nel Medioevo, Laterza, 1996;
      Rinaldo Panetta, I Saraceni in Italia, Ugo Mursia Editore, 2009;
      questo riguarda più l’età moderna, si trova anche qualche cenno interessante sull’epoca medievale:
      Jacques Heers, I barbareschi: corsari del Mediterraneo, Salerno, 2003.

  3. msshano ha detto:

    Ok, vedo che preferisce non discutere l’argomento dell’ottica storiografica della regione per il medioevo.

    • mercuriade ha detto:

      Per nulla, al contrario, trovo questa discussione molto stimolante, anche per chi si trova a leggerla.
      Anzi, avrebbe la cortesia di mandarmi la bibliografia da cui ha tratto le informazioni di cui mi ha reso partecipe, compreso qualche suo titolo?

  4. msshano ha detto:

    OK, in quel caso….Il libro recente di Vito Lorè, Monasteri, Principi, Aristocrazie, La trinità di Cava nei secoli XI XIIm Spoleto, 2008 con l’ottima bibliografia da molto informazione sulla fiorente economia monastica di Cava nel Cilento nel XII secolo. Graham A. Loud nella publicazione del recente convegno a Salerno Salerno nel XII secolo,atti del convegno internazionale a cura di Paolo Delogu e Paolo Peduto, descrive la alta reditita degli investimenti e commercio di Cava nel Cilento del XII secolo. ,con tanti riferimenti bibliografici.
    Rimane importante trovare le pagine essate in Ebner dove lui parla dei lettere del vescovo di Capaccio per verificare le asserzione di destabilizazione dai pirati nel XII secolo nel cilento. Temo che riferiscono ai Turchi alcuni secoli dopo e a un isolato episodio di “pirati” dalla spania all’inizio del XII. Non ho i libri qui e sull’internet non i riferimenti online.
    Per quanto riguarda il colaborazione dei Sanseverino con i francesi protestanti e i Turchi quando era in esilio, basta guardare a Wikipedia.
    Avevo un corto circuito nella testa quando riferivo a Castelabbate che non è Agropoli, ma il mito degli attacchi strutturale saraceni nel Xi e XII secolo nel Cilento si trova in ogni breve storia di castelabbate per il turismo e anche sul sito del Comune. Questa ottica storiografica è acriticamente difuso in tutta il regiuone ai non-specialisti. la costruzione della signoria di Cava nel XII secolo e da tempo descritto per esempio anche da Valerie Ramseyer, The Transformation of a Religious Landscape, Medieval Southern ILaly, 850- 1150 (Ithaca and London , 2006), che si occupa del Principato di Salerno.
    Io mi chiamo Michele e mi sembra ormai normale qui a dare il tu, no? I mie titoli di studi o publicazioni? “Doctorandus” storia medievale in Olanda, Ma la cosa che mi colpisce fra la gente chi fanno diffusione di studi storici nel sud Salernitano è che ripetano cose senza fondazione storiche dai libri del 700 se come fosse verità biblica e non usano i fonti primarie ma secondarie..Cosi la maggior parte dei comuni nel Cilento ignorano il loro epoca d’oro di sviluppo economico e demogrfico del XII secolo sotto i normanni.

    • mercuriade ha detto:

      Ok, Grazie mille! Conosco entrambe le pubblicazioni e sono ottime!
      Comunque tengo a precisare che non ho reperito informazioni in rete, tantomeno sul sito del Turismo di Agropoli.
      Quel che mi premeva sottolineare prima è che la pirateria (ripeto, praticata o no dai Saraceni) fosse panorama abbastanza frequente nel Mediterraneo dell’epoca, e non solo del Cilento, come sulla terra era frequente il brigantaggio: cosa che ammette anche Peduto. Fernando La Greca parla diffusamente della pirateria come fenomeno ricorrente soprattutto in età normanna (“Agropoli: profilo storico”, pp. 160-172). Ebner, in “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” ne parla soprattutto nel I volume, a pagina 56 del quale cita quei documenti di cui parlavo. Ma anche nel resto dell’opera vi sono cenni significativi: ad esempio, a p. 613 nota che gli abitanti di Capaccio ancora nel XIII secolo pagavano una sorta di riscatto ai pirati per evitare di essere saccheggiati.

      • msshano ha detto:

        Grazie, il fornimento delle pagine nei libri che riferiscono a fonti primarie ci permette di essere più preciso. Dove a pagina 56 del libro di Ebner si parla di lettere al re normanno? L’anno non è giusto.. forse voleva dire 1111, ma allora il regno non era ancora fondato! Non si dice quando le devestazione erano fatte e come fonte da gli annali di Santa Sopfia a benevento senza anno. Abbastanza spesso Ebner racconta cio`che ‘si dice”e poi lamenta che non era mai dato una fonte ler l’asserzione. Qui, comunque non si vede una convincente verifica della tesi di strutturale e distabilizando pericolo di scoriere of devaastazione saracena lungo la costa del cilento nel XII secolo. F. La Greca è uno storico sincero e qualificato ma non è una fonte primaria, certamente non per il XII secolo che non è la sua specilaità. Sembra che si riferische più al tipo di pericolo di schippa che si trova sulla strade di Nuovo York, Per quanto riguarda l’incidente del XIII secolo, è di nuovo un incidente che si deve metter nel contesto di tempo e posto… : Era durante le guerre con gli angioini e Manfredo quando il governo centrale era distabilizato????? Aspetto una valida verifica…dell’ottica.
        Poi io non cerco di fare una critica delle tue competenze ma riferisco ai fatto che esiste un tradizionale quadro che presuppore un pericolo saracena del mare che ha colonizzata il modo di interpretare i dati storici, spesso, egnimatici., Come negli tati unito con McCarthy e il pericolo Communistista della guerra fredda. Finsciamo a veder ciò che aspettiamo di trovare invece di scoprire come era. Non per un istante avevo pensato che hai consultato il sito turistico o de comune di Castelabbate,. Acceno a queste cose per tirare l’; attenzione a una ottica che determina cio che si pensa di “vedere’ nei documenti se non siamo critici.
        Ripeto, grazie agli studi condotti negli ultimi decenni abbiamo acquisito una nuova documentazione archeologica e la revisione di vecchi dati che ci permettono di modificare sostanzialmente la vecchia panorama storica, che valutava il periodo medievale del Cilento, come un periodo dominato dalla decadenza, barbarità, e violenta vitimizzazione. Allora lasciamo smettere di ripettere la non verificata ottica storiografia.
        Per esempio si ripette all’infinitià nella letteratura secondaria che Policastro era distruto nel 915 dai saraceni e nel 1065 da Guiscardo. Eppure non esiste una fonte per il fatto del 915 e gli scavi recente lo smentiscono. Quanto riguarda la devastazione di Guiscardo era uno sbaglio e malinteso. La fonte riferiva a Policastro Petilia nella Calabria! Ma la gente che fanno la volgarizzazione della storia spesso continuano di ripetere ciò che ci sta nella letteratura secondaria vecchia, che magari hanno Detto “forse” è stato così, ma chi f la difusione dell’informazione, dico “lo sappiamo per certo che”, Vedo queste cose in publicazioni di scuole comprensive nel Cilento. Cosi sono educati gli alluni , senza un senso critico. .E di questo che parlo e non se o no certi dettagli sono giuste. Si tratta di un modo di interpretazione dei dati che non1e giustificato o valido.

  5. mercuriade ha detto:

    Capisco e apprezzo la tua cautela: troppi si dimenticano che il compito dello storico è la ricerca della verità.
    Ripeto però per l’ennesima volta che qui non si tratta di proporre l’interpretazione di una “guerra fredda”, né di fare vittimizzazioni, ma di analizzare un fenomeno come quello della pirateria presente su vasta scala nel Mediterraneo, e che i mercanti mettevano in conto un po’ dappertutto. Ad esempio, David Abulafia, che tu ben conoscerai, cita alcuni atti del XII secolo che riguardano i re normanni, prevalentemente atti commerciali, in cui gli attacchi dei pirati costituiscono delle clausole (“Le due Italie: relazioni economiche fra il Regno Normanno di Sicilia e i comuni settentrionali”, Guida Editori, 1991). Insinua addirittura che i re Normanni se ne fossero serviti (una specie di corsari ante litteram) per riscuotere dazi e pedaggi soprattutto dai mercanti genovesi e pisani.

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