Mario Monicelli – L’Armata Brancaleone (1966) / Brancaleone alle Crociate (1970)

La notizia piombò dagli schermi televisivi come una doccia fredda, quel 29 novembre del 2010: il regista Mario Monicelli si era tolto la vita gettandosi dal quinto piano del reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma, dov’era ricoverato. Aveva 95 anni, e un cancro alla prostata in fase terminale.
Ma aveva molto di più: una carriera ricca di soddisfazioni, con ben sei nomination all’Oscar, due Leoni d’Oro, vari David di Donatello e Nastri d’Argento. E soprattutto (quel che più contava per lui) tanto, tanto affetto da parte della gente comune, degli Italiani che fin dal dopoguerra si sono rispecchiati nei suoi film, hanno riso della sua comicità mai banale, si sono affezionati ai suoi personaggi. C’è addirittura chi lo ha considerato non solo uno dei più grandi registi del neorealismo italiano, ma il padre della Commedia all’Italiana. Un personaggio in particolare è entrato nel cuore di giovani e meno giovani, tanto da costringere Monicelli a renderlo protagonista di un secondo film: Brancaleone, il cavaliere spiantato, sconclusionato e squinternato (incarnato da uno stratosferico Vittorio Gassman), più spaccone che leone, che per ben due volte si mette alla testa di una manciata di vagabondi senza arte né parte, che ha in testa le imprese più mirabolanti, e alla fine si ritrova immancabilmente a piedi. I titoli sono diventati quasi proverbiali: L’Armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle Crociate (1970);

Ricordo che quella sera mi armai di DVD e rividi tutti e due i film in una volta. E, mentre mi scorrevano davanti agli occhi le immagini di un Italia medievale senza tempo, un po’ immaginata un po’ reale, che ricordava una coperta di ritagli cuciti insieme, una sola domanda mi ronzava continuamente nella testa: perché? Di cosa aveva paura Mario Monicelli, tanto da preferirvi la morte?
Della morte non aveva paura, ma ne aveva rispetto: proprio lui che rideva su tutto, anche su quello su cui noi almeno non troveremmo niente da ridere. Anzi, forse tutto il film L’Armata Brancaleone potrebbe essere riassunto parafrasando questa frase tratta dalla poesia Il paese di Pulcinella, di Eduardo De Filippo: «Brancaleone sapete chi è? Perepé perepé perepé!» È un’unico grande sberleffo, un pernacchio con cui Monicelli demolisce uno  per uno tutti i miti che ci affascinano del Medioevo. E non risparmia niente. Il cavaliere senza macchia e senza paura? Un mercenario che ha in abbondanza sia l’una che l’altra! Gli eroici duelli? Una farsa! Il santo eremita? Una somma di fanatismo e stupidità! La damigella che darà la sua purezza solo al prode che conquisterà il suo cuore? La darebbe al primo venuto se ne avesse la possibilità! E questa dissacrazione totale penetra come una lama nel cuore del pubblico, proprio perché il pubblico è rilassato e reso permeabile dalla performance da oscar del cast (a Gassman si affiancano nomi come Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, ecc.) e dalla sceneggiatura, che a sua volta fa il verso alla poesia trecentesca fiorentina.
Ma la morte no, quella non si tocca. Infatti l’unica scena “seria”, drammatica, del film è quella della morte dell’ebreo Abacucco: per tutto il film era stato una macchietta, la classica caricatura dell’avaro, tremante nell’allentare la borsa e fremente nel fiutare una moneta in più. Ma che qui diventa soltanto un vecchio, un povero vecchio da consolare nel momento dell’arrivo della Parca. E qui il regista sembra dire che non ha paura della morte, la morte in sé gli importa fino a un certo punto: purché ci si lasci alle spalle la vita e i suoi guai.

Nelle interviste che seguirono nei primi giorni dopo la morte di Mario Monicelli, i suoi amici più stretti, quelli che lo avevano conosciuto meglio, furono unanimi: non della morte egli aveva paura, e nemmeno del dolore del tumore, ormai quasi alla fine. Il suo terrore era quello che la malattia gli togliesse l’autonomia, la parola, perfino la facoltà di essere presente a se stesso, e che si ritrovasse in un letto, incosciente, costretto a dover dipendere dagli altri.
Degli altri non ci si può fidare. Questo messaggio traspare fin troppo chiaro da Brancaleone alle Crociate, per me forse l’unico seguito nella storia del cinema in grado di competere con il primo episodio: anzi, forse per alcuni aspetti anche più curato e raffinato. Con tanti piccoli episodi, scanditi dai quadretti di Lele Luzzati, vengono passati in rassegna tutti gli stereotipi del Medioevo, dalle beghe tra papi e antipapi alla caccia alle streghe. Lo sberleffo diventa raffinata ironia quasi pirandelliana, e appaiono chiare citazioni dal film Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman.
La Morte è personificata, imponente e spaventosa, l’unica o quasi “persona seria” del film, l’unica che mantiene le sue promesse. Se, ne L’Armata Brancaleone, c’era ancora spazio per una certa “solidarietà di classe” tra i membri dell’armata, qui l’unica persona capace di un gesto nobile è soltanto l’outsider tra gli outsider, la piccola strega dall’accento beneventano (interpretata da un’acerba Stefania Sandrelli), innamorata di Brancaleone e pronta a immolarsi al suo posto. Gli altri pensano solo al proprio tornaconto: si sono accodati al povero Brancaleone solo perché non avevano altra scelta, ma tutti sarebbero pronti a voltargli le spalle, perfino a venderlo se necessario.
Lo sguardo di Monicelli è di una lucidità che rasenta il cinismo. Non volle sopravvivere alla sua lucidità: forse proprio per non vedere se chi aveva detto di amarlo nei tempi felici gli avrebbe voltato le spalle?
Non lo sapremo mai.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Mario Monicelli – L’Armata Brancaleone (1966) / Brancaleone alle Crociate (1970)

  1. Giovanni ha detto:

    Un alto artista che se ne è andato. Regista nella vita ma artista nello spirito.Sarebbe stato bello vedere Brancaleone in un altra epica avventura nell’Italia che fu. Riposa in pace

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