E il re degli animali smarrì il suo paradiso

di Guglielmo Cavallo

Dalla maledizione delle cavallette all’epidemia della mucca pazza: storia di un divorzio colpevole. Un rapporto millenario che oggi rischia di interrompersi. Le favole hanno sempre attribuito alle bestie doti e peccati.

Il leone. – miniatura dal cosiddetto “Fisiologo di Berna”, copia di un’opera alessandrina tardoantica realizzata a Reims dal copista Egperto – 825-850 ca.

Ne La cena del conte di Boulainvilliers, Voltaire mette in scena un dialogo tra un cappone e una pollastrella, i quali si confidano le loro disgrazie a cominciare dagli «interventi crudeli» che li hanno privati «delle loro parti più belle» rendendoli sterili. E il cappone ricorda la conversazione tra due abati che lamentavano la stessa mutilazione loro inflitta perché cantassero con voci più squillanti. Il dialogo – prima che i due animali vengano sgozzati per essere portati in tavola – assume sempre di più carattere filosofico; e la conclusione che se ne trae sotto il profilo antropologico è che l’uomo condivide con gli animali una «comunità di destino». Quando invece, come ai nostri giorni, si ha una frattura radicale tra umano e animale, uno scandalo come quello della «mucca pazza» risulta quasi ovvio; diventa totalmente esterna alla società degli uomini, la natura animale viene ridotta a semplice ingranaggio della macchina produttiva, a mercificazione senza limiti né scrupoli.

Gli animali della terra – miniatura dal “De Universo” di Rabano Mauro, Montecassino – X secolo,

Il genere umano ha sempre intrattenuto un rapporto speciale e simbolico con il mondo animale: un rapporto che è stato oggetto non solo, di volta in volta, di indagini antropologiche o di speculazioni filosofiche o scientifiche, ma anche di ricerche di carattere storico sotto diverse angolazioni: di storia sociale ed economica, artistica, letteraria, e di storia delle mentalità e dei sistemi di rappresentazione.
Sotto molti di questi aspetti un terreno di indagine privilegiato è stato il Medioevo, al quale sono dedicati recenti volumi sul mondo animale e sulla caccia, mentre è uscita nel contempo una raccolta di saggi di carattere antropologico sul rapporto tra l’uomo e l’alterità animale. Per il Medioevo la storia umana, alla luce del pensiero cristiano, era storia del peccato e della salvezza, e perciò nel bene come nel male ne sono al centro l’uomo e il suo destino ultimo. Gli animali perciò non accompagnano l’uomo nel giudizio finale e nella resurrezione della carne. Pur restando significativo, altro comunque è il loro ruolo, fondato per tutto l’alto medioevo sulla distinzione tra animali utili e animali nocivi: i primi, assoggettati all’uomo, gli fornivano cibi, vesti, servizi, compagnia nel duro viver quotidiano, e persino, con la caccia, uno status symbol e un segno di potere, mentre animali dannosi – cavallette, lupi, faine – che invadevano e distruggevano campi e cortili erano punizione per i peccati e stimolo perché l’uomo se ne ravvedesse. Questa semplificazione di fondo risulta sovvertita al più tardi nel secolo XIII, quando gli animali da una parte sono tutti amati cristianamente perché l’amore del creato, qualsiasi creato, è sempre amore verso Dio, e d’altra parte sono indagati scientificamente perché sia possibile conoscerli e dominarli. E dunque San Francesco predica agli uccelli e abbraccia il lupo; e Federico II indaga la struttura anatomica e fisiologica dei falconi. Sul piano scientifico inizia, così, quel percorso che porterà fino agli studi – ma siamo ormai in età moderna – sulla sessualità degli animali e in particolare sugli incroci di razze canine (e oggi fino alla clonazione e alla pecora Dolly…), tanto che la Santa Inquisizione incriminava di «scurrilità» un quadro di Paolo Veronese solo perché vi si trovavano raffigurati dei cani.

Caccia al toro – miniatura dal Bestiario di Ashmole – 1200 – 1225 ca. – Oxford, Bodleian library.

Ma gli usi che il Medioevo fece del mondo animale furono altrimenti molteplici: didascalici, morali, estetici. Si prendano le favole. Queste, già di origine greco-romana e orientale, fornivano il modello per allegorie in chiave cristiana nelle quali gli animali, pensando agendo parlando quasi fossero esseri umani, insegnavano una morale spicciola, che aveva il fine ultimo, soprattutto nell’ambito della predicazione, di proporre exempla per la «mietitura delle anime». Ed ecco il gatto ingenuo (e non astuto come quello di Pinocchio) e la volpe scaltra che cercano di difendersi dai cani in battuta di caccia l’uno, privo di ogni altra risorsa, salendo su un leccio e quindi salvandosi, l’altra mettendo in atto mille astuzie ma infine soccombendo: il fatto sono i semplici che hanno come unica risorsa la fede e salgono al cielo, la volpe sono gli ingannatori e gli infidi che perdono la loro anima. Si coglie già qui, ma risulta meglio da altri testi, come nel Medioevo gli animali diventino referenti simbolici per la rappresentazione della società nel suo complesso. Un regno animale pieno di malafede e di crudeltà, di vizio e di insania, nel quale la giustizia e la rettitudine vengono vanificate e messe in ridicolo è lo specchio di una visione negativa della società; e viceversa in un mondo di bestie dolci e sensibili, fedeli ed oneste, viene a riverberarsi l’utopia di una società auspicata. Testi e fonti iconografiche medievali propongono immagini, interpretazioni, dottrine, simboli, nei quali le bestie di rado si dimostrano ciascuna di segno tutto positivo o tutto negativo; quasi sempre la loro valenza è ambigua. Come tutte le creature, come l’uomo stesso, esse manifestano i segni di una lotta tra il bene e il male, di una lacerazione tra Dio e Satana, quale si può rivelare nel simbolismo cristiano degli animali che nel Medioevo si riversa dai racconti agiografici, dalle facciate delle cattedrali, dai cicli monumentali dipinti, dalle miniature. Se è vero che gli animali non sono presenti al giudizio finale e alla resurrezione della carne, essi con il loro simbolismo possono esprimere momenti centrali della storia della salvezza. Annotava il Physiologos, uno dei testi medievali più letti sulla natura animale: «La Sacra scrittura non ha detto nulla senza una precisa ragione intorno agli uccelli e alle fiere». Non va dimenticato che nel Medioevo è sempre la Bibbia con i simboli di cui gli animali venivano caricati nell’esegesi ad orientare testi, ordini decorativi, soluzioni iconografiche. Altro si potrebbe dire dell’esplosione del mostruoso, del fantastico, dell’immaginario che il rapporto tra l’uomo e gli animali genera nel Medioevo e del suo significato tutt’altro che stravagante, ed invece inerente ai modi di approccio che quell’ epoca ebbe con il mondo fisico.

Renart la Volpe colpisce in singolar tenzone Ysengrin il Lupo – miniatura dal “Roman de Renart”, 1290-1300 ca. – Parigi, BnF.

Ma lasciamo il Medioevo, nel quale – comunque considerata e interpretata – l’alterità animale viene sempre ad integrarsi con l’umano in un universo nel quale l’ una e l’ altro vivono in una simbiosi economica, sociale, religiosa, e sono perciò sempre regolati da un ordine (di Dio, della natura), mai scissi. E veniamo ai tempi nostri, dove la dicotomia tra homo sapiens e mucca pazza spiega più di quanto si è detto all’inizio. Una volta infatti degradato l’animale a oggetto inerte, dominabile, utile solo allo sfruttamento e ad un ciclo produttivo, il passo ulteriore è assai breve. Si ricordi Adorno: «L’ affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom». Il razzismo è dietro l ‘angolo.

da “Il Corriere della Sera”, 14/01/2001.

Per saperne di più:
Edizione elettronica del Physiologus, bestiario tardoantico;
The Medieval Bestiary – Animals in the Middle Ages;
La chasse au Moyen Age. Société, traités, symboles, a cura di Agostino Paravicini Bagliani e Baudoin Van den Abeele, Firenze, SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2000;
Il mondo animale e la società degli uomini, “Micrologus”, VIII (2000);
Paolo Galloni, Storia e cultura della caccia: dalla preistoria a oggi, Bari, Laterza, 2000;
Homo sapiens e mucca pazza: antropologia del rapporto con il mondo animale, a cura di Annamaria Rivera, Bari, Dedalo, 2000;
Wilma George, Brunsdon Yapp, The naming of the beasts: natural history in the medieval bestiary, Londra, Duckworth, 1991.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a E il re degli animali smarrì il suo paradiso

  1. Maurizio ha detto:

    Il quadro di Paolo Veronese a cui si accenna è la Cena a casa di Levi, che in origine sarebbe dovuta essere un’Ultima Cena. Nel quadro compaiono mercenari tedeschi ubriachi, animali e nani, tutte presenze che “profanizzando” (più che profanando) la scena sembrarono fuori luogo nella rappresentazione di un momento culminante come l’Ultima Cena. E fu per questo che l’Inquisizione pretese che il Veronese o cambiasse il quadro o, almeno, cambiasse il soggetto, come poi fece.

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