Mille anni di comunicazione. Notizie dal Medioevo

di Cesare Segre

Esce per l’Editrice Salerno il volume “Lo spazio letterario del Medioevo” , a cura di Guglielmo Cavallo, Claudio Leonardi e Enrico Menestò. Una storia della letteratura in Europa sulla base delle modalità di diffusione della cultura.

La bottega del copista – miniatura, tardo XIV secolo – Parigi, BnF.

Un titolo come Lo spazio letterario del Medioevo (Salerno Editrice, Roma) può incuriosire o suscitare perplessità. Ma chi conosca il successo delle due opere analoghe dedicate dallo stesso editore a Roma antica e alla Grecia antica ha già un buon punto di riferimento. In più, come ribadiscono i curatori stessi (Guglielmo Cavallo, Claudio Leonardi ed Enrico Menestò), la letteratura latina medievale è un patrimonio di dimensioni gigantesche, in parte ancora inesplorato in prospettiva letteraria. Perciò i collaboratori di questo bel volume di 665 pagine, cui ne seguiranno altri cinque, percorrendo appunto l’ampio spazio cronologico (circa un millennio) e geografico (tutta l’Europa) occupato dalla produzione medievale in latino, hanno sintetizzato le informazioni e le proposte che suggeriscono le future direttive di ricerca.
Semplificando molto, si può dire che i capitoli partono dalle modalità di diffusione della cultura medievale, per passare ai suoi vari affluenti in altre lingue e soffermarsi sui materiali usati per la scrittura e la diffusione dei testi, e infine sulle fonti cui gli autori hanno attinto. La varietà di taglio dei contributi evita il rischio di trascurare qualche ambito o qualche approccio. E dirò che la lettura dell’opera produce ad ogni momento il piacere di qualche notizia prima ignorata o di sistemazioni originali per settori sinora inquadrati in un ordine accettato acriticamente. Seguendo qui un percorso che riconosco capriccioso, segnalerò anzitutto i capitoli sugli affluenti culturali.
Si è sempre detto che il medioevo occidentale ignorava praticamente il greco; correggendo questa convinzione, un capitolo allinea nel tempo quanti hanno accudito alla traduzione e all’interpretazione di opere ecclesiastiche e filosofiche composte nell’Impero d’Oriente, e magari anche di quelle sui viaggi leggendari di Alessandro Magno o di trattati di medicina. Nel sec. XII i soggiorni dei dotti a Costantinopoli s’infittiscono, e facilitano l’importazione di opere greche, permettendo per esempio a Giacomo da Venezia di tradurre la “nuova logica” di Aristotele. Ma è noto che l’arabo fu il tramite principale per la conoscenza della cultura greca, specialmente classica: gli è dedicato un altro capitolo. Di questo apporto fondamentale si sa moltissimo, come si sa quanto debba il lessico internazionale agli arabismi, specialmente astronomici, matematici, alchemici e così via. Però qui è interessante, prima di giungere alla civiltà dei traduttori di Toledo e della Sicilia normanna e federiciana, ricostruire i percorsi di testi indiani, persiani, siriaci, per arrivare, attraverso la versione araba, alle traduzioni latine e poi in lingua volgare. La comunità degli studi è internazionalista e tollerante, tant’è vero che mentre i dotti utilizzano senza remore il pensiero islamico, nell’ambito della lotta per il predominio religioso, politico e commerciale i musulmani sono presentati come barbari.
Molto meno facile il discorso per i Celti, che pure erano già in contatto con i Romani ai tempi di Giulio Cesare. Una cultura sviluppata, ma esclusivamente orale, ha lasciato ricordi confusi e incompleti, ben più modesti dei prodotti di oreficeria e artigianato. Qualcosa s’incomincia a trascrivere dopo la cristianizzazione, anche se la letteratura ormai dominante sarà religiosa e in latino. Da allora i testi non mancano, e nemmeno le notizie su scuole consacrate, oltre che al diritto, alla genealogia e alla storia, pure alla poesia. I testi, rari, ci sono, anche antichissimi. Ma ciò che s’ intravvede dietro le notizie sui bardi e i cantastorie celtici, che forniranno materia ai romanzi e alle leggende arturiane, è un’ altra gloriosa epoca creativa, di nuovo condannata alla cancellazione dalla sua prevalente oralità.
La contrapposizione scritto-orale è quasi un Leitmotiv del volume. La vittoria della scrittura ha anche significato l’estinzione di gran parte delle invenzioni letterarie popolari. Persino la musica profana venne a lungo condannata, e sostituita a forza con inni ecclesiastici: anche per sant’ Ambrogio, la magia del canto e la persuasione della predica devono combattere le seduzioni della superstizione e dei sortilegi precristiani. I copisti vantano invece la propria opera, sottolineando la fatica degli occhi, della mano e del corpo. Frequenti le notizie sul passaggio dai primi abbozzi d’autore, magari su pezzi di carta volanti, attraverso aggiunte e correzioni, sino a una stesura definitiva. Se ne parla, tra gli altri, per il filosofo ebreo spagnolo Maimonide, il quale accenna in una lettera a spostamenti accidentali nei fogli di un suo scritto, che si sono riflessi nella trascrizione dei copisti, danneggiandola senza loro colpa. Anche le copie definitive di sue opere sono costellate di ulteriori correzioni autografe. Analogo travaglio elaborativo attesta, secoli prima, Cassiodoro, lasciandoci anche quattro redazioni di un solo testo; mentre san Gerolamo aveva a disposizione dei segretari che si affrettavano a registrare le riflessioni comunicate loro ad alta voce. Si sapeva che il libro è una cosa importante, anche preziosa (e si veda qui il ricco apparato illustrativo). Per questo, nei primi secoli del cristianesimo ci si affanna a trascrivere il lascito classico, o a compilare compendi ed epitomi che rendano più agevole la sua diffusione. Più avanti, s’incominciano a raccogliere biblioteche, ognuna delle quali rappresenta un tipo e un livello di cultura. Ci dicono molto anche soltanto i cataloghi di queste biblioteche, o persino, come accade una volta, l’elenco dei libri destinati alle carceri. Ma la scelta stessa delle opere trascritte in un codice fa di questo una piccola biblioteca. Così, ognuno dei manoscritti ci trasmette, oltre che le idee e le immagini di uno scrittore, notizie sul mondo in cui viveva, e sui secoli che lo hanno preceduto.

da “Il Corriere della Sera”, 22/04/1993.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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