Il Belpaese dei preraffaelliti

di Arturo Carlo Quintavalle

Nelle loro opere rivive il mito di Giotto e del Medioevo. La lettura della «Vita nova» di Dante e del Boccaccio è la base letteraria di questa ricerca di un nuovo Medioevo.

Dante Gabriel Rossetti – Giotto dipinge il ritratto di Dante – 1852.

I preraffaelliti, un gruppo che si forma nel 1848 in Inghilterra e che riscopre l’arte non accademica, l’arte prima di Raffaello, inventano un nuovo racconto, una nuova immagine della natura e della figura ripensate attraverso l’arte medievale in Italia.
Intendiamoci, per Dante Gabriel Rossetti, per Edward Burne-Jones e molti altri con loro, il Rinascimento era quello di Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Veronese, quello insegnato nelle accademie, mentre il periodo precedente era uno spazio diverso dove era possibile rappresentare i moti dell’animo, nel segno di un «primitivo» senza rapporto con l’arte del XVI secolo. Così il dialogo con Beato Angelico e Filippo Lippi, con Botticelli e con Leonardo trova le sue basi nell’ arte medievale, la bizantina, certo, ma più ancora quella di Giotto.
Rossetti leggeva di Dante La vita nuova, conosceva le novelle di Boccaccio oltre che quelle di Chaucer, era poeta e insieme pittore, amava dunque l’arte italiana. L’ Italia e il Medioevo erano per lui un mito, il tempo e il luogo nel quale i conflitti della moderna società industriale si risolvevano in una società di eletti sensibili e illuminati. Pesano molto, per la formazione di un gusto neomedievale in Inghilterra, le immagini di Carlo Lasinio (1832) degli affreschi del Camposanto di Pisa, da quelli di Buffalmacco a quelli di Benozzo Gozzoli, e ancora pesano le raccolte grafiche di William Y. Ottley (1826) con riproduzioni da Giotto, Giunta Pisano ma anche Ghiberti, Botticelli, Signorelli. Dunque un medioevo ritrovato che si inserisce nel contesto della cultura europea. In Francia la idea di nazione si identifica con il grande programma di recupero culturale e anche di restauro di Eugène Viollet-le-Duc dagli anni 30 in avanti; in Italia il Medioevo è il tempo di una nazione unita anche nell’arte narrata da Dartein, Cattaneo, Rivoira; in Inghilterra la nazione si identifica col mondo gotico, da qui l’attenzione alla Chanson de geste, quella arturiana piuttosto che la saga carolingia. Certo, John Ruskin, nel suo Le pietre di Venezia (1853), riscopre la grande civiltà gotica lagunare e sarà proprio lui a proteggere i preraffaelliti, difendendoli dagli attacchi degli accademici e dialogando fittamente con loro. In mostra alcuni acquarelli e disegni di Ruskin, ad esempio della Tomba Castelbarco a Verona piuttosto che della Ilaria del Carretto a Lucca, ma anche un prezioso interno della chiesa di San Clemente a Roma di Lawrence Alma-Tadema, fanno capire che, nel viaggio in Italia, poteva scoprirsi un mondo altro rispetto al Rinascimento, quello che sarà raccontato nel 1873 da Walter Pater. È del 1852 Giotto dipinge il ritratto di Dante: Rossetti, che aveva certo avuta notizia del ritratto scoperto nel 1839-40 nella cappella del Bargello a Firenze, invece delle pareti affrescate rappresenta un moderno studio con il poeta, il pittore e vari astanti nel segno di Luca Signorelli e di Sandro Botticelli. Diverso il caso di Burne-Jones: nel grande trittico Annunciazione e Adorazione dei Magi (1861) i riferimenti sono complessi: la pittura fiamminga da van Eyck a Rogier van der Weyden, ma anche Pisanello visto a Verona, il tutto come appiattito, chiudendo ogni spazio per non aprire sfondi prospettici. Nuova anche la tecnica del ritratto che, per Rossetti, è ricerca complessa: disegni, abbozzi, poi, alla fine, la pittura ma, prima, quasi sempre, la fotografia utilizzata anche per documentare i dipinti; a questo si aggiunge la minuziosa copia dal vero delle stoffe e ancora del naturale, fiori, foglie, frutti con valore simbolico, dai melograni ai gigli alle rose. La idea che l’arte serva per illustrare il sogno di pochi, gelosamente custodita dai collezionisti, evocazione di un mitico Medioevo o di un diverso Rinascimento, è respinta da William Morris che crede invece, e lo illustra bene in catalogo Silvia Danesi Squarzina, nella funzione della creazione per trasformare la vita della gente: per questo disegna oggetti di arredo, stoffe, vetrate, ceramiche, libri illustrati. In mostra due lunghe strisce ricamate con storie del Roman de la rose, disegnate da Burne-Jones e William Morris (1874-82), fanno capire questa scelta: dunque dialogo col Medioevo, il Roman, appunto, allusione a tessuti come la tappezzeria di Bayeux (XI secolo), ma anche volontà di creare arte per un pubblico diverso. Le strade a questo punto si dividono, Rossetti continua a proporre dense immagini di figure femminili, sogni di amori dolcemente evocati; Burne-Jones continua a dipingere nel segno dell’ arte medievale; Morris infine propone un diverso impegno sociale, mentre in Italia, a fine secolo, da Sartorio a Previati, la lingua dei preraffaelliti viene trascritta attraverso Raffaello e anche Michelangelo. Il mito di quel Medioevo ritrovato nel 1848 è dunque finito.

da “Il Corriere della Sera”, 13/03/2011.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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