La Roma senza Papa di maestro Gregorio

di Chiara Frugoni

Veduta di Roma – miniatura dal “Liber Ystoriarum Romanorum”, XIII sec. – Amburgo, Staats- und Universitatbibliothek.

Nonostante i disagi e i molti pericoli, le strade medievali non erano deserte; a chi era diretto a Roma la città si presentava dall’ alto di Monte Mario, chiamato non a caso “Monte della gioia” (Mons Gaudii) perché rappresentava la meta finale della grande fatica del viaggio.
I pellegrini si muovevano in città aiutati, nei loro itinerari della fede, da guide che segnalavano i principali monumenti cristiani. Tuttavia lo spettacolo dei grandi edifici classici in disfacimento non mancava di colpire lo spettatore:
“O Roma, non c’è nulla che sia uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata grande, se intatta”.
Questi due versi del poeta inglese Ildeberto di Lavardin, dell’inizio del XII secolo, sono citati nel prologo di una guida di Roma veramente insolita, scritta da “maestro Gregorio”, inglese, presumibilmente nella prima metà del Duecento. Veramente insolita perché questo erudito (che frequenta, come lui stesso dichiara, la Curia pontificia e vanta amicizie fra i cardinali), è del tutto indifferente alla Roma cristiana; sembra non vedere alcuna chiesa, anzi addebita con ira e disappunto le cause del disfacimento della Roma pagana in parte al riutilizzo dei materiali di spoglio per l’edilizia, in parte, in realtà soprattutto, alla tenace lotta ingaggiata contro un passato glorioso dai papi, distruttori di templi ed idoli, a cominciare da papa Gregorio Magno. Gli unici tre edifici ecclesiastici menzionati servono unicamente da punto di riferimento topografico; solo un veloce appunto di commozione dedica l’autore alla Roma medievale, apparsa finalmente dall’alto della collina:
“Credo proprio che si debba ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città in cui così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi che a nessun uomo riuscì mai di contarle”.
Lo sguardo di maestro Gregorio, stupefatto e turbato, è però per la Roma dell’antichità, per gli archi trionfali, gli obelischi, le piramidi e le colonne coclidi, e soprattutto per le splendide statue in bronzo che ancora potevano essere ammirate sparse in mezzo alle rovine insieme a quelle di marmo, quest’ultime “quasi tutte o distrutte o deturpate dal beato Gregorio”. Una Venere nuda e con ancora tracce di pittura lo affascina particolarmente:
“Quest’immagine è fatta di marmo di Paro con un’ arte talmente meravigliosa ed indicibile da sembrare una creatura viva piuttosto che una statua: simile a donna che arrossisca della sua nudità, essa ha il viso cosparso di un colore rosso. E sembra proprio a chi guarda che sul volto candido come la neve di quella statua scorra il sangue. Per il suo meraviglioso aspetto e non so per quale magica seduzione fui costretto a tornare a guardarla tre volte, anche se distava due stadi dal mio alloggio”.
Le citazioni sono tratte dalla traduzione con testo latino a fronte fatta da Cristina Nardella (fatica che purtroppo il titolo del libro non lascia indovinare: Il fascino di Roma nel Medioevo. Le “meraviglie di Roma” di maestro Gregorio, Viella editrice, Roma, 1997, pagg. 208, figg. 15, lire 35.000). E’ la prima traduzione in italiano, condotta sul manoscritto originale, con alcune brillanti soluzioni di lettura, che l’autrice fa seguire ad un ampio commento alle Meraviglie di Roma, puntuale, scorrevole ed illuminante (oltre a due capitoli su maestro Gregorio e sul genere letterario delle guide medioevali). Con l’aiuto della Nardella la statua amata da maestro Gregorio è rintracciata: si trova ancora a Roma, ai Musei capitolini, dove è approdata dopo una serie di peripezie (e la vediamo in una delle nitide figure che corredano il libro). Di fronte ai cicli figurati delle colonne coclidi o ai programmi scultorei degli archi trionfali maestro Gregorio rimane particolarmente colpito, “anche se gli avvenimenti e i personaggi rappresentati non vengono identificati correttamente, e sono descritti come suoi contemporanei: i protagonisti delle storie scolpite, infatti, parlano in prima persona attraverso dialoghi di fantasia” (pagg. 96-97), con un procedimento identico a quello adottato da Dante, quando fa dialogare Traiano e la vedovella (di cui il poeta fraintende l’identità: in realtà il soggetto rappresentato era l’omaggio di una Provincia inginocchiata davanti all’imperatore), scolpiti nella ripa che separa il primo dal secondo girone del Purgatorio (X, vv. 73-81). La colonna Traiana, “rotonda e cava come fosse una specie di canna fumaria”, è, secondo maestro Gregorio, “la colonna trionfale di Fabrizio che i Romani gli decretarono dopo che ebbe vinto Pirro re dell’Epiro”: Fabrizio resiste ad un tentativo di corruzione del medico di Pirro, come apprendiamo da un serrato dialogo sulla pietra. La mancanza di fonti scritte, cioè di un punto di riferimento sicuro, annulla il senso del passato, che Gregorio non sa collocare in una scansione temporale precisa. Ciò facilita una visione anacronistica: le statue si muovono, parlano ed agiscono perché l’osservatore si sente liberamente contemporaneo ai fatti, ai personaggi rappresentati di cui crede di recuperare le parole. I dialoghi sono la proiezione dei pensieri e delle ipotesi dell’osservatore dipanati di fronte alle immagini antiche che, proprio perché non appoggiate a fonti scritte, rimarrebbero altrimenti del tutto mute. Largo spazio maestro Gregorio dedica alle statute di bronzo e in particolare al gruppo equestre del Marco Aurelio ora in Campidoglio, ai suoi tempi invece posto davanti al Laterano; su questo gruppo l’autore si sofferma per pagine e pagine. Nel medioevo si era perduta la vera identità del cavaliere e circolavano varie attribuzioni: l’ipotesi più accreditata era che si trattasse di Costantino, l’imperatore che aveva concesso libertà di culto alla Chiesa: una vera fortuna, dato che per questa ragione la statua non fu fusa, sorte che invece toccò a moltissime altre. Maestro Gregorio passa in rassegna e discute le varie teorie distinguendo le sue fonti con spirito critico: accoglie l’opinione degli ecclesiastici in quanto ritenuti i più colti e affidabili, mentre disprezza (“chiacchiere inutili”) quella della gente del luogo e dei pellegrini. Il cavaliere non è né Costantino né Teodorico, come sostengono, rispettivamente, i locali e i forestieri, ma invece un romano antico, un certo Marco o Quinto Quirino. E’ molto interessante e divertente seguire, con la Nardella, l’origine e le pieghe delle varie leggende, in parte basate su fraintendimenti visivi (il ciuffo in mezzo alle orecchie del cavallo creduto un cuculo; il barbaro calpestato, che al tempo di maestro Gregorio rendeva più stabile il cavallo, creduto un re nano, dotato di poteri magici), in parte accreditate per stornare identificazioni all’improvviso diventate scomode.
Marco Aurelio fu creduto senza contestazioni Costantino fino a quando il papato sostenne l’autenticità della “donazione” dell’ impero alla Chiesa. Già nell’XI secolo gli imperatori germanici cominciarono però a dubitare apertamente della veridicità di questo atto e d’altra parte la Chiesa stessa cominciò a trovare disdicevole fare dipendere i fondamenti del potere papale dalla concessione di un imperatore. Che davanti al palazzo del pontefice, nella piazza del Laterano, s’ergesse il gruppo equestre di Costantino era diventato assai sconveniente: sono proprio i cardinali ad allontanare Costantino e ad indirizzare maestro Gregorio “al tempo dei consoli e dei senatori”. L’elenco dei monumenti passati in rassegna (se ci fosse una ristampa suggerirei di aggiungere una mappa di Roma con la loro localizzazione) è lungo ed io non voglio privare il lettore del piacere della scoperta.
Aggiungo solo che questo volume inaugura una nuova collana: La corte dei papi, diretta da Agostino Paravicini Bagliani, pubblicata dalla Viella, indirizzata ad un largo pubblico di studenti ma anche di lettori non specializzati, che vogliano conoscere meglio la corte pontificia, “una delle corti sovrane più complesse dell’Occidente”. Si avvicina il Giubileo e comprendere meglio i simboli del papato, il volto di Bonifacio VIII, la Roma del suo tempo o immediatamente precedente può dare una diversa dimensione e spessore all’ evento. In questo senso appaiono interessanti gli altri titoli della collana, a cominciare dal secondo volume, già pubblicato, di Jane Sayers, Innocenzo III, 1198-1216; per proseguire, a titolo d’esempio, col fenomeno del nepotismo dei papi (Sandro Carocci); il significato politico e simbolico del portico lateranense (Ingo Herklotz); le profezie riguardanti papa Celestino (Francesco Santi); i banchieri del papa nei secoli XII-XIII (Marco Vendittelli).

da “La Repubblica”, 03/03/1998

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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