Il Medioevo mistico del vate Gabriele

di Giovanni Russo

Preferiva quello comunale e cavalleresco

Leon Bakst – bozzetto per la scenografia per la prima parigina di “La Pisanelle ou la Mort parfumée” di Gabriele d’Annunzio – 1913.

L’idea che d’Annunzio aveva dell’ identità italiana e delle sue radici storiche va cercata nel suo rapporto con il Medioevo, testimoniato sia nelle opere, da Francesca da Rimini alle Canzoni d’ oltremare, sia dalla sua avventura più clamorosa di Fiume che, con la «Carta del Carnaro», si ispirò agli statuti dei comuni medievali.
Ecco perché il presidente del Vittoriale Giordano Bruno Guerri ha organizzato, in concomitanza delle celebrazioni dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, il convegno sul «Medioevo di Gabriele d’Annunzio», un tema finora poco approfondito dalla critica. Hanno partecipato alcuni dei maggiori studiosi del nostro Medioevo, ciascuno dei quali ha tessuto il filo di questo rapporto con interpretazioni che rompevano molti luoghi comuni.
Franco Cardini ha sottolineato come d’Annunzio privilegi il Medioevo delle memorie cittadine e delle lotte comunali, quello delle conquiste nel Mediterraneo, delle leggende epico-cavalleresche e della tensione mistica. Uno dei temi costanti dell’immaginario dannunziano, specie negli anni senili, è la celebrazione delle glorie d’Italia facendo del Medioevo e del primo Rinascimento il luogo dove ci si riallaccia al processo unitario risorgimentale, preludendo al messaggio nazionalistico che D’Annunzio stava già lanciando. Lo si vede nel ciclo teatrale di Francesca da Rimini e della Parisina , nel poema La Pisanelle, e nella tragedia La nave. A questo proposito, Carlo Cresti ha sottolineato come le scenografie riguardanti gli allestimenti di queste opere siano ispirate alle architetture delle cattedrali medievali. La vena medievistica di d’Annunzio si espresse inoltre in occasione della guerra italo-turca e della conquista della Tripolitania nelle Canzoni per la gesta d’oltremare, pubblicate settimanalmente sul «Corriere della Sera» che pagava mille lire ciascuna di esse. Questi motivi sono presenti nella Vita di Cola di Rienzo, nella quale d’Annunzio trasfigura il protagonista al punto da evocare San Francesco e gli elementi medievali delle tradizioni folcloriche abruzzesi, su cui si è soffermata Marina Montesano. Alessandro Barbero ha parlato della «Carta del Carnaro», con la quale d’ Annunzio rivendica la continuità con le libertà comunali e la restaurazione dell’ antico potere normativo dei comuni. Sulla «Carta» sono stati dati giudizi diversi. Francesco Saverio Nitti la giudica «ridicolissima e stupidissima», mentre Francesco Ruffini ne parla con interesse. Barbero cita l’opinione di Mussolini che scrive nel «Popolo d’Italia»: «Gli statuti dannunziani non sono un componimento letterario, ma statuti vivi e vitali non soltanto per una città, ma per una nazione». Secondo De Felice, la «Carta» non ha nulla a che fare con il corporativismo fascista e infatti Mussolini e i giuristi fascisti la archiviano. Nell’estate del 1895 d’ Annunzio sarebbe dovuto partire sul panfilo Fantasia di Scarfoglio per una crociera che doveva portarlo sino a Costantinopoli, ma rinunziò al viaggio. La tesi di Silvia Ronchey è che si «accontentò» di Venezia: preferì cioè dedicarsi all’«altra Bisanzio», la Serenissima, nella quale scorgeva l’antitesi di Bisanzio. Questa dialettica Venezia-Bisanzio è esplicitata nell’ opera La nave, rappresentata a Roma al teatro Argentina nel 1908, l’unica volta in cui utilizzò una figura bizantina: quella di Teodora. Secondo Ronchey, il quadro storico-politico che fa da sfondo alla biografia del Vate, fa sì che il suo bizantinismo si sia radicato tra Ravenna e Venezia per attenersi alle loro storie «imperiali italiche». Alessandro Scafi ha messo in evidenza come d’Annunzio leggesse e si ispirasse a Dante, poeta e profeta del Medioevo cristiano, e ne saccheggiasse vocaboli e motivi per le proprie opere. Nell’introduzione all’edizione del 1911 della Divina Commedia di Olschki, d’Annunzio sostiene che era il poema sacro dell’ Unità d’Italia. Si sentiva un esiliato, in Francia e sul Garda, e si immedesimava in Dante, bandito da Firenze e profeta del risorgimento patrio: non a caso affermava che «la poesia italiana comincia con duecento versi di Dante e, dopo lungo intervallo, continua in me».

da “Il Corriere della Sera”, 01/08/2011.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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