I Tedeschi e noi: storia di un complesso d’inferiorità

di Ranieri Polese

I Goti e i Longobardi in Italia: la contrapposizione tra germanici e latini ritorna d’attualità. Ne discute lo storico del Medioevo Franco Cardini.

Multiplo da tre solidi di Teodorico – zecca di Roma, 493 d.C. ca.

Se i Goti fossero riusciti nel loro intento di costruire un durevole regno in Italia, la nostra storia di ieri e di oggi sarebbe diversa?
Il pretesto per la domanda nasce dal convegno internazionale su Teoderico il Grande che in questi giorni si sta svolgendo a Milano. Ma l’interesse per le invasioni germaniche dei secoli lontani non sembra esaurirsi in questa dotta assise. Recente, per esempio, è la pubblicazione della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono presso la Fondazione Valla. E certe nostalgie austro-tedesche del professor Miglio sono nelle orecchie di tutti. Dunque, in un momento in cui il marco schiaccia le troppo fragili difese della nostra lira (e si profila un’immagine di Europa egemonizzata dalla Grande Germania), la domanda non pare poi del tutto peregrina.

Mausoleo di Teoderico, Ravenna – 520 d.C. ca.

Germanofilo convinto e storico del Medioevo, Franco Cardini non si scandalizza:
«E un motivo costante della cultura italiana degli ultimi due secoli questo interrogarsi su come sarebbe andata se… Oggi può apparire fantastoriografia, come il bestseller Fatherland. Ma dal coro dell’Adelchi ai Canti orfici di Campana e oltre, sembra che gli intellettuali italiani non abbiano fatto altro che riflettere sulla contrapposizione tedeschi e latini. Con vari esiti, in modo sempre ambivalente: basti pensare alla Sinistra storica e a Crispi, tutti ex garibaldini che avevano combattuto contro i crucchi e poi, unificata l’Italia, si proclamano zelanti emuli di Bismarck e del prussianesimo.»

Sì , ma lei che pensa in proposito?
«No, non ho nostalgie. Che l’Italia si sia costituita come mosaico di etnie e di culture, senza un’ unica tradizione, mescolando civiltà lontanissime, io lo considero un dato positivo. Nonostante tutti gli inconvenienti, a cominciare dal quasi inesistente senso dello Stato. Lo stare tutti insieme senza mai diventare nazione non mi sembra un risultato da poco. Anzi. Aggiunga, fortunatamente, che nessuna delle etnie della nostra penisola è così totalizzante da produrre una situazione come quella jugoslava: per quanto diversi, un altoatesino e un palermitano non saranno mai come un croato e un serbo.
«Da storico in senso stretto, comunque, debbo dire che le ondate successive dei cosiddetti barbari (i Visigoti del V secolo, gli Ostrogoti con Teoderico del VI, poi i Longobardi) non riuscirono mai ad attecchire. Erano troppo pochi e potenti avversari esterni (i bizantini contro gli eredi di Teoderico, i Franchi contro i Longobardi) si incaricarono di cacciarli. Anche l’epoca del Sacro Romano Impero germanico si conclude con uno scacco, la vittoria di Comuni e Papato è definitiva. Insomma, sembra che l’Italia fosse refrattaria alla germanizzazione.»

Ma, oggi, lei fra gli italiani che cosa vede: paura o ammirazione per i tedeschi?
«I due sentimenti sono come due facce della stessa medaglia. Si teme chi si ritiene più forte. Anche nella parte più avveduta della società civile è facile scorgere, sotto la paura della Germania, un netto senso d’inferiorità. Come se la gente pensasse, insomma, che loro, i Tedeschi, sono così potenti perché storicamente sono sempre stati meglio di noi. Da germanofilo convinto io ritengo di no: non tutta la Germania, grazie a Dio, si identifica con la Prussia dei Kaiser. E oggi le cose dopo l’unificazione non sono poi così floride.»

Questa mania del paragone fra latini e germani, lei dice, risale a un secolo fa. A chi, per esempio?
«A tutti i nostri scrittori, intellettuali, politici, nessuno escluso. Ciascuno, poi, usava questa contrapposizione a suo modo. Per esempio, Manzoni esalta il ceppo latino, il “volgo disperso che nome non ha”, e invita a un’insurrezione contro gli austro-tedeschi. Viceversa, gli anticlericali, nel loro odio del papato, creano il modello dell’ imperatore Federico II e piangono la morte di Corradino di Svevia. Dino Campana, poi, dedica la sua opera al Kaiser Guglielmo II e si proclama l’ultimo germanico italiano. Ma nel frattempo succede un curioso slittamento di posizioni: da un iniziale liberalismo, le due posizioni trapassano nella pura reazione. Semplificando molto, il manzoniano coro dell’Adelchi prelude alla romanità smaccata di Mussolini, e il filoprussianesimo di Crispi è l’anticamera dell’hitlerismo del duce. La retorica del Risorgimento, insomma, ha fatto dei guasti terribili. Abbiamo parlato per decenni di furia teutonica senza conoscerla davvero: l’avremmo scoperta solo nel 1944.45.»

Germania e Italia oggi: il rapporto già difficile ora si complica per via di segnali pericolosi.
«Allude ai naziskin?»

Sì, per forza.
«I cialtroni con la svastica e il cuoio, purtroppo, ci sono. Sono un fenomeno da contenere, forse da non esagerare…»

In che senso, scusi. Lei non vede il pericolo?
«Sì che lo vedo, ma vedo anche che questo è un sintomo di problemi come la disoccupazione, i costi per l’unificazione tedesca, il disorientamento dopo il Muro. E un fenomeno contagioso perché riguarda lo strano sottomondo della cultura giovanile. Ma non ritengo giusto che su questa ondata sciagurata si possa costruire un nuovo antigermanesimo.»

Pro e contro i tedeschi: anche la Lega ha curiosamente due anime.
«Senz’ altro, nonostante l’idolo di Alberto da Giussano e la lotta contro il Barbarossa. Io, per esempio, avendo scritto un libro sull’ imperatore sconfitto a Legnano, mi trovai presentato a un raduno leghista come il nemico, quello che stava per l’avversario. Però, appunto, c’è anche Miglio, e il suo spirito metternichiano, l’idealizzazione dell’ epoca di Maria Teresa. Molto più peronista, latina, invece, l’ala di Bossi…»

Ma torniamo a Teoderico. Forse, fu lui il sovrano di ceppo tedesco che arrivò più vicino alla realizzazione di un regno d’ Italia.
«Senz’altro. Colto e avveduto, provò a costruire uno Stato basato su una divisione netta, un apartheid quasi: il potere militare ai Goti, l’amministrazione civile ai Latini. Boezio, Simmaco eccetera furono grandi intellettuali alla sua corte…»

Finirono male. Da qui la demonizzazione di Teoderico, per esempio nel Carducci.
«Tutto si ripete. Quell’Ostrogoto era un gran re. Ma l’epopea risorgimentale esigeva le sue vittime. Ed eccolo allora mandato all’inferno sul cavallo nero dalle strofe del buon Giosuè. Ma adesso, forse, sarà pace per l’anima sua»

da “Il Corriere della Sera”, 06/11/1992.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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