La “Donazione” di Costantino

di Renato Mambretti

Un documento falso, tipico del Medioevo. Ma attenti a non equivocare: a quel tempo, il documento confezionato su misura era considerato cosa lecita se al servizio della verità.

Trascrizione in latino della cosiddetta "Donazione di Costantino" - libello del XVI secolo - Roma, Archivi Vaticani.

Sino a Costantino (274-337) nessun sovrano aveva scelto di scommettere sul cristianesimo; prima dell’anno 313 e dell’Editto di Milano gli imperatori romani avevano tollerato, ignorato, ma anche ferocemente perseguitato la Chiesa. Per merito di Costantino, però, tutto era mutato: si erano riaperti gli edifici del culto, i cristiani potevano vivere in pace, il cristianesimo aveva iniziato a diffondersi rapidamente, ribaltando il rapporto di diffidenza che aveva sino ad allora connotato le relazioni tra la Chiesa e l’Impero.
Nel Medioevo si conservò l’immagine dell’imperatore convertito e si diffuse la leggenda che Costantino, ammalato di lebbra, fosse stato guarito dal Battesimo ricevuto dalle mani dello stesso papa Silvestro I (314-335). Il fondersi di tradizioni diverse portò anche a tener viva la memoria di una straordinaria donazione: apparve infatti del tutto naturale che attorno all’anno 330 Costantino, dopo aver trasferito la propria capitale a Bisanzio, grato per la guarigione ricevuta, avesse voluto lasciare in dono l’Occidente a Silvestro.
«Abbiamo deciso per decreto di onorare la Santa Chiesa romana»: il Constitutum Constantini (noto anche come Donazione di Costantino) riconosceva il primato di Roma e donava ai santi apostoli Pietro e Paolo il palazzo lateranense, il diadema, la tiara, il manto, la clamide di porpora, la tunica scarlatta, simboli del potere imperiale; al dominio del Papa e dei suoi successori venivano assegnate la città di Roma, le terre e le città d’Italia e delle regioni d’Occidente. Tutto ciò perché «dove è stato costituito dall’imperatore celeste il principato dei sacerdoti e il capo della religione cristiana, non è giusto che in quel luogo l’imperatore terreno abbia potere». La generosa donazione era corroborata dalla firma di Costantino ed era stata ritualmente consegnata a papa Silvestro, dopo averla posta sopra la tomba di Pietro.
Un documento breve (circa tremila parole in tutto) ma clamoroso – e problematico –, che consegnava al Papa la sovranità sull’intero Occidente. Non tutti credettero alla sua autenticità: l’imperatore Ottone III, in una lettera del 1001, accusò un intraprendente diacono romano di aver fabbricato la falsa Donazione; gli stessi Papi se ne servirono solo episodicamente e con discontinuità.

Privilegium Ottonianum - documento datato al 2 febbraio 962 con cui l'Imperatore Ottone I di Sassonia conferma l'autonomia dei territori del papa - pergamena purpurea e scrittura in oro - Roma, Archivi Vaticani.

Fabbricare falsi
Il Constitutum è in effetti uno dei falsi più noti dell’intero Medioevo. Elaborato quasi certamente nell’VIII secolo da ambienti romani o franchi (la critica storica non è concorde sulle origini e sulla datazione), fu concepito nel momento in cui la Chiesa romana, priva della protezione di Bisanzio e perciò costretta a guardare al regno dei Franchi come al più affidabile degli alleati, stava affermando il proprio dominio sulle terre del Ducato romano; quel testo costituiva una conferma autorevole alla lungimirante azione politica che i Papi seppero assumere in quei tempi difficili.
Nella tradizione romana accanto alla Donazione si raccolsero anche un gruppo di lettere e documenti papali, attribuiti all’epoca della Chiesa antica ma fabbricati da falsificatori attivi intorno alla metà del IX secolo. Tali scritti – che presero poi il nome di Decretali pseudoisidoriane o False decretali – erano ritenuti opera di un fittizio Isidoro Mercatore e furono ripetutamente utilizzati da Roma per ribadire e rafforzare il ruolo attivo del Papa nel governo dell’intera Chiesa.
Né il Constitutum né le Decretali costituiscono un caso sporadico. Nella documentazione medievale i falsi proliferano: la storia di antiche chiese episcopali, una nutrita serie di privilegi dei monasteri, numerosi atti di donazione e annose controversie tra enti ecclesiastici documentano con efficacia un fenomeno dilagante. Non si salvano le leggende agiografiche, come ad esempio quella di santa Genoveffa (422- 512), patrona di Parigi, o quella di Cristoforo, il gigante traghettatore, né, in tempi più recenti, la donazione del monte della Verna a Francesco d’Assisi (1182-1226) da parte di Orlando, presunto conte di Chiusi. L’abitudine a falsificare investe anche ambiti diversi da quello ecclesiastico: circa la metà degli atti di governo della monarchia merovingia (VI-VIII secolo) è costituita da documenti artefatti; sui duecentosettanta documenti ufficiali prodotti durante il regno di Carlo Magno, circa cento non sono autentici.
La fabbricazione di falsi, infatti, era una prassi usuale, che non creava particolare scandalo soprattutto se si trattava di riaffermare, tutelare, sostenere un diritto autentico o sinceramente creduto tale. Persino un uomo colto come il celebre arcivescovo Incmaro di Reims (845-882), a lungo punto di riferimento politico ed ecclesiastico del mondo franco, si accorse che le Decretali pseudoisidoriane erano false, ne indicò le contraddizioni cronologiche e le incongruenze di contenuto, ma invece che contestarne l’autenticità produsse a propria volta altri falsi volti a smentirle.
Solo nel tardo Medioevo iniziò a maturare l’idea che un documento fosse da ritenersi valido unicamente nel caso fosse autentico, genuino. Negli anni Quaranta del XV secolo l’umanista Lorenzo Valla (1405/7- 1457), studiando il testo della Donazione sulla base di un’accurata disamina linguistica, giunse a dimostrare che quello scritto non poteva appartenere all’età costantiniana (argomentò che il latino utilizzato era una lingua imbarbarita, non consona al latino del IV secolo). Poco prima anche Niccolò da Cusa (1401-1464) era pervenuto a conclusioni simili.
Alle affermazioni di Valla e di Cusano la Chiesa non reagì, anzi i due accusatori fecero una onorevole carriera tra le gerarchie ecclesiastiche. Nessuno di loro in effetti aveva criticato il contenuto dei documenti o aveva attaccato il diritto della Chiesa.
Si apriva in quei decenni la grande stagione umanistica della critica filologica, si affermava la caparbia attenzione all’autenticità del testo, al metodo storico-critico, propria dell’età moderna (il che non ha peraltro evitato che anche in epoca contemporanea si producessero falsi clamorosi). Resta tuttavia aperta una domanda: come ha potuto il Medioevo cristiano produrre tanti falsi senza porsi dubbi morali? In effetti l’etica medievale, profondamente legata agli insegnamenti di Agostino, ha costantemente rifiutato ogni forma di inganno e falsificazione. Lo stesso papa Innocenzo III (1198-1216) aveva dichiarato che «non si può tollerare in alcun modo la falsificazione ammantata da santità».

Documento datato al 14 dicembre 804 che ha per oggetto una donazione del conte Guglielmo all'Abbazia di Gellona, in realtà falso realizzato tra i secoli XI e XII - Saint-Guilhem Le Désert, archivio dell'abbazia.

Il problema dei falsi
I falsari del Medioevo non erano solo abili manipolatori, individui volti a ottenere guadagni personali grazie a più o meno abili truffe (come a più riprese la storiografia, di ogni colore politico, ha inteso evidenziare). Nell’anno 967 l’imperatore Ottone I (912- 973) stabilì che in casi dubbi l’autenticità di un documento sarebbe stata decisa da un duello, un “giudizio di Dio”. Infatti era Dio il garante della giustizia, della bontà di una causa; a lui si affidava il falsario nel produrre documenti che attestassero ciò che già poteva apparire come giusto, ciò che si era convinti fosse vero. Gli autori della Donazione, delle False decretali e di altri atti che oggi valutiamo come “falsi” mettevano la propria arte al servizio di Dio e della comune utilità, che trascendeva la singola persona e le convenienze individuali.
Gli uomini del Medioevo, anche a costo di imboccare il pericoloso e malcerto sentiero dei falsi, non ritenevano importante salvaguardare o valutare l’aspetto formale del testo, ma piuttosto la coerenza logica dei suoi contenuti; cercavano una verità più profonda e la attestavano con fede, anche se si fosse trattato di ribadirla con un documento confezionato su misura. Al contrario gli uomini moderni, forti delle armi della critica, protesi – giustamente – a determinare la validità di un testo, hanno rischiato e rischiano troppo spesso di accontentarsi di una certificazione autentica.

da “Il Timone”, n. 107 , XIII – 11/2011 – pp. 26-27

Per saperne di più…
Giovanni Maria Vian, La donazione di Costantino, Il Mulino, 2004;
Fonti medievali e problematica storiografica, Convegno internazionale. Roma 22-27 ottobre 1973, I-II, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1976;
Michele Ansani, Sul tema del falso in diplomatica. Considerazioni generali e due dossier documentari a confronto, in “XI e XII secolo: l’invenzione della memoria. Atti del seminario internazionale, Montepulciano 27-29 aprile 2006”, a cura di S. Allegria e F. Cenni, Montepulciano 2006.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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