Il Mandylion di Edessa, cioè la Sindone

di Ilaria Ramelli

Una ricostruzione delle varie tappe della storia della Sindone prima del suo arrivo in Occidente. Numerose testimonianze antiche si riferiscono ad un’immagine di gesù «non fatta da mano umana».

Il Mandylion, affresco dalla chiesa di Sakli, Goreme, Turchia, XII sec. - da turin-shroud.blogspot.com

Varie testimonianze antiche si riferiscono ad un’immagine di Gesù presente a Edessa fin dai primi secoli e chiamata Mandylion o Achiropita («non fatta da mano umana»). Una fonte antica siriaca, la Doctrina Addai, redatta intorno al 400, ma basata su fonti molto anteriori e contenente anche nuclei storici accanto a leggende, narra l’evangelizzazione di Edessa da parte dell’apostolo Addai, che guarì e convertì il re Abgar e tutta la popolazione poco tempo dopo l’ascensione di Gesù.
Abgar, malato, aveva scritto a Gesù di venire a guarirlo; Gesù non era venuto, ma aveva lasciato che l’inviato del re, Anania, dipingesse un suo ritratto e lo riportasse al sovrano, che lo ripose nel palazzo. Quindi non si trattava di. un’immagine achiropita, ma di un quadro. Tuttavia, secondo la versione greca della leggenda, gli Acta Thaddaei, del VI-VII sec., Anania non riuscì a ritrarre Gesù, che gli diede un telo (sindon) su cui si era asciugato il volto e aveva impresso la sua immagine, un’immagine poi recata a Edessa.
Era dunque un’achiropita. Il telo è ivi detto tetradiplon, «piegato quattro volte», così da lasciare apparire solo il volto – ma era molto più lungo del solo volto. La stessa versione si trova già nei siriaci Atti di Mari, redatti nel VI sec., ma anch’essi fondati su materiale precedente e contenenti tracce storiche: Abgar mandò a Gerusalemme dei pittori, ma «non poterono ritrarre l’immagine dell’umanità adorabile del Signore nostro. Il Signore allora prese un telo [seddona, in greco sindon], se lo premette sul volto e risultò come era egli stesso. E fu recato questo telo e, come fonte di aiuti, fu posto nella chiesa di Edessa, fino al giorno presente». Secondo il ben più antico Vangelo degli Ebrei, probabilmente del II sec., la sindon di Gesù era stata custodita da un «servo del sacerdote».
Nel 381/384 Egeria, badessa spagnola in pellegrinaggio a Edessa, non vide l’immagine, ma le parole rivoltele dal vescovo di Edessa vi alludono chiaramente: «il re Abgar […] prima di vedere il Signore [antequam videret Dominum], credette che era veramente il Figlio di Dio». Il vescovo sa che Abgar vide Gesù, naturalmente non di persona, ma nell’immagine edessena, che al tempo della redazione della Doctrina era nel palazzo reale, mentre al tempo degli Atti di Mari era nella chiesa di Edessa. Mosè di Corene, storico armeno del V sec., attestava che ai suoi giorni essa si trovava ancora a Edessa, e, probabilmente per questo, Macario di Magnesia, verso la fine del IV sec., faceva di Berenice/Veronica, tradizionalmente associata all’immagine di Cristo sul Calvario, una immagine edessena. Nel VI sec. Evagrio testimonia che l’immagine era ancora a Edessa e salvò la città dall’assedio del persiano Cosroe nel 544. Evagrio la presenta come «immagine fatta da Dio [theoteuktos eikon], che mani umane non produssero» e «santissima» [panagia].
Nell’VIII sec. Smera di Costantinopoli afferma che l’immagine edessena, ricevuta da Abgar, «era dell’intero corpo, non del solo volto» (codice Voss. Lat. Q 69, del X sec.). Il Mandylion era stato dunque dispiegato. Infatti, un sermone di papa Stefano III nel 769 parla dell’immagine gloriosa «del volto e di tutto l’intero corpo» di Gesù su un telo. Ancora nell’VIII sec., Giovanni Damasceno attesta la presenza ad Edessa dell’immagine sul telo su cui Gesù stesso «impresse la sua figura», e Gregorio II, nello stesso secolo, si riferiva all’immagine fatta «senza mano umana» (akheiroteuktos). Anche Leone Anagnoste si recò da Costantinopoli ad Edessa e vi vide «l’immagine sacra non fatta da mani umane [akheiropoieton]».
Nel 944 l’Achiropita fu traslata da Edessa, ormai governata dai musulmani, a Costantinopoli. Responsabile della traslazione fu Gregorio il Referendario, che, in un’omelia del 944, dichiarò che si trattava di un lenzuolo funebre. Il carattere funebre del telo, di cui era consapevole anche Germano di Costantinopoli, risultava chiaro dopo il dispiegamento; mentre quando il telo era piegato in modo da mostrare solo il viso poteva più facilmente essere confuso con un ritratto, dipinto o non fatto da mano umana. Una miniatura alla Biblioteca Nazionale di Madrid che raffigura la presentazione del Mandylion a Costantino Porfirogenito da parte del Referendario dopo la traslazione, lo rappresenta come un lungo telo. Come attesta la Diegesis, cioè la narrazione sull’immagine edessena ascritta allo stesso Porfirogenito, il Mandylion fu disteso in tutta la sua lunghezza sul trono imperiale. La Diegesis insiste che l’immagine non è un dipinto, ma deriva dall’impressione di fluidi, e ne attesta il legame con la Passione: è l’impronta di sudore e sangue di , Gesù, recata a Edessa da Taddeo dopo l’Ascensione.
A Costantinopoli il Mandylion, di cui era ormai nota la vera natura sepolcrale, e di cui avveniva l’ostensione ogni venerdì nella chiesa di S. Maria Blachernissa, rimase fino al saccheggio della città nel 1204, quando fu recato in Occidente: ad Atene, a Besançon, nelle mani dei Templari, a Ginevra… È possibile seguirne storicamente l’itinerario fino al suo arrivo a Torino, il che conforta l’ipotesi che la Sindone sia il Mandylion. Questa ipotesi è rafforzata dalla presenza (riscontrata dal palinologo Max Frei) di pollini tipici dell’area di Edessa sulla Sindone. Quest’ultima è oggi dispiegata, mentre a Edessa era ripiegata (rhakos tetradiplon) in modo che solo il volto fosse visibile.
[…]

Bibliografia
Ilaria Ramelli, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone, «’lIu», 4 (1999), pp. 173-193.
Ilaria Ramelli, Possible Historical Traces in the Doctrina Addai, «Hugoye», 9, (2006), 1, §§ 1-24, stampato a Piscataway, New Jersey 2007, pp. 41-101.
Martin Illert (a cura di), Doctrina Addai, Brepols, 2007, con recensione di Ilaria Ramelli in “Review” o, “Biblical Literature” 2009.
Ilaria Ramelli, Atti di Mar Mari, Paideia, 2008.
Emanuela Marinelli, La Sindone. Il mistero di un’immagine, Quaderni del Timone, edizioni Art, 2007.

da “Il Timone”, n. 85, anno XI, luglio/agosto 2009, pp. 28-29

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Il Mandylion di Edessa, cioè la Sindone

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      it isn’t an article of mines. It’s an Ilaria Ramelli’s article, a real expert in Early Christianity: she can read at least 20 languages, expecially ancient languages, from Etrurian to Sanskrit, from Coptic to Aramaic, and she has studied very well the texts cited in this article.
      I’ve put this article in my blog to introduce it to my readers, but those who want contest it are welcome.

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