L’altra Eloisa: Ermengarda d’Angiò

La monaca Guta e il monaco Sintram davanti alla Vergine – miniatura dal cosiddetto “Guta-Sintram codex”, 1154 ca. – Strasburgo, Biblioteca del Seminario.

L’appassionata e drammatica avventura di Eloisa e Abelardo è entrata nella storia come l’avventura di un amore così grande da superare se stesso. Per la maggior parte della gente, Abelardo non è il filosofo, il più grande logico del suo tempo, l’Aristotele del XII secolo: è l’amante di Eloisa. Abelardo sembra impensabile senza Eloisa.
Non tutti sanno, però, che anche nella vita del grande rivale di Abelardo, San Bernardo di Chiaravalle, c’è una donna.
A titolo diverso rispetto a Eloisa, certamente, ma ugualmente una donna dalla intensa femminilità e dalla vita appassionante come un romanzo.
Il suo nome è Ermengarda, e nasce verso il 1072 da Folco, conte d’Angiò e dalla sua prima moglie Audelarda di Beaugency. Appartiene alla grande nobiltà francese, e dunque il suo margine di libertà è molto inferiore a quello di Eloisa: come molte altre viene probabilmente promessa fin dalla culla a un erede all’altezza della grande casata dei d’Angiò. Il prescelto è il duca d’Aquitania, Guglielmo IX, cui va in sposa giovanissima (l’età da marito all’epoca si aggira attorno ai 14 anni). Dal padre (non per nulla soprannominato “l’Arcigno”), Ermengarda ha ereditato il carattere passionale e irrequieto, temperato da un’educazione raffinata e da una grande religiosità, entrambi acquisiti forse nel monastero di Angers. E se Eloisa ha, a detta di Abelardo, “tutto quello che seduce gli amanti”, Ermengarda non è da meno: il suo volto armonioso e i suoi capelli biondi affascinano i contemporanei, ecclesiastici compresi. Ad esempio, Marbodo, vescovo di Rennes e grande intellettuale, le dedica una raffinatissima epistola in versi, in latino e ricca di riferimenti classici, che Ermengarda è certamente in grado di apprezzare.

Figlia di Folco, onore del paese d’Armor
bella, casta, pudica, candida, chiara e fresca,
se non avessi subito il talamo e il travaglio dei figli,
ai miei occhi potresti incarnare Diana…
Nel corteo delle spose, ti si scambierebbe per una dea,
e delle prime. Troppo bella tu sei!

Marbodo non ammira solo la sua bellezza, ma anche la sua cultura:

Di te si dice che nessuna è pari,
esperta nel dire, accorta nel pensare…

Queste qualità, però, conquistano tutti meno che suo marito, Guglielmo duca d’Aquitania. Noi lo conosciamo come il primo dei trovatori, ed è certamente un grande poeta, a modo suo un genio, ma, almeno nella prima parte delle sua vita, gaudente, cinico e prepotente. È un gran donnaiolo, e se ne vanta, snocciola i particolari delle sue avventure galanti nei versi che ama cantare davanti ai suoi cavalieri, facendoli sganasciare dalle risate, perfino in faccia alla consorte! Questa sfacciataggine gli costa però guai seri con i chierici del suo territorio, sino a che il vescovo di Poitiers lo fulmina con la scomunica: scomunica che Guglielmo manda al diavolo insieme con il vescovo cui risponde, dopo averlo invano minacciato a spada sguainata perché ritirasse la scomunica «Non contare su di me per mandarti in Paradiso!». Difficile pensare che dietro quella scomunica non ci fossero le proteste di Ermengarda, tanto più che alla fine il matrimonio viene annullato: non sappiamo se Guglielmo l’abbia ripudiata per ripicca o se sia stata Ermengarda, esasperata, a chiedere l’annullamento per andarsene e rifarsi una vita.
Infatti poco tempo dopo accetta un nuovo marito, Alano, duca di Bretagna. Questa volta va decisamente meglio: Ermengarda gli dà tre figli, lo affianca nei banchetti ma anche nelle assise per comporre liti e prendere decisioni che riguardano il feudo, e quando lui parte per la prima crociata nel, 1096, è Ermengarda a prendere le redini della Bretagna.

Monaca e fanciulla - miniatura dal mese di maggio dal salterio - dal codice di Sintram e Guta,

Monaca e fanciulla – miniatura dal mese di maggio dal salterio – miniatura dal cosiddetto “Guta-Sintram codex”, 1154 ca. – Strasburgo, Biblioteca del Seminario.

Questa vita mondana e ricca di impegni, però, a un certo punto le sta stretta: ecco che l’irrequieta Ermengarda sente l’attrazione della vita consacrata. In particolare è affascinata dall’ordine di Fontevraud, ordine di intensa spiritualità, da poco fondato dal carismatico Roberto di Arbrissel che vi ha attirato nobildonne e prostitute. Ermengarda sarebbe pronta a lasciare tutto anche subito, ormai i suoi figli sono grandi e forse avrà ottenuto anche il consenso del marito; non ottiene però il consenso dello stesso Roberto d’Arbrissel, e per lei è una doccia fredda. L’abate le invia una lettera in cui cerca di frenare il suo impeto, e a convincerla a non fuggire dal mondo per trovare Dio, ma a portare Dio nel mondo; la invita a moderare le sue penitenze, che lei, passionale com’è, spinge a volte oltre misura, e ad essere misericordiosa verso i poveri. Avrà seguito Ermengarda questi consigli? Sembra di sì se, dopo poco tempo, Alano stesso prende la decisione di entrare in monastero, quello di San Salvatore a Redon, lasciando il ducato al loro primogenito Conan. Finalmente, Ermengarda può prendere il velo a Fontevraud: è il 1112.
Fontevraud, che pure Ermengarda aveva tanto desiderato, non riuscirà però a colmare la sua voragine interiore che basta un nulla per aprire: dopo appena sette anni la ritroviamo al concilio di Reims, abbandonata la veste monacale, più battagliera che mai, mentre sporge denuncia contro l’ex marito Guglielmo. Cos’è successo? Molte cose, una dietro l’altra: prima la morte di Roberto d’Arbrissel, il suo padre spirituale, poi la morte del marito Alano, e infine la decisione del suo fratellastro Folco V d’Angiò, cui era molto legata, di imbracciare le armi e la croce e di partire per la Terrasanta. Per giunta, a Fontevraud era arrivata per prendere il velo Filippa di Tolosa, la seconda moglie dell’ex marito Guglielmo, anzi, era letteralmente fuggita, per disperazione, insieme alla loro figlia Auderarda: Guglielmo ha passato il limite, si è sfacciatamente preso in casa una sua amante, la viscontessa Dangerosa di Chatellerault, piazzandola addirittura nella torre del castello che era stata costruita per Filippa, la torre Maubergeon, tanto che la viscontessa è ormai chiamata “la Maubergeonne“. Filippa, molto meno combattiva di Ermengarda, sarebbe morta lì, in monastero, proprio nel 1119. Ermengarda forse vuole giustizia anche per Filippa, oltre che per se stessa, e denuncia l’ex marito al concilio di Reims per la sua relazione con la viscontessa Dangerosa. La decisione di Ermengarda di lasciare il convento desta molto scalpore, l’abate Goffredo di Vendome le scrive una lettera durissima, ma le sue accuse non si possono ignorare. Viene scomodato perfino il legato papale, Gerardo di Angouleme, che tenta di convincere Guglielmo a mandar via l’amante e a riprendere con sé Ermengarda, la sua prima moglie: ma il duca, con la sua solita insolenza, risponde al legato, completamente calvo: «Il pettine ti arriccerà i capelli prima che abbandoni la mia viscontessa». Il risultato è che viene nuovamente scomunicato.

Scena Cortese - miniatura dal cosiddetto

Scena Cortese – miniatura dal cosiddetto “Guta-Sintram codex”, 1154 ca. – Strasburgo, Biblioteca del Seminario.

È in questo momento di smarrimento che nella vita di Ermengarda compare Bernardo di Chiaravalle: quando questa donna irruente e bella, che ha ormai passati i quarant’anni, attraversa quel momento delicatissimo in cui una donna ha il dubbio di aver sbagliato tutto nella vita.
Non sappiamo in quale circostanza lo abbia conosciuto: in quel periodo, Bernardo, dalla sua in principio piccola abbazia di Clairvaux, espande a vista d’occhio la riforma radicale della regola benedettina, fondando nuovi monasteri, addirittura predicando nelle piazze. E con un successo strepitoso, che non ha nulla da invidiare a quello che Abelardo rivendica come maestro: la gente è letteralmente stregata dalle sue parole e dal fuoco che sprigionano. Non per nulla, a detta del suo biografo Guglielmo di Saint-Thierry, lo hanno soprannominato “il seduttore della Borgogna”; soprattutto sulle donne esercita un gran fascino, tanto che Guglielmo di Saint-Thierry racconta che, quando Bernardo giunge in una città a predicare, gli uomini si affrettano a chiudere in casa le mogli e le figlie perché basta una sua parola per infiammarle dal desiderio di prendere il velo. E Bernardo è anche molto bello: in quel periodo ha passata la trentina, è un uomo nel fiore degli anni, dalla carnagione delicata e dai capelli rossi. Come poteva la nostra passionale Ermengarda non esserne conquistata? Infatti, poco tempo dopo, prende di nuovo il velo, dalle mani stesse di Bernardo, questa volta nel priorato cistercense di Larrey.
Tra i due l’intesa è immediata: Bernardo viene da una famiglia di cavalieri, fanno entrambi parte di quell’ambiente in cui si sta cominciando a diffondere la cultura cortese, la poesia del fin’amor cui lo stesso ex marito di Ermengarda, Guglielmo d’Aquitania, sta dando inizio in quegli anni. E l’ex duchessa di Bretagna, nonostante abbia circa dieci anni più di lui, è ancora piena di fascino nella sua maturità. Nasce una dolce amicizia, salda e profonda, analoga a quella che immaginiamo sia nata tra Santa Chiara e San Francesco: un’amicizia calda e appassionata, alimentata da una corrispondenza intensissima, della quale ci restano però solo due lettere di Bernardo.

Alla sua amata Ermengarda l’affetto della dilezione.
Piacesse a Dio che tu potessi leggere nel mio cuore come su questa pergamena! Allora vedresti quale profondo amore il dito di Dio ha inciso per te nel mio cuore; e potresti ben presto capire che né la lingua né la penna sono capaci d’esprimere ciò che lo Spirito di Dio ha saputo imprimere nel più intimo del mio essere, nelle mie viscere. Il mio cuore è vicino a te, anche se il mio corpo è lontano. Se non puoi vederlo, non devi far altro che scendere nel tuo cuore, e lì vi troverai il mio. Non puoi dubitare che io senta per te lo stesso affetto che tu provi per me, a meno che tu non pensi di amarmi più di quanto io ti ami, e che tu, nel campo dell’affetto, non reputi il tuo cuore più grande del mio. Concedi anche a me l’amore che Dio ha impresso in te per me.

Sembra la lettera di un trovatore alla sua dama, ed è stata scritta dall’uomo cui molti, nelle epoche successive, hanno appiccicato addosso l’immagine del puritano.
Bernardo scrive questa lettera evidentemente in risposta a una di Ermengarda, e nelle sue parole possiamo leggere la domanda squisitamente femminile, ripetuta con ansia, che doveva esserci nella lettera di lei, la stessa che aleggia in tutte le lettere di Eloisa ad Abelardo: c’è un posto nel tuo cuore per me? Cosa sono io per te, solo una dei tanti? A questa domanda, Bernardo non risponde con una paternale, come invece fa Abelardo: la ama e basta, di un amore tutto spirituale, certo, nulla a che vedere con la rovente passione che era stata il passato di Eloisa e Abelardo, ma espresso senza paura, senza le cautele che s’immagina debba avere un monaco nel rivolgersi a una donna; non esita nemmeno a usare termini fisici come “viscere”. Abelardo sembra temere le lettere di Eloisa, e, quando inizia le sue risposte, si preoccupa subito di mettere le mani avanti: Bernardo, invece, esordisce la sua seconda lettera dicendo di aver ricevuto insieme alla lettera di Ermengarda «la delizia del mio cuore», e mette a nudo i suoi sentimenti, cosa che non fa in nessun’altra lettera.

Il mio cuore è ricolmo di gioia quando sento che il tuo è in pace. La tua gioia genera la mia, e lo scoppio della tua allegria dona salute all’anima. Che piacere sarebbe intrattenermi con te su queste cose di persona e non per lettera! A dire il vero mi dolgo dei miei impegni quando mi impediscono di vederti e sono così felice quando mi consentono di farlo! È vero che non capita spesso, ma, benché avvenga raramente, provo un grande piacere, perché preferisco vederti anche solo di tanto in tanto piuttosto che non vederti mai. Spero di farti presto una visita, sono in via, e provo in anticipo una grande felicità.

Ermengarda gli ha dunque scritto che ora il suo cuore è nella pace: forse anche grazie a quest’uomo, forse l’unico uomo che l’abbia amata davvero, ha trovato quella pienezza che non la costringe più a gettarsi su ciò che trova per soddisfare la sua fame di vita. Non che perda la sua passionalità, anzi: ma da ora in poi sa dove orientarla. Infatti quando, nel 1132, riceve un messaggio dal fratellastro Folco, diventato re di Gerusalemme (avendo sposato l’erede al trono Melisenda) in cui invita Ermengarda a raggiungerlo, Ermengarda non esita un secondo a partire, anche se ha ormai circa 54 anni. Rimane in Palestina per tre anni, collabora con Folco, percorre il territorio in lungo e in largo, fa ricostruire a proprie spese la chiesa di San Salvatore a Nablus, nel luogo dove Cristo aveva incontrato la Samaritana al pozzo. Nemmeno al ritorno in Francia, nella sua Bretagna, si ferma: ha ancora la forza per fondare un convento cistercense a Berzé (Nantes). Morirà invece proprio nel monastero di Redon, dove era vissuto ed era stato sepolto il suo secondo marito Alano, nel 1147 o 1149: aveva ormai più di settant’anni.
Sono quelli gli anni in cui il suo amico del cuore Bernardo percorre tutta l’Europa, dalla Francia fino in Germania, per mobilitare con i suoi sermoni l’intera Cristianità a prendere la croce per soccorrere i luoghi santi di nuovo in pericolo: possiamo immaginare che la notizia della morte di Ermengarda l’abbia raggiunto lì. In una sua frase, Bernardo aveva affermato «Ego humanum non nego», «Non rinnego ciò che è umano», e così, come per Eloisa, dobbiamo ringraziare la irrequieta e passionale Ermengarda se possiamo conoscere un altro Bernardo, oltre al Dottore della Chiesa, oltre alla coscienza stessa della Cristianità del XII secolo, oltre al rivale di Abelardo: un uomo capace di mettere a nudo la sua umanità agli occhi di una donna.

Bibliografia:
Regìne Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli, Milano, 1994, pp. 131-137.
Jean Leclercq, La donna e le donne in San Bernardo, Jaca Book, Milano, 1997, pp. 42-47.
Ermes Ronchi, I baci non dati, San Paolo, Milano, 2007, pp. 25-45.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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