L’epica inglese – nel Medioevo felice di santi, monaci e re.

di Pietro Citati

Il re sassone Athlesan presenta il libro al venerabile Beda – miniatura dalla “Vita di San Cutberto” di Beda il Venerabile, 934.

In questi giorni, la Fondazione Lorenzo Valla e la casa editrice Mondadori pubblicano La storia degli inglesi (Historia ecclesiastica Anglorum: 2 volumi, pagg. CLXXXVI, 400-772, euro 60) di Beda. Michael Lapidge, uno dei più noti medioevalisti inglesi, ha curato il testo critico e il vasto e precisissimo commento; mentre Paolo Chiesa ha compiuto l’eccellente traduzione italiana.
Beda nacque nel 672 o 673; e morì nel 735. Passò tutta la vita nei monasteri, che allora sorgevano persino nei luoghi più montuosi e impervi: quello di Monkwearmouth e quello di S. Paolo a Jarrow, presso l’attuale città di Sunderland. La biblioteca del primo monastero, che conteneva 250 codici, era la maggiore dell’Inghilterra anglosassone. Tutto era pieno di suppellettili sacre, paramenti d’altare, vesti per i sacerdoti e i chierici, reliquie degli apostoli e dei martiri: mentre maestri cantori insegnavano, parola per parola, il canto liturgico. I libri risuonavano di voci. Beda possedeva una buona cultura classica: un’eccellente cultura cristiana – Eusebio, Orosio, Girolamo, Giuseppe Flavio, Agostino, Gregorio Magno, Rufino -; e nozioni di metrica, astronomia, computo ecclesiastico, esegesi biblica, storia, grammatica. Amava leggere, scrivere e raccontare. Aveva una leggera balbuzie: ma quel lieve velo non gli impedì di comporre un’opera immensa, di cui la Storia degli inglesi è solo una piccola parte.
La Storia di Beda comprende tutto il Medioevo occidentale, come una grande carta geografica piena di monti, di boschi, di fiumi, di idoli pagani distrutti, di chiese e di monasteri. Oggi, abbiamo l’idea puerile che gli uomini del Medioevo non si muovessero, e che stessero sempre lì, nelle loro casette, nelle loro chiesette, nelle loro cittaduzze, nei loro borghi, nei loro commerci praticati in piccoli spazi. Siamo noi, moderni (così amiamo chiamarci), che stiamo fermi: vediamo la televisione, battiamo i tasti del computer, consultiamo Internet, viaggiamo di qua e di là ad occhi spenti, guardiamo i quadri senza capire. I monaci di Beda erano in movimento incessante. Lasciavano i codici, i calcoli pasquali, i canti, le vesti magnifiche; e attraversavano l’Europa. Percorrevano città e castelli per portarvi il Vangelo: non si muovevano a cavallo, come mercanti; ma a piedi, come gli apostoli, perché camminare a piedi ha qualcosa di sacro. I monti erano ardui, le strade faticose, le distese infinite; e spesso i monaci si ammalavano, si arrestavano, morivano, venivano sepolti presso le tombe dei santi ai quali erano devoti, come Martino di Tours.
La storia degli inglesi, che racconta gli eventi politici e religiosi del Medioevo anglosassone (e moltissime altre cose), è un libro meraviglioso. Col suo stile che ricorda gli antichi Padri, Beda possiede una grandezza di respiro, una nobiltà di soffio, una solennità epica, una nobile calma, una mirabile quiete, che fanno di lui un esempio. Inoltre, un’immaginazione visionaria e spettrale, nella quale Thomas Hardy, il grandissimo narratore di Tess dei d’Uberville, vide un modello.
Beda amava moltissimo la Britannia, teneramente descritta all’inizio del suo libro: «È un’isola fertile di massi e di alberi, adatta all’allevamento di bovini e di equini, e in certe zone produce anche vigne; ma è pure ricca di uccelli di vario tipo, terrestri e marini, ed è celebre per la pescosità dei fiumi e la copiosità delle sorgenti; abbondanti in particolare sono salmoni e anguille. Molto spesso vengono pescati anche vitelli marini, delfini e balene; e inoltre molti tipi di conchiglie; fra queste vi sono le ostriche, all’interno delle quali si trovano di frequente bellissime perle di tutti i colori, rosse, purpuree, violacee, verdastre, ma sopratutto bianche. Vi sono pure, in numero grandissimo, lumache», con le quali si produceva una «tintura scarlatta, di una bellissima tonalità di rosso».
Dai tempi di Gregorio Magno (540-600), la meta principale degli Angli era Roma. Esiste una leggenda famosissima. Un giorno, a Roma, dei mercanti esposero nel foro molte merci: tra le quali dei giovani schiavi, bianchi di corpo e belli d’aspetto, e con una splendida capigliatura. Gregorio chiese da quale regione provenivano. Gli fu risposto che venivano dall’isola di Britannia. Allora lui chiese se fossero cristiani o pagani: i mercanti risposero che erano pagani. Sospirando dal profondo, Gregorio esclamò: «Ahimè il Signore delle tenebre è ancora padrone di uomini dall’aspetto così luminoso, e un volto di tale bellezza racchiude una mente priva di grazia interiore». Poi chiese quale fosse il nome di questo popolo. I mercanti dissero che si chiamavano Angli; e lui: «Il nome è appropriato, perché hanno l’aspetto di angeli; ed è giusto che partecipino nei cieli all’eredità degli angeli». La luce di quegli uomini bellissimi era ancora adombrata; e doveva diventare piena, radiosa, trasfigurata, seguendo la strada del cristianesimo.
Attraverso Roma, l’Inghilterra e Beda conobbero Costantinopoli e il cristianesimo orientale. Arrivò l’abate Adriano, di origine africana, che era stato cacciato dagli arabi, e conosceva benissimo il greco; e Teodoro, che proveniva da Tarso in Cilicia. Da Antiochia giunsero a Canterbury i commentari della Bibbia che (al contrario di Origene) interpretavano il testo sacro in senso letterale. Si diffusero gli scritti del padre più significativo della Chiesta Siriaca, Efrem. Teodoro, che aveva vissuto a Costantinopoli, parlava delle reliquie evangeliche: aveva visto i 12 canestri, dove erano stati raccolti gli avanzi dei pani e dei pesci, con i quali Cristo, nei Vangeli, aveva sfamato le folle. I Santi Canestri erano fatti con rami di palma intrecciati; e, secondo la leggenda, l’imperatrice Elena li aveva portati a Costantinopoli, conservandoli in una teca. Così un profumo di Bisanzio e di Oriente si diffuse nei ruvidi monasteri inglesi e nei libri di Beda.
Da quella visione leggendaria di giovani corpi bellissimi, cominciò l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Roma (non Gerusalemme) diventò il cuore del mondo anglosassone. Gregorio mandò in Britannia 40 missionari; e siccome la conversione era sopratutto una conversione al libro, i monaci romani portarono con sé decine di carri di libri, suppellettili sacre, paramenti d’altare, arredi per le chiese, vesti per i sacerdoti e i chierici, reliquie degli apostoli e dei martiri. I monaci inglesi scendevano verso Roma: quasi sempre a piedi, talvolta per nave e attraverso la Francia. Consultavano gli archivi della Santa Chiesa Romana, imparavano discipline ecclesiastiche, partecipavano a sinodi, discutevano tesi teologiche, scorgevano i santuari degli apostoli e dei martiri. Un re, Ceadwalla, scese fino a Roma, perché voleva essere lavato e battezzato presso la sede degli apostoli. Aveva appreso che quella era la porta della vita celeste; e sperava che appena battezzato, libero dalla carne, sarebbe asceso alle pure gioie paradisiache. Così accadde. Ceadwalla venne battezzato il sabato di Pasqua del 689: il 20 aprile «entrò a far parte del regno dei cieli».
Un altro luogo sacro stava molto più vicino: l’Irlanda. Là si conosceva il vero latino: là si possedeva la vera cultura religiosa. Così gli studenti angli, sia nobili che plebei, lasciavano la patria; e si ritiravano in Irlanda «per dedicarsi allo studio dei testi sacri e a una vita di più elevata continenza». Alcuni coltivavano la vita monastica, o quella eremitica: altri facevano il giro delle celle dei maestri, felici di dedicarsi allo studio delle Scritture. Studenti franchi parlavano con loro in latino; e gli irlandesi accoglievano tutti con entusiasmo, offrendo loro gratuitamente il pane ed i libri. Eppure, tra Irlandesi ed Angli restò, per qualche secolo, una importante differenza dogmatica. Beda e i monaci inglesi ritenevano che gli Irlandesi celebrassero la Pasqua in una data errata, troppo presto nell’anno, obbedendo alla datazione ebraica. Questo particolare liturgico aveva un significato capitale, perché esisteva un solo e medesimo regno dei cieli, di cui la Pasqua era il centro. Poi, nell’ottavo secolo, la datazione cristiana romana venne accettata anche nella sacra Irlanda.

Iniziale dal cosiddetto “Beda di Leningrado”, VIII secolo – San Pietroburgo, Biblioteca Nazionale.

Come i Vangeli, Beda pensava che la vita dell’uomo fosse contenuta in un momento estremamente breve. In un passo del secondo libro, racconta una storia bellissima. Durante l’inverno, un sovrano cena con i suoi guerrieri e i suoi ministri in una sala calda per il gran fuoco che vi arde. Fuori, nel mondo abitato dagli uomini e dagli animali, infuria una bufera di pioggia e di neve. Ed ecco, all’improvviso, un passero attraversare con rapido volo la sala, entrando da una porta e subito uscendo da un’altra: nel momento in cui rimane nella sala, non è colpito dalla burrasca. Ma il passero non può restare a lungo nella sala: trascorso il brevissimo istante di quiete, subito sfugge agli sguardi, ritornando nel gelo dal quale è venuto. Così è la vita degli uomini sulla terra: essa è visibile, ma per un momento, per un solo momento; e nulla sappiamo di ciò che accade prima e dopo quest’attimo. La religione cristiana ci dà questa sola certezza. Ci rivela quel caldo nella sala, quella fiamma benigna, nient’altro. Il resto è ignoto. Noi dobbiamo accontentarci di questo barlume, diviso tra due zone di tenebra.
Questo lieve battito d’ali di passero è colmo, secondo Beda, di miracoli e di visioni. Il miracolo è il momento nel quale il sacro si rivela, i santi e gli angeli appaiono, le reliquie ci parlano. Con una soavità e una compiacenza incantevoli, Beda racconta infiniti prodigi. Ne ricordo qualcuno. Il presbitero Pietro muore annegato nel mare, e viene sepolto, dagli abitanti del luogo, senza gli onori dovuti. Dio vuole mostrare quale merito egli possedesse: ogni notte sopra il sepolcro di Pietro appare una luce celeste; finché la popolazione comprende che un santo era disceso tra loro. La notte, le ossa di un re rimangono abbandonate su un carro, coperto da una grande tela. Per l’intera notte, una colonna di luce si muove dal carro fino al cielo. Quando i contadini lavano le ossa del re, il terreno, impregnato di acqua benedetta, riceve il potere miracoloso di cacciare i demoni dal corpo degli ossessi. Infine. Se c’è una tempesta in mare, basta versare olio consacrato nell’acqua, e subito i venti si placano, il mare si calma e il bel tempo nutre il cielo.
Più che di miracoli, vorrei parlare di visioni: il libro di Beda, che pure è ancorato alla realtà storica del tempo, gronda di visioni, visioni e visioni, illuminazioni e illuminazioni, come i più antichi testi cristiani. Dovunque appaiono angeli, visibili o mascherati: ogni volta che un santo migra nella luce celeste, gli angeli salmodiano, i monaci ascoltano la voce degli angeli e vedono grandi luci provenienti dal cielo, che trasportano le anime, mentre si diffondono profumi dolcissimi e suoni di campane. Questa è la vera realtà, secondo Beda: angeli e luce.
Nel monastero di Barking, una notte, terminata la salmodia del mattino, le monache escono dalla cappella, e vanno a cantare le lodi al Signore sulle tombe dei monaci morti. All’improvviso, una luce scende dal cielo e si posa sopra di loro come una grande tela: esse rimangono stupefatte ed interrompono il canto. Quella luce che scende dall’alto, così splendente da far impallidire il sole di mezzogiorno, si leva di lì e si dirige verso la parte meridionale del monastero. Per qualche tempo si ferma, coprendo il terreno: poi, sotto gli occhi di tutti, si solleva verso l’alto. Lo splendore della luce è tale che i raggi passano per le fessure delle porte e delle finestre, superando il fulgore della luce del giorno. «Nessuno – commenta Beda – ebbe dubbi che quella luce, destinata a condurre e a accogliere in cielo le anime delle monache, aveva mostrato ai loro corpi dove riposare in attesa del giorno della Resurrezione».
In un passo della Storia di Beda, nasce la poesia inglese. Fino all’età adulta, un monaco, Caedmon, non sa comporre versi, né usare la cetra. Una notte si reca nella stalla del monastero. Quando si addormenta, gli appare in sogno una figura che lo chiama per nome: «Caedmon, cantami qualcosa». Lui risponde: «Non sono capace di cantare». La figura continua: «Però per me devi cantare». «Cosa devo cantare?». E quella: «Canta la creazione». Caedmon sapeva soltanto le storie che altri monaci avevano tradotto dalle Scritture: rumina queste storie tra sé e sé, come un santo animale; e le trasforma in dolcissime composizioni poetiche. Loda la potenza del Creatore, le azioni del Padre, l’esodo di Israele dall’Egitto, la passione di Gesù, la Resurrezione, la discesa dello Spirito Santo. La sua arte è una grazia intraducibile ricevuta direttamente da Dio; e una specie di ruminio sacro, come forse le parole di tutti i poeti.

da “La Repubblica”, 25/05/2010, pp. 56-57

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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