Il giorno che avrei voluto vivere – 8 aprile 1300: quel primo passo nella selva oscura.

di Davide Rondoni

Era un Venerdì Santo quando Dante prese la decisione di scrivere la Divina Commedia.

Dante nella Selva Oscura - pagina iniziale della Divina Commedia "Egerton", 1340 ca. - Londra, British Library.

Mi sarebbe piaciuto esser a un tavolo con lui. In una specie di osteria. Magari passata mezzanotte, giù verso le prime luci del Sabato. E guardare il suo viso. Insieme ad altri della solita brigata di poeti, di attori, di strani figuri a metà tra lo show e l’inferno. Finita la giornata più tragica e più teatrale dell’anno: la giornata in cui Dio muore come un cane. Come uno schiavo.
Un Venerdì Santo. Mentre come al solito si poteva esser lì, in una luce bianca di bar da stazione. O in un altro luogo senza tempo e pieno di tempo. Lui con la faccia da esiliato. Da dolcissimo risentito. Di concentrato qui e altrove. Mi sarebbe piaciuto esser lì, alla fine del giorno del «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Sì, è vero: lo racconterà anni più tardi, circa dieci anni dopo. Ma il viaggio inizia quel giorno. Indicazioni interne alla Commedia e notizie sui costumi di contar calendario da parte dei fiorentini (che facevano principiar l’anno ab incarnatione circa il 25 marzo) ci fanno sapere che si tratta dell’8 aprile del 1300.
Anno di Giubileo, a Roma e ovunque. Ma a Firenze soprattutto anno di tensione, di tumulti politici. Di condanna scritta da parte di Dante sotto il nome dell’amico Guido Cavalcanti. Anno di rovesci. Di esilio. E di visioni. Mi sarebbe piaciuto vivere quel giorno in cui un uomo compie il primo passo di un viaggio, di un viaggio che al pari di altri viaggi porterà scoperte importanti. Ma la sua è la scoperta senza la quale la vita sua e nostra resterebbe condannata all’infelicità. Mi sarebbe piaciuto essere lì al bar, osteria o bettola, con lui, seduto lì a bere qualcosa e già chissà dove, nella selva, con le tre fiere negli occhi, già andato.
Era già un uomo di successo. Uno che non doveva dimostrare niente. Aveva avuto fortuna politica. E poi sfortuna. Potere e poi esilio. Aveva fama d’intellettuale di gran valore. Ma non c’era giorno in cui non lo lavorassero un dolore e una promessa. Aveva finito da pochi anni la sua opera più sentita, la sconvolgente Vita nova, breve teatro d’amore e di lutto, con una specie di soffocante invocazione. L’aveva scritta mettendosi a camminare sul cornicione altissimo in bilico tra le trovate del “dolce stil novo” che Guido Guinizelli, notaio bolognese, aveva portato al massimo del suo freddo incantevole nitore, e una poesia che gli premeva nuova, un’altra cosa.
Qualcosa che nemmeno lui sapeva bene. Era Stil novo ma era anche altro quel che animava la feritissima poesia della Vita nova. L’aveva terminata, dunque, con una promessa invocante. Con la frase che mi farà sempre tremare i polsi, e venire il pianto dell’anima. Aveva chiesto a Dio d’aver abbastanza giorni per scriver per lei quello che nessuno aveva mai scritto per nessuna. «Sicché, se piacere sarà di Colui, a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai fu detto d’alcuna».
Per lei, Beatrice. La ragazza-miracolo. Che era apparsa e poi era stata rubata via. Per la strada lo faceva tremare, e col saluto lo faceva “sbroccare” si direbbe oggi. Quella ragazza che gli svelò qualcosa mentre coi suoi sodali qualcosa cercava: cosa è Amore. A cui essere fedeli. Quella sera dell’8 aprile aveva fatto il passo. Aveva iniziato il viaggio di scrivere di lei «quello che mai fue detto d’alcuna». Uomo di misteri, un sapiente, certo. Uno sciamano. Un francescano. Uno che alle Muse ha gridato: Vostro sono!… Per scrivere, per non perdere lei. Perché se la vita è una faccenda dove incontri un miracolo e poi la morte te lo prende, allora bisogna arrivare a prendere per il bavero Dio. E guardarci dentro. Vedere che occhi ha un Dio che ti dà Beatrice e poi te la toglie. Che ti dà un miracolo (“il giallo dei limoni” dirà secoli dopo Montale) e poi te lo ruba (“ma l’illusione manca… la luce si fa amara, avara l’anima”).
Ha messo se stesso nelle mani delle Muse, di Virgilio, di Apollo, fregandosene delle diatribe un poco stucchevoli sull’opportunità o meno che un cristiano si rivolgesse a figure pagane per chiedere ispirazione e slancio. Mai stato un clericale. E poi infine si è messo nelle mani di Maria, il pezzo di poesia più bello di tutti i tempi, per andare a vedere che occhi ha Dio, se indifferenti o ubriachi o che cosa. Per andare a veder se negli occhi ha il vuoto, o il nostro viso. Se Dio ci fissa con amore o se è uno specchio ossidato. E ha visto il mistero che spegne ogni intenzione di capire e di vedere, il mistero della Incarnazione. Che ha unito il divino e l’umano e ha incastrato tutto l’umano (anche il dolore, la morte da schiavi…) nel divino.
Beatrice non è persa perché niente di umano si perde da che l’uomo ha meritato la nascita, la morte e la resurrezione di Dio. Non è preda del nulla, ma trasformata e trasformante. Arriva lì, al punto in cui «Vedere voleva, come si convenne,/ l’imago al cerchio, e come vi s’indova…». Che avanzi la visione non è più possibile. Con potente metafora erotica si spegne il viaggio iniziato l’8 aprile: «Se non che la mia mente fu percossa/ da un fulgore, in che sua voglia venne».
Mi sarebbe piaciuto esser lì, e non da solo – mi perdonino gli amici che han chiesto questo pezzo. Forse infrango il patto, ma potrei portare qualcuno? Degli amici, chi so io? Per esser lì, la sera del primo passo. Nella selva. Nell’ombra. Essere con lui mentre sta andando di là. Dove inizia il cammino che lui, seduto qui al bar con noi, gente della stessa risma – ma no, lui è d’un’altra classe – ha fatto per narrar “del ben” che ha trovato. Il “ben” che ci mostrerà facendoci vedere cose orrende, e cose da piangere ancora dopo 700 anni. Il “ben” che pure ci anticiperà con i sorrisi belli, i balli delle anime, le loro mosse di colombi, le fiamme dietro l’alabastro, le stelle mobilitate come carillon, pesci affioranti nell’acqua, le improvvise amicizie.
Andrà narrando in poesia, con i suoi tratti essenziali e smisurati. Con la forza del tratto che è la capacità italiana di essere mastri cesellatori e anche caratteristi al cinema. Dare con pochi segni un mondo. Benedetto e maledetto talento italiano: versi e design. Canova e Sordi. Insomma, esser lì il giorno, la sera, coi bicchieri in mano, noi coi musi stanchi di amori e poesie, afflitti dai debiti e dalle lune, e guardar lui, che sta andando, che sta mettendo un passo dopo l’altro, là, con la sua lingua iniziale. E finale. Lingua compiuta e sempre da compiere, morta e vivissima. Magari vederlo mormorare tra sé, o ruminare in silenzio: «Quanto a dir è cosa dura… selva selvaggia aspra e forte… poco è più morte…».
Lui sa, in questa sera dove si beve ma sembra più assorto del solito, che dovrà anche filare in anima e corpo in luoghi orrendi, in abissi di grida e in correnti d’aria e di oro. Si è preparato per questo, pur in mezzo ai tradimenti. Un allenamento feroce, come aveva promesso a lei. Per diventare uomo della visione. Cioè della scena. Perché solo gli occhi di un uomo che vede il mondo come scena hanno la visione di ciò che sta accadendo. Solo chi guarda al mondo come a una scena è teso a comprendere cosa c’entrano i particolari l’uno con l’altro, a sentire tensioni universali e personalissime. Per vedere cosa avviene veramente.
Come quando si va a teatro, e tutto quel che si vede pensiamo (anche senza pensarci) che debba in qualche modo avere un senso, che si mostra nelle relazioni anche minime tra le cose, gli oggetti, i gesti, le voci. E quella sera, mentre ce ne saremmo stati seduti, stava accadendo il ‘300, il Giubileo della rinascita proclamato dal corrusco Bonifacio, stava accadendo il dolore che morde un giovane uomo che ha perso la donna che ama, stava accadendo la poesia di un gruppo di amici disgregati poi dalla politica. Stava accadendo Roma animata da fiumi di pellegrini come mai s’erano visti. E doveva dunque accadere il giorno del mezzo del cammin. Di nostra vita.
Come se Dante avesse intrapreso anch’egli per il giubileo un suo speciale pellegrinaggio. Per non perdere Beatrice. Lo scriverà: per trarre via gli uomini dall’infelicità. Se no quel Giubileo era solo una farsa. Un giubilare di niente. Occorreva per così dire il suo viaggio nelle parole e sotto le parole. Sotto gli sguardi, spettacolare, da one man show, e però anche da leggere a livelli profondi. A livello letterale, ma anche anagogico. Il Giubileo, il viaggio di tutti quei pellegrini, in un certo senso, aspettava il viaggio di Dante, «per trarre via gli uomini dall’infelicità».
Pochi anni fa un Papa amante della poesia e dell’arte di fronte alla Sistina ha scritto: la Bibbia aspettava Michelangelo. Così anche il Giubileo del ‘300 e tutti i Giubilei, aspettavano e aspetteranno Dante e il suo viaggio. Lo strano pellegrino ha un livello di reale che le parole solo in poca misura possono dire, tanto son “corte”. Essere lì con lui che non dice una parola. Occhi persi tra le nuvole della sera, come mettendo a fuoco la memoria. Sta iniziando il viaggio. E quel che doveva succedere sta succedendo.

da “Il Sole 24 Ore”, 11/08/2009.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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