La “Preistoria” di San Francesco

Oggi, 4 ottobre, festa di San Francesco, vorrei tentare di rispondere a una delle domande più diffuse: da dove viene quest’uomo che è capace di affascinare ancora oggi, dopo ottocento anni?

Il Cavaliere di Cristo
di Franco Cardini

Giovane rampollo di una famiglia emergente del borgo assisano, Giovanni, detto Francesco, sognava la gloria e le crociate. Lo storico Franco Cardini racconta come un giorno però, in una piccola chiesa fuorimano, il Crocifisso gli parlò. E la storia cambiò il suo corso.

San Francesco – Subiaco, Sacro Speco. Questo affresco fu eseguito nel 1223, quando il santo era ancora in vita. E’ dunque una preziosa testimonianza per conoscere il suo aspetto reale.

«Cesco!, chiamò la voce della madre. Silenzio e caldo tutt’intorno; un assonnato, tardo pomeriggio italiano. Ancora una volta, giocoso e invitante: Cesco!». Frullar d’ali sull’aia, il sole sotto la pergola e lo sfumare azzurro del paesaggio umbro, laggiù, verso la pianura.


Tale, in un breve racconto edito per la prima volta nel 1919, Aus der Kindheit des Heiligen Franz von Assisi, Hermann Hesse immaginava un momento dell’infanzia di Francesco. Le mani carezzevoli della madre sulla fronte, il gioco dei mille fiori da offrire alla Vergine Maria e i sogni d’un futuro glorioso, un futuro da vivere da cavaliere, come Rolando e Lancillotto.
Tutti i biografi di Francesco, e da oltre un secolo ne ha avuti molti, si sono piegati con maggior o minor attenzione sull’oscurità dei suoi anni dell’infanzia e della prima adolescenza: anni silenziosi eppure, è concordemente sembrato, decisivi: durante i quali si forgiò pian piano, giorno per giorno, l’uomo che avrebbe insegnato al mondo un modo diverso di sentire e di vivere il cristianesimo, anzi di sentire e di vivere il Cristo. E per converso, nel giovane che si spoglia nudo, coram patre, e che espone «regalmente sua dura intenzione» a papa Innocenzo III, si è più volte cercato di cogliere l’ombra del ragazzo di Assisi che egli era stato: alla ricerca quasi, al di là d’una troppo avara documentazione, dei segni premonitori di un destino eccezionale.
Un’occasione troppo fascinosa, troppo tentatrice perché una certa letteratura se la lasciasse scappare o perché anche qualche storico riuscisse a sfuggire alla tentazione di scrivere, a sua volta, una sua brava pagina di letteratura. Tutto ciò è, al suo livello, legittimo. Ma il nostro scopo qui non è capire che cosa Francesco sia diventato nella cultura, nella tradizione, nella devozione, nella trasfigurazione poetica, nel cuore di chi stia cercando qualcosa di sentito e o d’immaginato simile a quel che cercava lui. Tutte domande legittime, queste: ma la nostra è un’altra. Noi ci chiediamo chi sia stato, storicamente parlando, quel Giovanni detto Francesco, figlio del mercante Pietro Bernardone, nato in Assisi nel 1181-82 e morto presso la sua città una sera dell’inizio d’ottobre del 1226.
E allora ci troviamo di fronte a un giovane che, stando al sia pur non sempre concorde racconto delle fonti, condivise la condizione e le aspirazioni di tanti suoi coetanei nell’Italia centrale di fine XII secolo e dei primi anni del XIII: una società in fase di crisi e di cambiamento; un’economia in rapida crescita; un mondo cittadino in fase di vorticoso sviluppo; una Chiesa ricca e potente, gerarchicamente inquadrata sotto la sempre più sicura direzione del vescovo di Roma, il “Papa”, ma una Cristianità inquieta, ribollente, attraversata da mille istanze e tentata da mille eresie; una società civile dai quadri del potere temporale ormai usurati e in cerca di nuovi equilibri.
Era stato proprio un bel secolo, il XII: un clima tiepido e dolce aveva dominato l’Europa e il Mediterraneo favorendo il diffondersi delle aree boschive o paludose o montane messe a coltura, il miglioramento quantitativo e qualitativo dell’alimentazione e dei livelli di vita, quindi il regresso della mortalità infantile, la crescita demografica, la circolazione degli uomini e delle merci. Il mare era ormai dominato dalle flotte e dalle colonie delle città marinare italiche – Genova, Pisa, Venezia – che quasi monopolizzavano i traffici dall’Oriente e che cominciavano a introdurvi merci occidentali d’esportazione, correggendo in tal modo una bilancia commerciale che fino ad allora era sempre stata passiva, dominata com’era dall’importazione delle preziose spezie africane e asiatiche. Anche il secolare braccio di ferro con l’islam era giunto a una fase di equilibrio: il regno crociato di Gerusalemme si era disgregato, ma la costa del Mar di Levante tra Libano e Palestina meridionale nonché l’isola di Cipro erano ancora dominati dalle città, dai feudali e dagli Ordini militari “crociati”, mentre la Reconquista cristiana trionfava nella penisola iberica e le spedizioni crociate congiunte con l’emigrazione e l’insediamento di coloni stavano allargando il territorio dell’Europa latina e cristiana verso Nord-est, sino all’area slavo-balto-finno-scandinava. L’Africa settentrionale, sede di prosperi emirati arabi e berberi, aveva con le coste meridionali dell’Europa cristiane un rapporto strettissimo e intenso, fatto di assalti corsari ma anche di scambi di merci e di amicizia diplomatica.
I poteri cristiani detentori di pretese “universali” erano in crisi. L’Impero romano d’Oriente (o, come diciamo correntemente noi, “bizantino”) si stava disgregando e nel 1204 sarebbe finito – in seguito alla quarta Crociata – nelle mani di un pugno di famiglie aristocratiche francesi e norditaliche nonché dei veneziani. L’Impero che siamo abituati a definire romano-germanico era stato scosso in pieno secolo da un poderoso tentativo di rinnovamento da parte di un grande sovrano, Federico I (il “Barbarossa”): ma il suo disegno autoritario, gerarchico e unitario, pur riuscito sul piano giuridico-formale, era franato alla sua morte, nel 1190. Ascendevano intanto le “monarchie feudali” in Francia, in Inghilterra, in Aragona, in Castiglia, nell’Italia meridionale, mentre in Germania e in Italia settentrionale e centrale si consolidavano le signorie feudali e i poteri cittadini formalmente soggetti all’Impero (o, nell’Italia centrale, al papato) ma di fatto indipendenti ed egemonizzate da fiorenti e rissose aristocrazie urbane di “cavalieri” possessori di terre, d’imprenditori e di mercanti. Città ricche, sovente sedi di mercati stagionali (“fiere”), dove si batteva moneta d’argento ma circolava sempre più anche l’oro proveniente dall’Est.
Si stava frattanto profondamente rinnovando la cultura europea. Dalle scuole, originariamente abbaziali o vescovili, erano nati in alcune città gli studia, autentiche universitates (cioè sodalizi corporativi) di docenti disposti a insegnare e di studenti pronti a pagare per imparare. Le scholae parigine si erano specializzate nell’insegnamento e nello studio della teologia, della filosofia e della grande novità del secolo, la logica, che aveva un illustre campione in Pietro Abelardo; invece a Bologna alcuni giuristi avevano fondato un fiorente centro di studi giuridici, favorito dal Barbarossa, che aveva reintrodotto in Occidente il diritto romano giustinianeo, mentre era nato anche il diritto canonico alla luce del quale si regolava la vita della Chiesa. Ma altrove, dalla scuola medica di Salerno a quella filosofica di Chartres, le antiche istituzioni scolastiche proseguivano la loro florida vita di studio; mentre da centri di ricerca e d’incontro fra tradizioni diverse – la cristiana, l’ebrea, la musulmana – stava nascendo dalla Castiglia (Toledo) all’Inghilterra, all’Italia meridionale qualcosa di simile a vere e proprie “scuole di traduzione”, grazie alle quali venivano tradotti in latino non solo il Corano, ma anche le opere di filosofia degli antichi greci insieme a trattati di scienze fisiche, di matematica, medicina, di astronomia, di ottica dall’arabo, dal persiano e dall’ebraico. Infine, dalle corti feudali della Francia del centro-nord e della Provenza-Linguadoca si andava diffondendo una nuova cultura poetica e musicale, quella che dall’Ottocento in poi sarebbe stata chiamata appunto “cortese”.
Nei centri urbani d’Europa, che si andavano sempre più allargando, si fondavano immense cattedrali, simbolo della fede e della prosperità: le loro ardue esperienze costruttive erano la prova che il rinnovamento scientifico-tecnologico era stato profondo. Nasceva così in quegli spazi cittadini, sovente ridotti, uno stile nuovo, slanciato, elegante, che svettava verso il cielo recuperando in altezza quegli spazi che gli mancavano sul terreno e che si riempiva della luce delle vetrate policrome al Nord, delle pareti affrescate al Sud. Era nato il gotico. Una rete stradale strettissima, sempre più attrezzata grazie alla costruzione di ponti e di ospizi per i viandanti, caratterizzava questa Europa dominata da una lingua dotta comune, il latino, e scandita da migliaia di santuari che sorgevano spesso accanto a luoghi di fiera e culminavano nelle tre grandi mete dei numerosi pellegrini sempre in movimento: Santiago de Compostela in Galizia, Roma, Gerusalemme.
La cattedrale, l’università, il mercante e il pellegrino sono i veri e propri simboli di quest’Europa ormai rinata a nuova vita; sono i segni della modernità che già si sta affacciando all’orizzonte. Gli antichi Ordini monastici, con le loro regole severe, sembravano cauti e guardinghi di fronte a queste novitates: ma non è del tutto vero. La congregazione benedettina incentrata in Cluny era stata addirittura, fin dall’XI secolo, il motore vigoroso del rinnovamento della Chiesa, liberandola dalle pastoie della soggezione ai poteri laici; e quella di Cîteaux, dominata dall’intensa personalità di Bernardo di Clairvaux, ch’era pur rivale acerrimo del logico Abelardo, si distingueva per l’organizzazione del disboscamento e della bonifica di ampie aree selvagge e per l’uso sapiente e spregiudicato di ogni sorta di macchinari nelle sue officine monastiche.
Ma questo fermento di vita conosceva pure un drammatico rovescio della medaglia. Le frequentazioni intense con l’Oriente avevano recato in Europa la lebbra, che si accompagnava al fenomeno crescente della povertà, dal momento che nell’opulenta società del XII secolo si erano prodotti fenomeni di concentrazione della ricchezza e dunque d’impoverimento dei ceti subalterni sia cittadini, sia rurali. Le distanze sociali crescevano e accanto alla ricchezza e all’eleganza era consueto lo spettacolo della fame. Nella Chiesa c’era stata, durante l’XI secolo, una grande riforma strutturale e morale: ma la potente e sapiente gerarchia che ora la dominava appariva singolarmente distante dai meno fortunati e dai meno abbienti. Chi aveva partecipato con slancio ai movimenti di riforma del secolo precedente, che avevano conosciuto anche drammatici momenti di scontro, aveva sperato di veder nascere in conseguenza di essi una Chiesa più povera e caritatevole, più vicina agli umili, in maggior sintonia con l’insegnamento evangelico: e si trovava invece a confrontarsi con una Chiesa arcigna e superba, con prelati gelosi dei propri privilegi, con un alto clero inattingibile nel suo potere e un basso clero vicino sì alla gente, ma ignorante e miserabile.
Era quindi logico che molti si guardassero intorno e finissero col porgere attenzione a certe voci diffuse, a certi predicatori circolanti che parlavano d’una Chiesa diversa, povera e spirituale, più simile all’insegnamento e al genere di vita di Gesù e degli apostoli. Già da molti decenni si erano avuti movimenti religioso-popolari che attendevano un rinnovamento spirituale profondo e nei quali serpeggiavano confuse ansie di palingenesi connesse con le aspettative della fine dei tempi: da questo stato d’animo diffuso erano nati i grandi pellegrinaggi, le crociate, ma anche gli episodi di feroce persecuzione contro i “diversi”, soprattutto i membri delle comunità ebraiche.
Ma già almeno dai primi del secolo XII si erano andati diffondendo per l’Europa gruppi di “evangelizzatori-predicatori”, araldi di una nuova Chiesa, differente e alternativa rispetto a quella ufficiale. Il loro genere di vita, frugale e vegetariano, caratterizzato dall’astinenza alimentare e sessuale e dall’estrema semplicità, li faceva chiamare “perfetti”; ed erano sostenuti da una rete di “credenti” che ne ammirava e ne approvava il genere di vita pur non seguendolo a sua volta in tutto. La loro dottrina, fondata soprattutto sul Vangelo di Giovanni, insisteva sulla contrapposizione insanabile tra due principi opposti, Spirito e Materia, Bene e Male. Oggi, noi sappiamo che questa “eresia” dualista, venuta dall’Oriente asiatico attraverso i Balcani e che siamo soliti denominare “catarismo”, era in realtà legata ad antiche scaturigini manichee. I catari (o “patarini”, com’erano designati nell’Italia centrosettentrionale) si erano impiantati profondamente nelle zone più prospere e popolose d’Europa: la Provenza-Linguadoca, la Renania, la Lombardia, la Toscana.
Questa nuova realtà, che alla base aveva l’aspetto di un movimento popolare mentre al vertice si rivelava un’”antichiesa” gerarchica e iniziatica, stava conquistando sempre maggiore spazio nella Cristianità. E non erano certo gli austeri monaci benedettini, né i potenti vescovi o abati, né l’ignorante basso clero cittadino o rurale, che poteva fronteggiarli. Quel gran signore ed esperto teologo e giurista che aveva assunto la tiara pontificia nel 1198, Lotario conte di Segni e papa col nome di Innocenzo III, era preoccupatissimo del dilagare dell’eresia catara: al punto che contro di essa organizzò alla fine del primo decennio del secolo una vera e propria crociata in Provenza, la “crociata degli Albigesi”. Fu un episodio sanguinario terribile. Tuttavia, le spade dei crociati e i severi tribunali dell’Inquisizione, istituzione vescovile rifondata appunto da Innocenzo, potevano vincere, ma non riuscivano a convincere.
La Chiesa del primo Duecento aveva bisogno di qualcosa di tipo nuovo: di uomini e donne capaci di parlare alla gente non il linguaggio della cultura e dell’autorità, bensì quello della semplicità evangelica. Aveva bisogno di chi sapesse, volesse e potesse predicare in modo nuovo e diretto, tale da reggere il confronto e magari il dibattito con i propagandisti catari, lontano dalla tradizionale omiletica e soprattutto dalla pessima taciturnitas del clero ignorante e spesso corrotto. Aveva bisogno di dimostrare quel che ormai sembrava incredibile: che cioè si poteva essere figli fedeli della Chiesa e al tempo stesso umili e rigorosi seguaci del Vangelo. Queste erano le esigenze d’una Chiesa che non sapeva però né esprimerle, né rispondere in modo adeguato. Provvidero a interpretarle, ai primi del Duecento, un giovane canonico della città aragonese di Osma, Domenico di Guzmán, e un giovane figlio d’un mercante e prestatore di danaro assisano cui sarebbe piaciuto diventar cavaliere, Francesco d’Assisi.
Il contado di Assisi aveva acquisito alla fine del secolo XII una realtà a sé stante, all’interno del ducato di Spoleto; si situava in una buona posizione geografica fra gli Appennini, la Tuscia e Roma, e soprattutto sull’asse viario tra Pisa e Ancona, il che significava al centro del sistema di comunicazioni tra l’Adriatico e il Tirreno, quindi il Mediterraneo centro-occidentale che fra XII e XIII secolo andava acquistando importanza commerciale sempre maggiore. Come in molte altre aree dell’Occidente, il costante incremento demografico fra XI e XII secolo corrispose a una dilatazione dei centri abitati, all’impianto di nuovi insediamenti rurali, alla messa a coltura di nuove terre. Tra centro urbano e contado, si è calcolato che all’epoca Assisi potesse contare in tutto sui 12 mila abitanti: e non era poco. La popolazione si disponeva abbastanza armonicamente tra pianura, collina e montagna, con una significativa tendenza tuttavia a scegliere le zone collinari e addirittura montane, segno di una discreta eccedenza demografica, almeno se commisurata con le risorse effettive del suolo. La popolazione si manteneva a mezza costa, perché il fondovalle era occupato da paludi malsane.
La Assisi di quel tempo, dalla documentazione rimasta, sembra una città abbastanza felice: e ci sono volute le fonti francescane a informarci della presenza dei lebbrosi, che altrimenti sarebbero passati inosservati o quasi. La base dell’economia era ovviamente l’agricoltura, ma l’economia assisana si basava sulla produzione e, in una certa misura, anche sulla trasformazione dei beni. Le carte dell’archivio della cattedrale di S. Rufino ci parlano di mulini, centro di una discreta attività economica, mentre altri documenti accennano a un sia pur modesto impianto della coltura e lavorazione della canapa e del lino. Più tardi invece, rispetto al nostro periodo, la lavorazione della lana, che richiedeva anche fasi più articolate, manodopera e impianti in certa misura specializzati, abbondanza d’acqua e via discorrendo. Se il più antico documento relativo alle corporazioni assisane risale al quarto decennio del Duecento, non si hanno notizie sicure d’una produzione laniera prima del tardo Trecento. Semmai, è possibile che una certa attività in quella direzione fosse esplicata all’interno dei monasteri: Sassovino, per esempio, possedeva gualchiere documentate dal 1229.
Sull’attività mercantile assisana si vorrebbe veramente sapere qualcosa di preciso: e il pensiero corre spontaneo a Pietro di Bernardone e al suo stesso figlio, che la tradizione e le fonti francescane ci mostrano, giovane, accudire al fondaco paterno. Ma anch’essa sembra essere stata fra XII e XIII secolo nel complesso alquanto modesta, e soprattutto rivolta a soddisfare le esigenze del consumo locale, il che significa che, come attività esterna, doveva prevalentemente trattarsi di commercio d’importazione. Pare, in una parola, essere stata un’attività intensa ma di ampiezza limitata. Insomma, i celebri “panni franceschi”, legati al nome del grande protagonista, potevano anche arrivare in città, ma con una certa parsimonia, magari tradotta in termini di meraviglia dal provincialismo degli assisani. Semmai, più che al commercio di oggetti, si dovrà pensare a quello del denaro, cioè all’attività creditizia: connessa strettamente agli investimenti nel campo della terra, cioè alla frammentazione per mezzo di acquisti delle grandi signorie fondiarie. Assisi batteva una discreta moneta d’argento.
Sotto il profilo politico, la città era dominata dagli “aristocratici” dotati di dignità cavalleresca, detentori di armi e cavalli e possessori di torri in città e di castelli in contado: i boni homines. Essi avevano tenuto la città in pugno, attraverso vicissitudini anche violente, nell’ultimo quarto del secolo XII, affrancandosi anche dal potere imperiale; ma ai primi del seguente, tra 1203 e 1210, si era avuto l’avvio della vita di un movimento comunale di nuovo tipo, nel quale avevano assunto un ruolo anche gli homines populi, cioè gli esponenti di ceti emergenti d’origine imprenditoriale e mercantile rappresentati da famiglie che a loro volta avrebbero voluto assurgere a un genere di vita aristocratico e accedere a un nuovo equilibrio nel governo della città.
Tra i giovani rampolli di queste famiglie emergenti, ce n’era uno che non eccelleva in bellezza e in prestanza fisica: ma sembra fosse allegro, intelligente, simpatico, grande organizzatore e finanziatore di feste, che lo facevano acclamare come rex iuvenum della città. Sognava la gloria cavalleresca e crociata, e si era misurato anche in qualche contesa cittadina e in una guerra contro Perugia, sperimentando pure la prigionia. Sembra sapesse anche cantare, comporre canzoni, danzare; e certo sapeva cavalcare, armeggiare, ben figurare nelle giostre e nei tornei. Il padre curava di badare che stesse attento anche agli affari di famiglia, ma assecondava le sue ambizioni cortesi e lo riforniva di danaro: era convinto che, tramite lui, il casato sarebbe asceso nel prestigio cittadino. Questo ragazzo che doveva aver imparato un po’ di latino e che sapeva il francese, forse insegnatogli dalla madre, aveva assunto probabilmente per questo il soprannome di “Francesco”, che si era sovrapposto al suo nome di battesimo, Giovanni. Voleva diventar cavaliere, sognava l’avventura e si diceva convinto che sarebbe diventato un gran principe.
Un giorno, in una piccola chiesa fuorimano, il crocifisso gli parlò: ed egli capì a quale cavalleria era destinato. Questa è, forse, la “preistoria” di Giovanni detto Francesco, cavaliere del Cristo.

da “Jesus”, n.4, aprile 2009.

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Informazioni su frate Wolmaro

Sono nato otto lustri fa circa nel Regno delle Due Sicilie e precisamente in quel che Goethe definì un paradiso abitato da diavoli dove la sirena Partenope si lasciò morire d'amore per Ulisse. Vissuto e cresciuto all'ombra dello sterminator Vesevo, e cullato dal mare, sono legato fortissimamente alla mia terra, innamorato folle della sua gente, dei suoi profumi, colori, sapori, della sua musica, delle sue contraddizioni, delle sue debolezze, ma anche della sua veracità. Appassionato e cultore dell'Arte e della Musica, ma soprattutto appassionato studioso e ricercatore del Medioevo, passione nata fin da ragazzino, leggendo le gesta di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. L'incontro con il Poverello d'Assisi, ha dato una svolta alla mia vita e così... scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro ...mi scalzai anch'io seguendo le orme del Poverello, divenendo per tutti Fratello. Oltre la Medioevo in genere, studio da 20 anni la grande mistica tedesca Santa Ildegarda di Bingen ponendo l'attenzione ai suoi scritti di medicina, alle sue composizioni musicali, alle sue miniature e la suo immenso epistolario. Concludo sto "papiello": amo la musica medievale (ovviamente) quella barocca (sono un fan sfegatato di Vivaldi) e l'opera (Rossini, Verdi e Puccini i miei prediletti). Suono il dulcimer e il salterio, dipingo e infine canto! ma quante cose faccio?... non per niente sono nato sotto il segno dei Gemelli. Pax et Bonum!
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Una risposta a La “Preistoria” di San Francesco

  1. mary ha detto:

    direi che tutti coloro che si chiamano Francesco saranno felici di rispecchiarsi in questo grande santo presentato così bene!

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