Il settimo sigillo – Ingmar Bergman (1957)

La seconda guerra mondiale rappresentò uno spartiacque anche nella storia del cinema, almeno in quel tipo di cinema il cui scopo è andare a scavare nelle pieghe più profonde dell’essere umano e delle sue grandi domande; di quel cinema che è un “braccio operativo” della filosofia.
Le devastazioni dei bombardamenti, delle carneficine militari e civili, e ancor più dei campi di concentramento avevano ridotto l’Europa e non solo in cenere: tutto un mondo era crollato, e insieme con esso Freud, Jung, Nietzsche e l’illusione dell’onnipotenza dell’uomo. Il problema è che le varie filosofie dell’epoca precedente avevano già fatto piazza pulita di tutto il resto: la coscienza, l’amore, il soprannaturale, Dio.
E, ora che anche l’illusione del “meriggio” tanto annunciato da Nietzsche era crollata, cosa restava oltre le macerie?
Chi sentì in maniera forte questo problema fu il regista svedese Ingmar Bergman, la cui pellicola più celebre è sicuramente Il settimo sigillo, tratto da un lavoro teatrale scritto dallo stesso Bergman, Pittura su legno.  Ed è alle danze macabre della pittura della seconda metà del Trecento e della prima metà del Quattrocento che visivamente si ispirano gli abbaglianti fotogrammi in bianco e nero, soprattutto per il tema portante del film, la partita a scacchi del cavaliere Antonius Blok con la Morte.
Come in una pittura del “Trionfo della Morte” si ammassano cadaveri con le orbite già divorate dai cani, crocifissi contorti che sembrano incarnare il dolore di un’umanità cui toccano solo peste, miseria e fame, flagellanti che cercano nel masochismo rifugio contro la paura di una fine del mondo dietro l’angolo, streghe cui tocca il ruolo di inconsapevoli capri espiatori di una Peste Nera che non può esser lì senza un motivo.
Quello di Bergman è un Medioevo fatto di stereotipi, è “l’epoca oscura” che si studiava sui libri di scuola fino a qualche decennio fa e che, fortunatamente, si sta pian piano sgretolando sotto i colpi della ricerca. Ma al regista non interessava girare un documentario sull'”Autunno del Medioevo”. Il protagonista (interpretato da un Max von Sidow nel suo periodo d’oro, al massimo della forma) non è un personaggio medievale, come dimostra questa scena, secondo me la chiave di lettura di tutto il film.
Il Medioevo non sapeva cosa fosse il Nulla, non riusciva nemmeno a concepirlo. Poteva concepire di prendersela con Dio, maledirlo, magari mettersi anche contro di Lui, scegliere la via dell’inferno. Ma non di dire “non esiste”. Infatti esistono pochissimi casi documentati di suicidio.
Invece Antonius Blok è un uomo del Novecento, o meglio un intellettuale del Novecento. E’ la voce del regista, che si trova a fare i conti con le due alternative dell’esistenza di un Dio lontano e nascosto (il Dio della Scandinavia protestante, delle chiese bianche e vuote) e il Nulla, più temibile ancora della Morte stessa, perché (come dice lucidamente al monaco che egli non sa essere la Morte travestita) se Dio non esiste, null’altro ha senso.
Il regista, però, sembra porsi una domanda: e se il problema non fosse di Dio, ma mio?
Ai tormenti di Antonius Blok si contrappone la semplicità di due saltimbanchi, Jof e sua moglie Mia. Tra tutti i personaggi del film, Jof è l’unico ad avere gli occhi aperti sul soprannaturale: all’inizio del film ha una bellissima visione della Madonna con Bambino e, oltre al cavaliere, è l’unico ad accorgersi della presenza della Morte. E alla fine sono proprio loro, i due saltimbanchi, a sopravvivere, grazie proprio al sacrificio di Antonius Block, che ha voluto utilizzare il tempo concessogli dalla partita a scacchi per salvarli dall’implacabile figura.
Alla fine l’intellettuale Bergman si mostra molto più lontano dal Nulla di quel che vuol far credere, proprio perché sembra condividere in pieno una delle Beatitudini: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Il settimo sigillo – Ingmar Bergman (1957)

  1. Dave Welf Masters ha detto:

    Si vede proprio che questo non è semplice cinema, ma arte cinematografica! Anche dal linguaggio. Che grandezza, che tensione verso qualcosa di più alto. Sono pochi i film così. Voglio vederlo.

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