Santa Giovanna d’Arco

di Marco Meschini

Vergine e guerriera, uccisa benché innocente: così la breve vita di Giovanna d’Arco si compie nell’arco di tre primavere. Restituisce forza e dignità al Re, salva la Francia ma non se stessa, per rimanere fedele fino all’ultimo alle “voci” che sentiva provenienti dal Cielo.

Giovanna d’Arco libera Orléans – miniatura dalle “Vigiles de Charles VII”, XV secolo.

Chiedo venia al lettore se, per la prima volta dacché scrivo su queste pagine, partirò da un piccolo fatto personale, occorsomi qualche tempo fa. Mi trovavo in una scuola della Brianza, al termine di una conferenza pubblica. Mentre esco, trovo al mio fianco il passo lungo e misurato di uno studente del liceo classico, diciassette anni, i capelli neri e lucenti, un nome angelico: Gabriele. Il quale mi si affianca, commenta alcune cose dette quella sera – con rapidi passaggi sulle cose, e quante, che si sarebbero potute aggiungere – e termina con la frase seguente: «Ma esprimere un giudizio» – un altro passo – «in storia» – ancora avanti – «è impossibile». Mi fermo e lo guardo: nel tono, nell’atteggiamento tutto del corpo non c’è il dubbio; no, piuttosto c’è una consapevolezza profonda, magari acerba, ma allo stesso tempo netta e lucida: è la presa di coscienza dei nostri limiti e dell’immensità della storia, delle sue enormi difficoltà. «Quante cose, quanti passaggi bisogna tenere insieme», continua Gabriele. «È impossibile».

Il mistero di Giovanna d’Arco
Ecco: desidero partire da questo modesto episodio per impostare il tema dell’articolo che segue, perché il caso, le gesta e la vita, anzi il destino intero di Giovanna d’Arco pone esattamente questo problema. Ovvero: come possiamo esprimere un giudizio là dove le nostre forze umane si scoprono così inadeguate rispetto al soggetto del nostro studio? Perché Giovanna è un mistero straordinario: quello d’una ragazzina di diciassette anni che sconvolge il mondo. E lo fa con una semplicità disarmante, anche se lei le armi le porta, e questo già basterebbe, agli occhi di tanti nostri contemporanei, per far gridare allo scandalo.
La sua vita pubblica si dispiega su tre primavere: in quella del 1429 compare alla corte del “delfino” francese; nel maggio 1430 viene fatta prigioniera dai borgognoni; un anno dopo, il 30 maggio, è arsa viva dagli inglesi sulla pubblica piazza a Rouen.
Come una farfalla sfavillante e imprevista, Giovanna appare e brucia i suoi giovani anni in una guerra lunga e cruenta che gli storici chiamano “dei Cent’anni”.
Era cominciata nel 1337 per la successione al trono francese lasciato senza eredi da Carlo IV. I contendenti iniziali si chiamavano Edoardo III d’Inghilterra, nipote per parte di madre del defunto, e Filippo di Valois, che prese la corona francese con il titolo di Filippo VI. Quando poi allungò le mani sull’Aquitania (feudo “inglese” sin dai tempi di Eleonora d’Aquitania) scoppiò una guerra con battaglie memorabili e tragiche – Crécy (1346), Poitiers (1356), Azincourt (1415) – e paci fatte e disfatte in continuazione.

L’incontro con il Re
Nel 1429, dopo le vittorie di Enrico V (1413-1422), l’Inghilterra è a un passo dalla vittoria finale: controlla Parigi, è alleata con la Borgogna – il più importante feudo francese – e assedia Orléans, ultima grande città del nord rimasta fedele al titubante Carlo, il “delfino”, cioè l’erede francese al trono di Francia il cui simbolo era appunto un delfino azzurro. Ma un giorno di primavera, a Chinon, gli si presenta innanzi una giovane popolana: sostiene di essere inviata da Dio per restituire la Francia ai francesi e affidare la corona a lui, il delfino, che lei riconosce nonostante il travestimento, ovvero il tentativo di sbugiardarla davanti alla corte, umiliandola e offrendo un po’ di ilarità ad un ambiente più che preoccupato per la sorte del regno e del proprio rango. Ma Giovanna non cade nella trappola, smaschera il re – e come poté riconoscerlo, in un’epoca in cui la raffigurazione dei sovrani era solo agli albori? O forse qualcuno la consigliò al momento opportuno? – e ottiene udienza. Del resto da tempo circolavano voci e profezie circa una “pulzella” che avrebbe salvato la Francia, tanto che ne era già stata additata più d’una, per poi essere scartata. Questa da dove veniva? Dal paesino di Domrémy, risposero. E quand’era nata? Nel 1412. Era vergine? Lo appurarono, in un modo che turbò profondamente Giovanna, convinta com’era della propria innocenza, in tutti i sensi intesa – lei che le voci chiamavano «pulzella», appunto «vergine». Poi la interrogarono in teologia – lei, che non aveva alcuna formazione in materia. Superati questi primi sbarramenti, le si pose la domanda più semplice del mondo: che cosa voleva? E lei semplicemente rispose: un esercito per riconquistare Orléans, incoronare Carlo a Reims, liberare Parigi e ributtare a mare gli inglesi. Di questo almeno è convinta, di questo le parlano alcune “voci” dal cielo che lei dice di sentire. Ma non sono forse fole, simili fantasie? E poi, quanto costa un esercito per un regno spossato economicamente e demograficamente, con ricorrenti ondate di malattie epidemiche e i guasti di mercenari e sbandati per tutto il paese? Troppo, dicono alcuni consiglieri; ma Carlo decide di provare, forse perché non ha quasi più niente da perdere e in fondo chi ha da rimetterci più di tutti è questa giovane che sembra rifiutare la propria condizione di donna – un marito e dei bambini, abiti acconci, un ruolo dimesso come avrebbe voluto la sua nascita umile e lontana da ogni luce mondana – per seguire le sue voci celesti. Carlo dà l’assenso.
Giovanna si taglia i capelli, veste un’armatura adattata al suo corpo femminile, impugna un candido vessillo, monta su un cavallo bianco e guida un esercito che ormai, sparsasi la voce, brulica di entusiasmo. Incredibilmente, Orléans è liberata l’8 maggio, nonostante Giovanna sia ferita tra collo e spalla da una freccia che, per qualche ora, fa temere il peggio. Ma è solo il presagio di qualcosa che verrà: per il momento il successo diviene travolgente, tanto che gli inglesi finiscono con l’essere battuti a più riprese – come a Patay, il 18 giugno – e il delfino viene incoronato a Reims con il nome di Carlo VII il 17 luglio 1429. In circa quattro mesi tutto lo scenario di una guerra che pareva già segnata è mutato radicalmente.

Il supplizio di Giovanna d’Arco – miniatura dalle “Vigiles du Charles VII”, XV secolo.

La riscossa dei francesi
È un miracolo, gridano i francesi; è opera del Demonio, imprecano gli inglesi. E forse tutto finirebbe in gloria, se lei non venisse catturata dai nemici a Compiègne il 24 maggio 1430 e se, con il gennaio seguente, non iniziasse un processo inquisitoriale contro di lei. Per eresia e stregoneria, i due capi di imputazione peggiori immaginabili sul versante religioso. Sconvolta, pressata da ogni lato e contemporaneamente segregata da ogni contatto umano e amichevole, a volte anche abbandonata dalle sue “voci”, Giovanna finisce con il confessare quello che le impongono: le “voci” sono suggestione diabolica, ma dopotutto la tortura – nel suo caso appunto la segregazione fisica e psichica – è un brutto affare, specie se si ha il privilegio si provarla sulla pelle e sull’anima. Poi ha un soprassalto e ritratta, torna a sostenere le tesi di pochi giorni prima, quelle che hanno segnato la sua giovane vita e il suo destino; in questo modo, tuttavia, finisce con l’essere relapsa, cioè «ricaduta» nell’errore, “condannandosi” per ciò stesso alle fiamme del rogo (e qui dobbiamo notare, almeno en passant, il fatto che l’Inquisizione – anche se qui certamente piegata in maniera distorta a servizio di un potere civile come il regno inglese – funzionava… Se non altro Callisto III, papa tra il 1455 e il 1458, avrebbe annullato quel processo così a senso unico, riconoscendo illegittimo il tribunale di allora e scomunicando il “grande accusatore” della Pulzella, il vescovo di Beauvais Pierre Cauchon).

Il rogo
Così, il 30 maggio 1431, Giovanna svanisce sulla catasta di legno che gli inglesi hanno allestito per lei a Rouen, ma ormai la guerra è segnata: la Borgogna cambia campo, la Normandia e l’Aquitania passano ai francesi e nel 1453 gli inglesi lasciano il continente (a parte l’enclave di Calais): la guerra dei Cent’anni termina con la vittoria francese, e una amplissima parte di merito va alla Pulzella e alla sua impresa, capace di fermare e far arretrare militarmente gli inglesi e, ancor più, di ridare alla Francia la speranza e poi la certezza della vittoria, complice anche l’incoronazione di Carlo.

Il trionfo postumo
E Giovanna? Riabilitata nel 1456, venne beatificata nel 1909 e santificata ancora più tardi, nel 1920, quando la sua memoria serviva anche per scopi politici e propagandistici di marca ovviamente francese. A recuperarle dignità di onore e studio, offrendo al mondo la riscoperta della sua spiritualità, sarebbe intervenuta, a metà XX secolo, un’altra piccola grande francese, Régine Pernoud, “la” storica di Giovanna, colei che ha fatto risplendere il suo bianco vessillo e il suo segno di contraddizione nella storia d’Europa e del mondo. Agli studi di madame Pernoud rinviamo per ogni approfondimento, ma almeno una sua frase vogliamo riportarla qui, estrapolata dal processo di condanna; una frase pronunciata da chi aveva pianto per i nemici che aveva sconfitto e per le bestemmie che aveva udito, per il male attraverso cui era dovuta passare per attingere al bene che le sue “voci” le avevano indicato: «Interrogata se sappia d’essere nella grazia di Dio, risponde: “Se non vi sono, Dio mi vuole mettere; se vi sono, Dio mi vuole custodire in essa”».
Ma la sua avventura fu davvero un intervento divino oppure una semplice – per quanto eccezionale e forse irripetibile – sommatoria di coincidenze tutte umane? È qui, al limite tra storia e metastoria, caro Gabriele, caro lettore, che si ferma lo storico, anche se il fedele che è in chi scrive si protende tra quelle fiamme e urla il suo «io credo».

Bibliografia
Hilaire Belloc, Giovanna d’Arco, Fede & Cultura, 2006.
Régine Pernoud, Giovanna d’Arco. Una vita in breve, San Paolo, 2006.
Régine Pernoud, La spiritualità di Giovanna d’Arco, Jaca Book, 1998.
Franco Cardini, Giovanna d’Arco. La vergine guerriera, Mondadori, 1998.

da “Il Timone” N. 90 – anno X II – Febbraio 2010 – pag. 22-24

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Santa Giovanna d’Arco

  1. Mary Falco ha detto:

    bene, bravo, ma sei stato aiutato dal tuo splendido soggetto … W la Pulzella!

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