Una regina senza corona: Radegonda di Poitiers.

Radegonda di Poitiers - miniatura dalla

Radegonda di Poitiers – miniatura dalla “Vita” di Baudonivia, XI sec. – Bibliothéque de Poitiers.

Altro che Il Trono di Spade! La lettura della Historia Francorum di Gregorio di Tours supera di gran lunga ogni nostra più audace immaginazione. In questa Gallia di VI secolo, dominata dalla famiglia dei Merovingi, succede veramente di tutto: guerre e paci fatte e disfatte, lotte fratricide e inganni, imbrogli e ingenuità, omicidi orrendi commessi in perfetta legalità, città intere che passano da un principe all’altro come palle da rugby, bande di guerrieri che si permettono di tutto e all’ultimo momento cambiano campo allettati dall’oro nemico.
E personaggi femminili straordinari, nel bene e nel male.
Tra questi occupa sicuramente un posto d’onore una grande donna, della quale d’altronde Gregorio stesso ha celebrato i funerali, donna di spiritualità, di potere e di cultura, e per giunta elevata all’onore degli altari: Radegonda di Poitiers. Una donna destinata a lasciare un segno profondo nella sua epoca, e la cui vita s’incaricarono di raccontare uno dei più grandi poeti del suo tempo e suo grandissimo amico, Venanzio Fortunato, e una sua allieva, Baudonivia.

Leggio di Santa Radegonda - VI sec. - Poitiers, abbazia di Sainte-Croix.

Leggio di Santa Radegonda – VI sec. – Poitiers, Musée Sainte-Croix.

Radegonda è un ostaggio: di sangue reale, ma pur sempre una preda di guerra. È la nipote di Ermenefredo, re di Turingia, sconfitto nel 531 dal re Clotario I detto il Vecchio, uno dei figli tra cui Clodoveo, re dei Franchi, ha diviso il suo dominio. Radegonda è fatta prigioniera assieme al fratello Clotacario. È soltanto una bambina, ha poco più di dieci anni, ma il re sa già cosa fare di un ostaggio di così alto lignaggio: sposarla, non appena sarà arrivata all’età giusta e abbia ricevuto un’adeguata istruzione.
Viene così inviata nella regione del Vermandois (Francia nordorientale), nella villa reale di Athies e affidata ad alcuni custodi, probabilmente chierici, incaricati di curare la sua educazione: Venanzio Fortunato ci riferisce, tra le altre cose, che Radegonda «venne anche istruita nelle lettere». Acquisisce così una cultura degna di una futura regina, ma comincia a mostrare anche uno spirito di iniziativa e un carattere che vanno ben oltre: sappiamo che, aiutata da un giovane prete di nome Samuele, fa lei stessa scuola ai bambini poveri, li lava, divide con loro gli avanzi dei suoi pranzi, e organizza perfino delle piccole processioni in cui è lei, in testa, a portare la croce.
Probabilmente la ragazza vorrebbe consacrare la sua vita a Dio fin da allora. Il suo destino, però, è un altro: alla morte della moglie Ingunde, Clotario manda alcuni suoi uomini di fiducia a prendere Radegonda perché venga a Soissons, città più importante dei suoi domini e sia la sua regina. La diretta interessata non sembra averne alcuna voglia: ha già deciso il suo destino, e forse le ripugna anche avere per marito l’uomo che ha ucciso i suoi familiari e l’ha portata in una terra straniera come un trofeo di guerra, per giunta di vent’anni più vecchio di lei. Inizialmente tenta di fuggire, ma poi si lascia convincere e segue gli ambasciatori a Soissons, dove sposa Clotario intorno al 540: dopotutto, è pur sempre la figlia di un re, e sa che, come tale, ha dei precisi doveri.

Manica di Santa Bertilla di Chelles - VII sec.

Manica di Santa Bertilla di Chelles – taffettas di seta, VII sec.

Radegonda si ritrova così ad essere regina del più potente tra i regni franchi, un territorio che si estende dall’attuale Germania fino ai Pirenei. E lei ha un’idea molto chiara di cosa significhi fare la regina: i suoi biografi raccontano, pieni di ammirazione, come Radegonda dia regolarmente in elemosina o offra alle chiese tutti i doni che le vengono fatti, compresa la sua villa di Athies (probabilmente regalatale dal marito a titolo di dovario), che ha trasformato in un ospizio per i poveri e i malati, e dove ella stessa presta servizio.
Non si tratta soltanto di un fatto “privato”: questa regina interviene, e attivamente, negli affari del sovrano franco così controvoglia sposato: fa liberare dei prigionieri, accoglie dei pellegrini. Venanzio Fortunato ci dice esplicitamente che «la santissima regina moriva di dolore all’idea che il reo condannato morisse sotto il colpo del gladio» e che «addolciva l’animo del principe  fino a che la stessa bocca che nell’ira aveva condotto alla sentenza di morte, sortisse la parola di grazia». Radegonda, dunque, diventa un punto di riferimento per i suoi sudditi, la consigliera per eccellenza di Clotario, a un dipresso come lo era stata prima di lei Clotilde, moglie di Clodoveo, la cui influenza aveva portato al battesimo del capostipite della dinastia merovingia, e come lo saranno dopo di lei altre sante regine tra cui Batilde, moglie di Clodoveo II, che avrebbe fatto chiudere l’ultimo mercato degli schiavi in Gallia. Una donna dinamica e dal carattere forte, che si inserisce pienamente in una tradizione di potere femminile squisitamente medievale (forse di origine germanica) e la cui caratteristica principale è la mediazione.

Monaca consacrata - miniatura dal Sacramentario di Gellone - VIII sec. - Parigi, BnF.

Monaca consacrata – miniatura dal Sacramentario di Gellone – VIII sec. – Parigi, BnF.

Questo, però, è un equilibrio delicato nella violenta stagione dei sovrani merovingi: e anche in questo caso è proprio la violenza a spezzarlo. Clotario, attorno al 550, fa assassinare l’amato fratello di Radegonda, Clotacario, l’ultimo legame con la sua terra natia.
Per lei è troppo: come se questo atto di violenza così brutale le facesse prendere consapevolezza della spietatezza del mondo in cui vive. E di questo mondo lei non vuole far parte, nemmeno per una corona.
Fa a pezzi la sua cintura d’oro, segno della sua dignità di regina, distribuisce ai poveri i frammenti e fugge a Noyon, presso il vescovo Medardo, supplicandolo di consacrarla come monaca, in modo che Clotario non possa metterle le mani addosso mai più. Il vescovo esita, dopotutto Radegonda è sempre una donna sposata, e la regina per giunta: può una donna lasciare il suo sposo terreno ancora in vita per lo Sposo celeste? Radegonda, allora, compie un gesto inaudito: indossa da sola gli abiti monacali, s’inginocchia innanzi all’altare e dice a Medardo, senza nessuna paura, «Se tu dovessi rinviare ancora la mia consacrazione e temere più l’uomo che Dio, il divino pastore potrebbe chiederti conto dell’anima della tua pecorella». E un simile coraggio non può non colpire nel segno: il vescovo le impone le mani sul capo, trasformando la regina dei Franchi nella sposa di Cristo.
Naturalmente, ora deve affrontare anche il marito, che la sta facendo cercare perché ritorni a corte. Clotario non riesce a capire: rinunciando a tutto, sua moglie perderebbe, oltre agli agi e ai privilegi dell’essere regina, anche ciò che le sta più a cuore, la possibilità di fare del bene e di essere utile ai più sfortunati. Radegonda è irremovibile: secondo Baudonivia, gli manda a rispondere che lo ha fatto «per non allontanarsi da Cristo» e che preferirebbe morire piuttosto di tornare a vivere con un re terreno, ormai appartiene al Re dei Cieli. Insomma, tanto dice e tanto fa che il re la lascia in pace, e Radegonda si ritira in una villa di campagna a Saix (Vienne, Francia nordoccidentale) per potervi vivere indisturbata la sua vita da monaca.
Sì, ma cosa significa “vita da monaca”? Per Radegonda non certamente stare murata in una casa a meritare il Regno dei Cieli con preghiere e mortificazioni: o meglio, fa anche questo, ma per lei essere monaca vuol dire soprattutto dedicare interamente la propria vita a quelli che sono i suoi preferiti di sempre, i poveri e i malati. Le porte della sua casa sono aperte a chiunque abbia bisogno di un pasto caldo o di cure, e per giunta ben presto vi accorrono anche molte giovani donne toccate dal suo esempio che vogliono vivere con lei e come lei. I suoi biografi raccontano commossi come Radegonda lavi con le sue mani le piaghe dei miserabili che accoglie in casa sua, come tagli loro la carne e li imbocchi con il cucchiaio, e come baci perfino i più ripugnanti tra gli uomini, i lebbrosi. Si sparge la voce che operi miracoli: una donna cieca ha riacquistato la vista solo per essere stata toccata da lei, un’altra è stata liberata da un demonio. Al di là di questo, comunque Radegonda ha una certa conoscenza delle malattie e dei loro rimedi, e le mette a disposizione di chi non può permettersi la costosissima paga di un vero medico. Un episodio in particolare documenta questo suo lato non troppo messo in luce: una delle sue seguaci è a letto da ben sei mesi, «di giorno era fredda come il ghiaccio, mentre di notte era divorata dal fuoco della febbre», e Radegonda le fa preparare un bagno tiepido, la fa immergere e la massaggia a lungo, finché la monaca ne esce guarita.

Casula di Santa Batilde - VII sec.

Casula di Santa Batilde – lino con ricami in seta, VII sec. – Chelles, Musée Alfred Bonno.

Presto la villa di Saix è troppo piccola per ospitare tutte le donne che vogliono vivere sotto la guida di Radegonda: ormai quello che si sta formando attorno a lei è un vero e proprio monastero femminile, e ha bisogno di una sede adeguata. La trova a Poitiers, già sede vescovile, dove tra il 552 e il 557 viene costruita l’abbazia di Sainte-Marie.
La comunità non ha ancora una regola precisa, segue semplicemente gli insegnamenti di Radegonda, che, secondo Baudonivia, amministra, “predica”, “dirige”, anche senza proclamarsi ufficialmente badessa, e anche se serve le monache a tavola e di notte pulisce le loro scarpe, di fatto lo è; dà molta importanza alla preghiera, alla lettura della Bibbia e ai salmi, che fa cantare alla comunità delle sue monache soprattutto durante le veglie notturne prima di importanti festività, impone ella stessa il velo alle donne che vogliono seguirla.
Non solo, la monaca continua ad essere figlia di re, e non si sente responsabile soltanto della comunità di Poitiers, ma di quella che è ormai, come riferisce la stessa Baudonivia, la sua nuova “patria”, la “Francia”, soprattutto se si tratta di scongiurare il rischio di guerre fratricide tra i vari re merovingi, sempre dietro l’angolo:

Quando poi veniva a sapere che dei contrasti spiacevoli erano sorti tra di loro, tremava tutta, e rivolgeva lettere all’uno e all’altro, affinché non venissero alle armi e non iniziassero una guerra, ma confermassero la pace, e così la patria non venisse meno. E altre lettere inviava ai grandi funzionari, perché consigliassero i loro re in modo tale che i loro popoli e la patria stessa fosse resa più sicura.

Radegonda, dunque, per la sua fama di santità, ha un potere e un’influenza tale da essere in un certo senso più regina ora che quando indossava la corona.
D’altronde non è la sola: i secoli dell’Alto Medioevo sono pieni di badesse a capo di veri e propri regni al femminile, in particolare nelle isole britanniche. Il termine abbatissa, badessa, non è ancora del tutto consolidato, ed esistono vari modi per definire la signora di una comunità religiosa femminile, non ultimi quello di episcopa (letteralmente “sovrintendente”) o sacerdos maxima (nel senso di “consacrata”). La loro autorità non si limita soltanto alle monache della comunità, ma anche agli abitanti delle terre che dipendono dal monastero, e talvolta anche alle parrocchie disseminate nel territorio: una formula molto diffusa in Inghilterra e in Irlanda è il monastero doppio, con un edificio per i monaci e uno per le monache separati dalla chiesa, retto spessissimo da una donna che ha, di fatto, nelle sue terre (esclusi gli aspetti strettamente sacerdotali) il potere di un vescovo, cioè giudica le controversie, e, se non può consacrare direttamente i sacerdoti, è lei a scegliere chi tra i loro monaci potrà diventarlo, come è lei a scegliere i sacerdoti da assegnare alle parrocchie dipendenti dal monastero. Non poche di queste badesse, inoltre, portano e sono sepolte con vere e proprie insegne episcopali, ad esempio la casula (come quella bellissima della santa badessa Bertilla di VII secolo), pastorale, anello e croce pettorale. Sono di solito vedove di nobile famiglia, che hanno assunto la direzione di comunità da esse stesse fondate, comunità che hanno un’influenza enorme anche sul clero secolare. Un secolo dopo, ad esempio, in uno di questi monasteri doppi, quello di Whitby, in Inghilterra, sotto l’egida della badessa Hilda, avrà luogo uno dei sinodi più importanti dell’Alto Medioevo, che sancirà la riunificazione tra il rito romano e quello celtico praticato nelle isole britanniche.

Arco di volta dall'Abbazia di Sainte-Croix a Poitiers, XII - Poitiers, Musée Sainte-Croix.

Arco di volta dall’Abbazia di Sainte-Croix a Poitiers, XII – Poitiers, Musée Sainte-Croix.

Con il passare del tempo ci si accorge che l’esempio di Radegonda non basta più: la comunità continua a crescere e ha bisogno di una regola. Per giunta, dirigere una comunità è pesante, e la fondatrice del monastero vuole farsi da parte e lasciare il testimone a una badessa più giovane: la prescelta è Agnese, sua figlia spirituale che tra il 570 e il 576 diventa la prima badessa riconosciuta del monastero di Sainte-Marie di Poitiers.
Nello stesso periodo, Radegonda entra in contatto, per via epistolare, con Cesaria II, “madre” del monastero di San Giovanni ad Arles, il primo in terra di Gallia: vuole saperne di più sulla regola che il vescovo Cesario ha scritto appositamente per la comunità fondata da sua sorella Cesaria I, una regola pensata per le donne, novità assoluta nel panorama ecclesiastico del momento. Cesaria le risponde con una lunga lettera arrivata fino a noi in cui riassume l’essenziale dello stile di vita richiesto alle sue monache; è però la nuova badessa, Liliola ad accogliere Radegonda e Agnese in visita al monastero di Arles e a far avere a Poitiers, tramite il re Chilperico, il testo della Regola.
Si tratta di una Regola sostanzialmente modellata su quella di Sant’Agostino, ma con alcuni aggiustamenti per renderla adatta ad una comunità di donne: si insiste molto sul silenzio e sulla vita comunitaria, come sull’istruzione delle monache, si evitano prescrizioni troppo pesanti, sottolineando ad esempio che per le più fragili e le più giovani “si terrà conto anzitutto della debolezza”, come non esiste la clausura stretta, le monache possono uscire, purché a due a due, per il minor tempo possibile e non senza il permesso della badessa. La novità assoluta di questa regola, però, e particolare non trascurabile per Radegonda, è che svincola la badessa dall’autorità del vescovo e la pone alle dirette dipendenze del papa, tenendo dunque il monastero fuori dalle lotte di potere così frequenti all’epoca.

Reliquiario della Santa Croce di Poitiers - placca di bronzo smaltato, VI sec. - Poitiers, Musée Sainte-Croix.

Reliquiario della Santa Croce di Poitiers – placca di rame smaltato, VI sec. – Poitiers, Musée Sainte-Croix.

Nel frattempo, verso il 567, al monastero di Poitiers arriva un personaggio che fa e farà parlare di sé, e anche molto: Venanzio Fortunato, chierico di origine trevigiana, nutrito alle grandi scuole cattedrali di Aquileia e Ravenna, poeta tra i più apprezzati del momento già al servizio di re, regine e alti prelati, recatosi al monastero per venerare le reliquie di Sant’Ilario. Gli basta mettere piede a Sainte-Marie per restare folgorato da Radegonda: proprio lì prende gli ordini, e di fatto resta al servizio del monastero, divenendone prima intendente, poi elemosiniere.
Per Radegonda, ormai cinquantenne, come per la sua figlia spirituale Agnese, Venanzio scrive versi che ancora oggi lasciano senza fiato per la loro delicatezza e per l’altezza dei loro accenti, tanto che qualcuno ha voluto vedervi addirittura un’anticipazione, in pieno VI secolo, della poesia cortese. Leggendoli, infatti, si può toccare una sorta di misticismo erotico, un’amicizia pura e appassionata che lega Venanzio a Radegonda, come ad Agnese:

Per quanto l’oggetto del mio desiderio mi sfugga quando viene la sera,
tuttavia questa notte non ti avrà del tutto tolta a me,
anche se con gli occhi non si vedono,
quelli che si amano si vedono in spirito,
là dove viene meno il corpo, il nostro spirito vi supplisce,
per noi che ci amiamo.

Proprio a Venanzio Radegonda si rivolgerà in una circostanza del tutto particolare: quando, dal suo viaggio ad Arles insieme con Agnese riporta una reliquia preziosissima, per la quale ha scomodato perfino l’imperatore d’Oriente Costante II, forse anche per tramite di suo cugino Amalofrido che risiede a Bisanzio: un frammento del legno della Croce di Cristo. In onore di un tale tesoro, da ora in poi il nome del monastero cambierà da Sainte-Marie in Sainte-Croix. Si può ancora vedere lo splendido reliquiario orientale in rame smaltato che custodiva la reliquia.
Ci rimane, però, qualcosa di ben più prezioso, e che perdura nei secoli: gli inni che Radegonda commissiona proprio alla penna di Venanzio Fortunato sulla Santa Croce e che ancora oggi la Chiesa canta in occasione del Venerdì Santo, Vexilla Regis e Crux Fidelis.
Questi due capolavori sono la testimonianza più macroscopica, l’impronta più indelebile che questa grande donna, morta poi nel 587, ha lasciato nella storia. Una donna che, insieme ad altre sue contemporanee, ha contribuito in fondo all’integrazione tra l’elemento romano e quello germanico in Gallia, ponendo così le basi su cui sarà costruita, un secolo dopo, la civiltà carolingia.

Tomba di Santa Radegonda - Poitiers, Abbaye de Sainte-Croix.

Tomba di Santa Radegonda – Poitiers, Abbaye de Sainte-Croix.

Bibliografia:
Régine Pernoud, Immagini della donna nel Medioevo, Milano, Jaca Book, 1998, pp. 66-84;
id, La donna al tempo delle cattedrali, Milano, Rizzoli, 1994, pp. 31-48;
id, La Vergine e i santi nel Medioevo, Roma, Piemme, 1994, pp. 130-144;
Jean Leclercq, La figura della donna nel Medioevo, Milano, Jaca Book, pp. 171-180;
Claudio Leonardi, Baudonivia la biografa, in Medioevo al femminile, a cura di Ferruccio Bertini, Bari, Laterza, 1989, pp 37-47;
Libere di esistere, a cura di Marirì Martinengo, Torino, SEI, 1996;
Augustin Thierry, Storie dei merovingi, a cura di Luigi Michelini Tocci, Milano, Guanda, 1994.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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