Bouvines, domenica 27 luglio 1214: il giudizio di Dio

di Marco Meschini

Un fallito attacco a sorpresa. Un pranzo ormai terminato. Una preghiera nel giorno del Signore. Perse chi osò sfidare l’ira di Dio, i sergenti a cavallo di Soissons e la testa nel momento decisivo.

L'armata di Filippo Augusto marcia verso Lilla

Il re si riposa. Sotto un frassino, spoglio delle armi, prende il suo pranzo di pane e di vino. Davanti a lui, in buon ordine, l’esercito marcia verso occidente. Si tratta di superare il ponte di Bouvines. Poche assi e qualche pietra sul fiume Marcq, oltre 200 chilometri a nord di Parigi e a metà strada fra Tournai e Lille. Un ponte stretto e pericoloso: se il nemico sorprende l’armata a mezza via, cosa sarà della Francia? Forse il dragone imperiale schiaccerà il giglio capetingio? E i leoni inglesi spegneranno l’orifiamma, il rosso vessillo di Saint-Denis? Per evitare il rischio d’essere preso con l’esercito separato in due tronconi, il re francese ha fatto allargare il ponte dai suoi ingegneri. Ora il passaggio è più agevole e rapido, e le truppe a piedi sono già dall’altra parte del Marcq, mentre la cavalleria aspetta che i fanti passino. E che il re finisca di mangiare.
Filippo II pranza a pane e vino, stanco per la cavalcata e le armi, portate tutta la mattina. L’aria è bella, il cielo limpido. È una splendida domenica di luglio. Lì vicino c’è la piccola chiesa di San Pietro, quasi a guardia del ponte e del destino. Il nemico non è troppo lontano, verso oriente. «Domani ci sarà battaglia», dice il re, ma si sbaglia. Grida e polvere si alzano a est. Un messaggero sforza il suo cavallo. Presto, prima che sia tardi.
«Sire, l’imperatore ci attacca». «Ma come, di domenica, nel giorno del Signore?», è la parola del re. «Sire, la retroguardia non potrà reggere per molto. Alcuni balestrieri sostengono il visconte di Melun, ma i nemici sono troppi, e troppo ardimentosi». Il re non risponde. Volge i suoi passi verso la cappella, vi entra. Prega Iddio, prega il Signore di quella domenica e di quell’estate, 1214 anni dalla nascita di Cristo. Prega il creatore della terra e dei regni. Quando esce tutti lo guardano. Lui chiede le sue armi, si veste allegramente, monta a cavallo, neppure andasse a una festa. Ancora non sa che, quel giorno, cadrà da quel cavallo.

Schema della battaglia di Bouvines: in blu, le forze di Filippo Augusto, in rosso, la coalizione filoimperiale; in primo piano, in blu, l'"artiglieria", i balestrieri.

L’aquila, il giglio e il dragone
Quando Filippo II vestì le sue armi, tutto l’esercito venne percorso da ordini e comandi. Le trombe richiamarono la fanteria che si trovava già sull’altra riva. Le battaglie cominciarono a formarsi, ognuna dietro la sua insegna. Tutt’altro che uniforme, un’armata medievale era una somma imperfetta di uomini e terre, bandiere e tradizioni, giuramenti e fedeltà. E quella di Filippo non era diversa. La formavano gli uomini legati al re, sia nobili coi loro cavalieri, sergenti e fanti, sia città con le loro milizie. Qualche mercenario poteva sempre servire, né mancavano del tutto gli uomini di Chiesa. Non solo per benedire e pregare, ma anche per suggerire e, in certi casi, comandare. E ancora non era spenta del tutto l’abitudine, per qualcuno di essi, di combattere in prima persona, anche se i sacri canoni lo vietavano. Così, Filippo di Dreux, vescovo di Beauvais, portava la spada insieme al pastorale. Vi era poi Guerino, vescovo eletto di Senlis, il quale consigliava così bene il re che questi lo pose al comando dell’ala destra. Con Guerino si schierarono le battaglie del duca di Borgogna e del conte di Saint-Pol. All’ala sinistra, Filippo di Beauvais trovò suo fratello, Roberto di Dreux. Re Filippo, con intorno i suoi uomini più fidati, si pose al centro dello schieramento. Vicino a lui fece arrivare di gran carriera l’orifiamma, e lo pose accanto al suo vessillo personale, il giglio dorato in campo azzurro, destinato a divenire simbolo perpetuo dei re di Francia. Quel giorno a reggerlo vi era Galone di Montigny.
Quando l’esercito imperiale al completo giunse sul terreno di scontro, trovò i francesi già spiegati in ordine di battaglia. E non poca dovette essere la sorpresa: invece di trovarsi in difficoltà, per via dell’attraversamento del ponte e dell’ordine di marcia, Filippo II se ne stava bellamente davanti alle sue schiere, in atteggiamento di sfida. Egli aveva incitato i suoi uomini e li aveva benedetti con la mano levata in alto. Il re di Francia non sarebbe scappato.
La battaglia non si poteva dunque rimandare, e quello sarebbe stato il giorno in cui Ottone di Brunswick e Giovanni d’Inghilterra avrebbero scritto il futuro dell’Europa. Quest’ultimo, in realtà, non si trovava a Bouvines: egli era nei pressi di Angers, a La Roches aux Moines, impelagato in un assedio infruttuoso, e fronteggiato dal figlio del re di Francia, Luigi. Il re francese aveva lasciato a Luigi un forte esercito, per poi accorrere a nord da dove lo minacciava l’imperatore tedesco. Ottone appunto, rinforzato dall’inglese Guglielmo, conte di Salisbury, detto Lungaspada, e da due
traditori. Si trattava di Ferrante di Fiandra e Rinaldo di Boulogne, già vassalli di Filippo II che si erano venduti a Giovanni Senzaterra. E se quel giorno Filippo avesse perso, Parigi e la Francia sarebbero state preda di tedeschi, inglesi e fiamminghi.
Ottone dispose le forze coalizzate, nettamente superiori in numero, su un fronte poco più esteso di quello francese, il che significava che esse potevano contare su una maggiore profondità di linee. A destra e a sinistra i traditori, con il conte di Salisbury verso nord, insieme a Rinaldo di Boulogne. Al centro la battaglia di Ottone stesso, l’imperatore guelfo. E scomunicato, perché dopo aver ottenuto la corona imperiale grazie all’appoggio di papa Innocenzo III, Ottone aveva pensato di cambiare alleati, finendo così per incorrere nella scomunica da parte del papa tradito. Egli aveva portato con sé un carro sul quale era montata la sua insegna: un dragone minaccioso sormontato per l’occasione da un’aquila dorata. Tutto era pronto, e mezzogiorno era appena passato.

I fanti della Coalizione vengono accerchiati dalla cavalleria francese.

Scacco al re
A dispetto del numero, furono i francesi a muoversi per primi. Il “vescovo” Guerino e il conte di Saint-Pol, sulla destra, scatenarono 150 sergenti a cavallo di Soissons. Avreste dovuto vederli: magnifici e valorosi, con l’unico neo di non essere cavalieri. Tanto che i nobili fiamminghi dall’altra parte, al vederli sopraggiungere, li sdegnarono, preferendo aspettarli restando fermi, piuttosto che cozzare con dei sergenti. Così ebbe inizio la battaglia.
Quando i sergenti a cavallo ebbero cominciato a fiaccare la resistenza degli uomini di Fiandra, Gualtieri di Saint-Pol li seguì. La sua carica fu tremenda, tanto da spezzare le linee nemiche. Superato lo schieramento avversario, Gualtieri ricompattò i suoi uomini e tornò nella mischia, colpendo i fiamminghi da dietro. Visto il successo della manovra, fu imitato dal visconte di Melun, mentre anche il duca di Borgogna si gettava nella battaglia. Ben presto egli ebbe il cavallo ucciso sotto di lui, e tale fu la sua rabbia per l’accaduto che, montato su un nuovo cavallo, si gettò come un pazzo tra il fitto dei nemici, come se ciascuno di essi gli avesse ucciso la cavalcatura. L’ala destra francese finì così col confondersi con quella sinistra alleata. I cavalieri entravano e uscivano dalla mischia in ragione delle ferite che subivano e del tempo necessario per recuperare le forze. Così andava la guerra in quel tempo, la «bella guerra» dei poeti e delle dame.
E dei cavalieri protetti dal ferro. Sì, perché erano i sergenti, meno pesantemente armati, e soprattutto i fanti, a pagare con la carne e col sangue la guerra dei nobili. Lo sperimentarono a loro spese i fanti francesi: richiamati in tutta fretta dall’altra sponda del
fiume, vennero schierati al centro, davanti alle truppe scelte del re, giusto in tempo per ricevere l’urto degli imperiali. Ottone, infatti, aveva scatenato un vasto attacco contro il centro francese, e quel centro era fatto soprattutto di fanteria. Fanti a pezzi, rovesciati, ributtati indietro, calpestati dai cavalli e dalla calca. Perché la mossa tedesca, portata da quasi tutto il fronte d’attacco, aveva un unico scopo: uccidere il re, recidere il giglio di Francia.
Allorché il piano avversario fu chiaro, la guardia personale di Filippo si gettò in avanti, per respingere l’attacco fiammingo-tedesco. Ma la cavalleria pesante francese urtò contro quella alleata, mischiandosi e perdendo di vista il re. Fu così che la fanteria tedesca, anch’essa avanzata contro il centro francese, trovò Filippo II quasi solo e abbandonato. Il cerchio della fanteria nemica si strinse sempre più. Lunghe aste con punte di ferro spinsero da tutte le parti il cavaliere, fino a farlo cadere. Disarcionato, quasi spodestato, Filippo finì a terra, incalzato da ogni dove dai fanti tedeschi. Decine di colpi lo raggiunsero sul capo e sul corpo, ma egli era ricoperto da una armatura speciale, con ferro e cuoio e placche di ogni sorta. E sopravvisse.
Visto il re a terra, Galone di Montigny agitò a più non posso la bandiera gigliata, mentre insieme ad altri due cavalieri si gettava in soccorso di Filippo. La loro furia fu tale che il re venne protetto da ulteriori colpi, mentre a decine cadevano i nemici all’intorno. Poi Filippo poté rimontare sul cavallo, e guardare al futuro, mentre gli uomini della sua guardia accorrevano in massa, spezzavano la resistenza della cavalleria tedesca e rovesciavano le sorti dello scontro.

Ottone di Brunswick

La fuga e l’onore
Sfumata la possibilità di decapitare l’esercito avversario, Ottone si ritrovò a sua volta circondato. Con la fanteria ormai distrutta e in fuga, lo stesso imperatore rischiò di finire catturato, quando Pietro Malvicino allungò una mano e prese le briglie del suo cavallo. Allora tutti gli sforzi si concentrarono su quel punto: tirare Ottone da una parte o dall’altra. Tale fu la calca che Pietro non riuscì neppure a
smuovere di un metro il cavallo imperiale, ma Girardo detto la Troia sfoderò un coltellaccio e colpì Ottone in pieno petto. Tuttavia, anche l’armatura dell’imperatore resse all’urto, e quando Girardo provò ad affondare un nuovo colpo, trovò solo la testa del cavallo di Ottone. Colpito mortalmente, l’animale cominciò a scalciare e indietreggiare. Dopo alcuni metri, si schiantò a terra, trascinando così Ottone a terra, degnamente ripagato per quanto era riuscito a fare al re di Francia. E sembra che Filippo si sia così rivolto ai suoi: «Ottone fugge! E da oggi in poi non lo vedremo più in faccia».
L’imperatore riuscì a montare su un altro cavallo, e mantenne la direzione presa da quello precedente: verso est, cioè verso la fuga. Per ben due volte il nemico gli fu di nuovo da presso, tanto che Guglielmo di Barres lo prese per il collo. Ma la cavalcatura seppe portarlo in salvo, anche se la battaglia era perduta, così come l’onore. E l’impero.
Mentre Ottone fuggiva, i suoi uomini – o almeno quelli che non lo avevano imitato – si immolarono per coprirne la fuga. Dopo circa tre ore di battaglia, il centro alleato era a pezzi o in rotta, l’ala destra distrutta e lo stesso Ferrante di Fiandra catturato; solo la schiera di Rinaldo di Boulogne, all’ala destra alleata, resisteva ancora alla pressione francese.
Poco prima dell’inizio della battaglia, egli aveva consigliato prudenza agli imperiali, ma aveva solo ottenuto gli insulti di Ugo di Boves, e così gli aveva risposto: «Da questa battaglia che tu lodi e io sconsiglio, tu fuggirai come un codardo, mentre io combatterò fino allo stremo e se non sarò preso, sarà perché morirò».
Dopo aver condotto valorosamente le prime ore di scontro, proprio mentre Ugo di Boves seguiva Ottone nella fuga, Rinaldo aveva riunito la sua fanteria, armata di lunghe picche, in una formazione a cerchio su tre linee, che riusciva a tenere a distanza la cavalleria francese. Inoltre i fanti sapevano aprire e chiudere rapidamente lo schieramento, in modo da permettere il passaggio, sia in entrata che in uscita, di Rinaldo e degli altri cavalieri fiamminghi al suo seguito. Questo consentiva loro di rifiatare dopo una carica, per poi gettarsi con nuova lena in un’altra.
Questo gioco però non poté durare troppo a lungo. Infatti quando il centro francese si liberò della pressione tedesca, contro il conte di Boulogne e i suoi si riversò l’intero schieramento avversario, e il numero ebbe ragione della tattica. In un impeto d’ira e furore, Rinaldo si gettò allora pressoché da solo contro i nemici, deciso a cercare la morte.
E l’avrebbe trovata, se il “vescovo” Guerino non lo avesse salvato dalla mano di un ragazzo di nome Commotus, che stava per colpire il conte ormai a terra, bloccato dal peso del cavallo morto sotto di lui, mentre i suoi pari si contendevano l’onore della sua cattura.
La battaglia si trascinò ancora per poco, con qualche veloce inseguimento e la gioia traboccante che, come un incendio, contagiava i cuori dei vincitori e le città di Francia.
Dio aveva dato la vittoria a Filippo, perché quel giorno era domenica, e la domenica è il giorno del Signore.

Una miniatura del XIII secolo raffigurante un cavaliere in armi. Il disegno, molto dettagliato, mostra interessanti particolari della sella, delle staffe e dell’armatura di un cavaliere dell’epoca di Bouvines.

I protagonisti
Filippo II
Figlio di Luigi VII, re dal 1180 e per oltre quarant’anni, Filippo II segnò la svolta decisiva del regno di Francia tra XII e XIII secolo. Dopo aver sedato vari tentativi di rivolta da parte della grande nobiltà, Filippo partì per la terza crociata (1188-1192) dalla quale tornò nel 1191, in anticipo sul suo rivale, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra. Quando questi, nel 1192, finì prigioniero di Leopoldo d’Austria, Filippo ne approfittò per conquistare sul continente importanti regioni in mano ai plantageneti. Il ritorno di Riccardo, nel 1194, rimise tutto in questione, sino alla morte di questi nel 1199. Allora Filippo poté confrontarsi con il meno abile fratello di Riccardo, Giovanni Senza Terra, sconfiggendolo ripetutamente. Nel marzo del 1204 conquistò il famoso Château-Gaillard, chiave d’accesso alla Normandia, e nel luglio del 1214 ottenne il trionfo a Bouvines.
Filippo fu il primo capetingio a non associare alla corona il figlio primogenito, segno lampante di quanto ormai il potere regio fosse saldo e difficilmente discutibile. Restio a occuparsi della famigerata “crociata contro gli albigesi”, nel sud del regno, preferì concentrare le sue attenzioni al centro-nord. Parigi divenne definitivamente capitale del regno, conoscendo un notevole sviluppo: le vie principali furono pavimentate in maniera permanente, una nuova cinta muraria circondò e protesse gli abitanti (che all’epoca erano circa 100.000), mentre un nuovo palazzo reale, il Louvre, divenne il cuore dell’amministrazione e del potere capetingio (la sola Parigi forniva circa il 15% delle rendite annuali alla corona). Alla sua morte, avvenuta nel 1223, Filippo II era ormai considerato l’“Augusto” del Medioevo.

Ottone IV
Afflitto e sconsolato, incalzato dai nemici, deposto nel 1215 e condannato a vagare senza requie per vari anni, Ottone IV ricevette dopo la sconfitta un libro. Si trattava degli Otia imperialia o Distrazioni per un imperatore di Gervasio di Tilbury, un chierico di origine inglese che era già stato alla corte dei plantageneti e dei normanni. Gervasio scrisse quell’opera per consolare l’imperatore decaduto, e per alleviare il più degnamente possibile gli affanni dei suoi ultimi anni di vita. Magra consolazione per un uomo che aveva sperato di dominare il mondo, e che invece aveva conosciuto la sconfitta e la fuga.
Con una conseguenza politica di estrema rilevanza: il suo rovescio a Bouvines aveva mostrato alla Cristianità intera che la pretesa degli imperatori tedeschi di essere superiori ai re europei era altisonante nelle parole ma vuota di contenuti. Morto Ottone nel 1218, il sogno imperiale era ormai svanito.

Giovanni Senza Terra
Quinto figlio maschio di Enrico II plantageneto e di Eleonora di Aquitania, soprannominato “Senza Terra” per il fallimento di una trattativa matrimoniale che avrebbe potuto portargli una ricca dote terriera, Giovanni lottò per anni contro il padre e il fratello Riccardo sino a quando, scomparso questi nel 1199, divenne re. Rovesciò subito la sua alleanza con Filippo di Francia, ma non seppe contrastarne i crescenti successi.
Dopo essere entrato in urto con il papa per la questione di Stefano Langton, l’arcivescovo di Canterbury che non voleva riconoscere, Giovanni fu colpito dalla scomunica, e si trovò a rischiare un’invasione da parte francese, bloccata in seguito solo grazie al provvidenziale rappacificamento con Innocenzo III e a un riuscito colpo di mano contro la flotta francese.
Giovanni fu poi molto abile ad attrarre nella sua orbita gli scontenti baroni delle Fiandre, stringendo con il nipote Ottone IV un’alleanza in chiave anti-francese. La doppia sconfitta di La Roches aux Moines e di Bouvines, tuttavia, segnò il declino repentino del suo
regno. Nel 1215 fu costretto a siglare la famosa Magna charta libertatum, con la quale accettava di limitare il suo potere a favore dei baroni e delle città del regno.
Morì nel 1216, vituperato e sbeffeggiato praticamente da tutti.

Cronologia
1152 – Enrico II plantageneto sposa Eleonora d’Aquitania
1153 – Muore Stefano di Inghilterra; Enrico II plantageneto re d’Inghilterra
1180 – Filippo II re di Francia
1188-1192 – Terza crociata
1189 – Morte di Enrico II plantageneto; Riccardo Cuor di Leone re d’Inghilterra
1192-1194 – Prigionia di Riccardo Cuor di Leone
1198 – Innocenzo III papa
1199 – Morte di Riccardo Cuor di Leone; Giovanni Senza Terra re d’Inghilterra
1204 – Filippo II conquista Château-Gaillard; Muore Eleonora d’Aquitania
1208 – Filippo di Svevia assassinato
1209 – Ottone IV imperatore
1213 – Fallita invasione dell’Inghilterra da parte francese
1214 – Vittoria francese a La Roches aux Moines e Bouvines
1215 – IV concilio lateranense: Ottone IV deposto a favore di Federico II di Svevia; Magna charta libertatum
1216 – Morte di Innocenzo III; Morte di Giovanni Senza Terra
1218 – Morte di Ottone IV
1223 – Morte di Filippo II Augusto; Luigi VIII re di Francia

da “Il Domenicale”, 01/05/2004
Immagini da http://www.bouvines1214.org/

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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