Il calice misterioso che dà alla testa a troppe persone

di Marco Meschini

La Processione del Graal - miniatura dal "Perceval" di Chrétien de Troyes.

Intorno al Graal si avvolgono da secoli mille mistificazioni, di cui molti colleghi hanno dato conto da queste e altre colonne. Anche il sottoscritto, con i limiti suoi propri, è più volte intervenuto in merito, alla ricerca di quel brandello di verità che si può e deve sostenere. Se vi ritorno sopra è per provare a rispondere a questa domanda: perché la Chiesa (in specie cattolica) ha per lo più guardato con freddezza alle vicende graeliche? Eppure il Graal parla di Cristo e della sua passione, proponendosi come una reliquia e dunque un «testimone» delle ultime ore di Gesù. Sarebbe cioè perfetto per destare la memoria storica e suscitare il sentimento per l’imitatio Christi, una «imitazione di Cristo» sofferente e pronto a offrire la vita per gli uomini, come peraltro pensarono alcuni ambienti cistercensi nel Medioevo. Qual è dunque la ragione di questa ritrosia?
Il Graal compare sulla scena dell’immaginario occidentale verso la fine del XII secolo, quando un geniale autore di romanzi arturiani, Chrétien de Troyes, cesella una scena destinata a un successo mondiale: il giovane Perceval si ritrova in un misterioso castello il cui re è ferito gravemente; lì assiste alla processione di una spada, una lancia e un graal. L’oggetto ha un’aura ineffabile ma è soprattutto il suo contenuto a catturare l’attenzione. Perceval dovrebbe a quel punto porre una semplice domanda: «A cosa serve?», ma tace. Il suo silenzio attiva la «cerca» del graal, dal momento che castello, re e oggetti spariscono e l’intera corte di Artù si getta all’inseguimento. Si badi però: la domanda che Perceval non pone è circa lo scopo del graal, e non: «Cos’è?». Come dirà nel romanzo un eremita, il graal è senz’altro sainte chose ma non per sé bensì per la sua funzione: ovvero risanare il re e il regno. Su questo passaggio, dal semplice graal-recipiente al Graal-«cosa santa» si chiude l’opera di Chrétien, che resta incompiuta. Ma il successo è tale che una folta schiera di continuatori dà linfa a un mito destinato probabilmente a non finire mai.
Questo filone ricchissimo è peraltro ora disponibile in edizione italiana con notevole competenza e lucidità critica da parte di un gruppo di studiosi sotto la guida di Mariantonia Liborio e Francesco Zambon (Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, «Meridiani» Mondadori, pagg. 1890, euro 55). I cinque testi che hanno fondato la leggenda sono rivisitati e presentati in un volume indispensabile per non perdersi nella selva graelica. Uno dei cui molteplici sentieri è un’opera di Wolfram von Eschenbach, Titurel, dove si parla di non meglio identificati templeisen, ovvero «custodi del tempio» in cui si troverebbe il Graal. Una labile traccia tutta letteraria, sufficiente però a innescare le fantasie più dietrologiche, dai templari-custodi ai massoni eredi di questi. Sciocchezze, naturalmente, ma alimentate da una leggenda che, già pagana, era stata cristianizzata per poi tornare in mano ai pagani d’epoca moderna.
Qual è dunque la ragione di fondo della ritrosia della Chiesa davanti al perenne fenomeno-Graal? A mio avviso deriva dal fatto che il Graal non esiste, o meglio esiste solo come discorso e oggetto letterario, non in quanto oggetto reale. C’è sì una vasta letteratura in proposito, ma appunto di letteratura si tratta, arrovellatasi per secoli sull’assenza di un oggetto dando per scontata la sua esistenza reale. Chiariamoci: stando ai Vangeli, certamente vi fu un recipiente dal quale Cristo bevve nell’ultima cena; tuttavia quel «calice» scompare in sostanza per la sproporzione con il suo contenuto che è la vera realtà. L’eccessiva attenzione a un prodotto della mente, per quanto alto e nobile, rischia cioè di distogliere la tensione verso il contenuto del graal stesso, ovvero il sangue redentore di Cristo.
Ed è proprio questo rapporto tra storia (realtà) e letteratura (fiction) che scalza molti giudizi frettolosi come quello formulato dallo stimato Remo Cacitti, docente di Storia del cristianesimo antico alla Statale di Milano, in un’intervista a La Stampa del 15 maggio. Il Codice da Vinci (e cianfrusaglie simili) non è «solo» romanzo, perché presume di dire la verità storica, «documenti» (ovviamente falsi) alla mano: è la questione della famosa pagina 9 del libro. E lo storico che non vede questo nesso cade quanto meno nella trappola.

da “Il Giornale”, 18/06/2006

Annunci

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
Questa voce è stata pubblicata in Poesia & Letteratura, Vita quotidiana & Curiosità. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...