“Di propria volontà”. Le donne nella Salerno longobarda.

Gerusalemme - affresco dalla Cripta dell'Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) - IX sec.

Gerusalemme – affresco dalla Cripta dell’Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) – IX sec.

Se guardiamo la condizione della donna nei codici giuridici longobardi, a partire dall’Editto di Rotari, c’è poco da stare allegri.
Come nel diritto romano, la donna non ha una capacità giuridica propria, ma è sottoposta ad una sorta di patria potesas perpetua, il mundio: fino all’età del matrimonio, il mundio è nelle mani dal padre, poi passava al marito; in caso di morte di lui passa ai figli maschi o al parente maschio più prossimo, e se proprio la donna non ha più nessuno, il mundio è assunto direttamente dal sovrano.
Insomma, una donna non è ritenuta in grado di gestirsi da sola, è una minorenne a vita, la cui tutela dev’essere sempre assunta da un uomo. Addirittura non può vendere o comprare nulla se non con il consenso di un mundoaldo, un garante, di solito il parente maschio più prossimo.
La situazione è davvero così tragica?
Niente affatto, se andiamo a vedere in concreto come vivono.

Maria Regina - affresco dalla Cripta dell'Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) - IX sec.

Maria Regina – affresco dalla Cripta dell’Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) – IX sec.

Adelperga e le donne di potere.
“La pacifica Adelperga nata da stirpe regia”: così Paolo Diacono nel carme A principio saeculorum, lodando l’era del principe Arechi come l’età dell’oro, definisce la moglie di quest’ultimo e sua antica allieva Adelperga; non solo, ma le iniziali dell’intero carme compongono l’acrostico ADELPERGA PIA.
E c’è un motivo molto preciso se non poteva mancare un cenno alla “degna moglie di tanto uomo”, al di là del rapporto personale. Bisogna tener presente che, nelle dinastie longobarde, siano esse regali o ducali, la donna è l’elemento di continuità per eccellenza: la regina o la duchessa è colei che trasmette la regalità, e il matrimonio con una regale vedova assicurava il titolo di sovrano legittimo. Nel caso di Adelperga, figlia dell’ultimo Re d’Italia Desiderio, spodestato da Carlo Magno, anche per il fatto di essere marito di lei Arechi si sente autorizzato a fregiarsi del titolo di princeps Gentis Langobardorum, principe dell’intero popolo dei Longobardi, anche di quelli del Nord: i cronachisti (Paolo Diacono, Erchemperto e l’Anonimo del Chronicon Salernitanum) riservano ad Adelperga gli stessi appellativi con cui designano Arechi, tradotti al femminile: “eccellentissima”, “gloriosa”, “piissima”, ecc. E che il suo precettore sia stato nientedimeno che Paolo Diacono, forse il più grande intellettuale del suo tempo, non significa poco: la sua raffinatissima cultura, che pare comprenda anche il Greco, le permettono di esercitare un’importante ruolo di mecenate, protettrice delle lettere e delle arti. A cominciare dal suo stesso maestro: il carme A principio saeculorum è scritto proprio su commissione di Adelperga, così come è Adelperga a spingere Paolo Diacono a scrivere la Historia Romana. Le fonti lasciano intendere inoltre che la principessa abbia avuto un ruolo non indifferente nella creazione della Scuola Palatina di Benevento, della quale uno dei centri più importanti è probabilmente il monastero femminile di Santa Sofia, di cui è badessa la cognata Gariperga.
Al di là di questo, comunque, come sua madre Ansa e tutte le sue antenate, a partire da Teodolinda, il ruolo essenziale di Adelperga è quello di tramite: tra la sua stirpe e quella di Arechi, tra la corte e il principe. Un ruolo che non esercita passivamente con la sua sola presenza, o attraverso i figli che dà alla luce, ma in modo attivo: i “servi di palazzo”, vere e proprie figure amministrative e politiche, dipendono da lei. È lei di solito, poi, a tessere relazioni con il mondo ecclesiastico, tanto che da allora la principessa compare esplicitamente nei documenti salernitani riguardanti donazioni dei principi ai monasteri, accompagnato dalla dicitura “per intervento di” o “per intercessione di”, e questa abitudine proseguirà fino a XI secolo inoltrato, fino a Sichelgaita. Tutto ciò permette alla principessa di crearsi una sua propria corte. Ci sono poi tutta una serie di rituali, come quello del banchetto, in cui la moglie del principe, come suo tramite, fa girare la coppa di vino servendo prima suo marito e poi gli invitati, e questo diviene occasione per spingere l’augusto consorte a concedere i propri favori a qualcuno. Insomma, il modo migliore per far carriera a corte è ingraziarsi la principessa.
È alla morte di Arechi, però, nel 787, che Adelperga rivela il suo temperamento lucido e deciso e la sua lungimiranza: di fronte ad un figlio, Grimoaldo, per giunta erede al trono, trattenuto in ostaggio da Carlo Magno come pegno di sottomissione, riesce di fatto a mantenere l’indipendenza del principato di Salerno, ottenendo, grazie ad un’abile trattativa con gli ambasciatori Franchi, il ritorno di Grimoaldo e la sua incoronazione a principe. Nemmeno l’arrivo, nello stesso momento, degli ambasciatori arrivati da Costantinopoli, acerrimi nemici dei Franchi, la mette in difficoltà: li fa attendere al porto di Agropoli, poi, una volta partiti gli ambasciatori di Carlo, li fa scortare a Salerno. Adelperga riesce così a ottenere per il figlio non solo la libertà e la corona di principe, ma anche la dignità di patrizio romano.
E Adelperga non è certo la sola: i racconti dei cronachisti sono zeppi di principesse e di nobili donne che, nel bene e nel male, prendono parte alle vicende di Salerno, consigliano e influenzano i loro uomini, addirittura sono loro, a volte, le cause di avvenimenti dalle ripercussioni enormi: come Landelaica, moglie del principe Guaiferio che, durante l’assedio musulmano dell’871, si occupa di persona degli approvvigionamenti e della cura dei feriti.

Sposi sotto il baldacchino - particolare dalle Nozze di Cana, miniatura dallExultet di Benevento, X sec.

Sposi sotto il baldacchino – particolare dalle Nozze di Cana, miniatura dallExultet di Benevento, X sec.

Il morgengabe: il “dono del mattino”.
Se dall’alto scendiamo al livello della gente comune, potremmo pensare che le cose siano ben diverse, e di gran lunga peggiori: e invece, spulciando tra gli archivi, troviamo non poche sorprese.
Anzitutto, il primo documento in assoluto in ordine di tempo custodito nell’abbazia di Cava dei Tirreni è una pergamena datata al 792, un atto notarile che recita così:

[…] Io, Alderisso, con il consiglio e il consenso di mio padre Aldefunso di Forino, avendo preso in sposa te, Cunetruda figlia del fu Roderisio di Nocera, nel giorno successivo alle nozze di fronte a parenti e amici dichiaro che do e ho dato a te suddetta moglie mia il morgincaput; cioè un quarto della parte dei beni lasciatimi in eredità dai miei fratelli; cioè questa casa e tutto quello che vi è dentro, la corte, terreni, vigne, campi, prati, boschi colti e incolti, e ti dono in possesso un quarto di tutte le mie future proprietà. E abbiamo previsto di metterlo per iscritto per mezzo di questo documento scritto e corroborato da testimoni secondo il costume del nostro popolo longobardo, e dichiaro sotto giuramento che alla mia morte non sarà messa in discussione, e, secondo questo scritto del giorno dopo, tu suddetta mia moglie potrai fare della quarta parte dei beni sopra descritti quel che vorrai e considerare tua proprietà […].

Si tratta della certificazione del morgengabe, il “dono del mattino”, il dono dello sposo alla sposa in compensazione della perduta verginità: è in pratica l’equivalente del dovario nel mondo franco, la controparte della dote, e dà alla moglie la proprietà piena di un quarto di tutti i beni del marito, presenti e futuri, che non può essere messa in discussione nemmeno dal marito stesso, e rimane alla donna perfino alla morte del marito.
Sappiamo pochissimo di come avvenga effettivamente il matrimonio longobardo, specialmente al Sud; un indizio tuttavia può venirci da come la sposa sia vestita. Le miniature la raffigurano abbigliata secondo la tradizione romana, con il velo color arancione (il flammeum) e la corona di mirto, pianta simbolo per eccellenza dell’amore. Possiamo dedurre dunque che, in un contesto in cui la cerimonia religiosa non si è ancora definita chiaramente (anche se la “benedizione” è documentata fin dal II secolo), almeno nel Meridione, qualcosa dell’ormai consolidata tradizione romana si sia conservata, come la dichiarazione della sposa «ubi tu Gaius ego Gaia», «dove tu sei Gaio io sono Gaia», o l’usanza di sollevarla all’ingresso della nuova casa perché non inciampi sulla soglia. Siamo più informati, invece sul contratto che avviene tra lo sposo e il padre della sposa, di tradizione questa volta squisitamente longobarda. Nel dare la propria figlia in moglie ad un uomo, suo padre gli dà la guadia, un bastoncello che rappresenta la sua parola d’onore garantita da ogni suo avere, e lo sposo, dal canto suo, si impegna a donare alla moglie un quarto di tutte le sue proprietà; se non lo farà, sarà obbligato a pagare alla famiglia della sposa una multa molto salata.

Le levatrici Salomè e Zelomi lavano Cristo bambino - affresco dalla Cripta dell'Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) - IX sec.

Le levatrici Salomè e Zelomi lavano Cristo bambino – affresco dalla Cripta dell’Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) – IX sec.

Donne d’affari.
Il morgengabe rappresenta per la donna dunque una carta da giocare non indifferente: significa poter disporre di risorse proprie che non le possono esser toccate per legge nemmeno dallo stesso marito, e di cui rimane proprietaria anche quando diventa vedova; i documenti mostrano, tra l’altro, che perfino se la donna convola a seconde nozze, continua ad esser proprietaria di un quarto dei beni del primo marito, e perfino nei testamenti in cui quest’ultimo minaccia di diseredarla se lei sposi un altro uomo, ammette di non poter toccare il morgengabe. Ci sono donne che lo vendono perché a corto di liquidi, donne che lo accrescono con altri acquisti, donne che lo lasciano per testamento a figli, parenti vari o anche a chiese o monasteri di loro fondazione.
D’altra parte dobbiamo tener presente che, all’epoca, il singolo ha importanza in quanto membro di una comunità, specialmente se si tratta della famiglia, e ciò vale per l’uomo come per la donna. Dunque sarebbe anacronistico parlare di “indipendenza” della donna rispetto alla famiglia; ciò non toglie comunque che, all’interno di essa, la donna, in qualsiasi ruolo sia, madre, sposa, figlia o parente, giochi un ruolo importante. Le donne sono interlocutori di peso, di cui il gruppo familiare si fida per gestire il suo patrimonio; vediamo donne nominate eredi di patrimoni sostanziosi non solo dai padri e dai mariti, ma anche da parenti più lontani; altre donne sono esecutrici testamentarie, di solito del defunto marito. E gestiscono effettivamente, non solo formalmente, il patrimonio della famiglia: vendono, acquistano, scambiano terre di loro proprietà con altre magari più fruttuose, prendono parte alle contese per il possesso di proprietà terriere; agiscono a fianco dei mariti per vendere o acquistare proprietà, e nei documenti viene sottolineato che il patrimonio in questione appartiene a entrambi, non semplicemente al “capofamiglia”, e, se l’uomo amministra il patrimonio della moglie, non può venderlo senza il permesso di lei. È interessante, ad esempio, che, in alcuni documenti di processi per “appropriazione indebita” di terreni compresi nella dote di alcune donne, se è vero che a parlare sono sempre i loro mariti, la guadia, la parola d’onore di non toccare mai più quelle terre, viene data alla donna stessa.
Donne d’affari e interlocutrici di peso, che, all’occorrenza, sanno anche come sfruttare le scappatoie che il loro mondo offre. Sappiamo di donne (soprattutto vedove) che prendono i voti “in segreto” (“in privato”), partecipando cioè alla spiritualità di un monastero ma continuando a risiedere in casa loro: un uso che sembra anticipare il movimento delle beghine, che esploderà tra il XII e il XIII secolo. Questa abitudine è mal vista dalle autorità, anche perché pare ci siano donne che ne approfittano: la monaca, a differenza delle altre donne, non è sottoposta al mundio, e in qualche misura sui iuris, non deve ottenere il consenso di alcuno per fare una vendita o un acquisto. Prospettiva molto ghiotta, di cui alcune si servono per mettere al sicuro sé e i propri averi da un possibile secondo matrimonio, per poi “godersi la vita”, protette dallo status monacale:

[…] compaiono in piazza, si truccano il volto, si incipriano le mani, accendono il desiderio in modo da suscitare l’ardore in chi le vede; spesso desiderano anche osservare sfacciatamente uno di bell’ aspetto ed essere osservate e, per dirla in breve, sciolgono i freni dell’animo verso ogni dissolutezza e desiderio. Pertanto, senza dubbio, una volta infiammate le esche di una vita lussuriosa, gli stimoli della carne le ardono a tal punto che sono soggetti di nascosto non ad una sola, ma (cosa che è nefanda a dirsi) a molte prostituzioni; e se il ventre non si gonfia, non è facile a provarsi.

La stessa insistenza, però, con cui le autorità sanzionano quest’uso, dimostrano la loro sostanziale impotenza a sradicarlo; e infatti lo troviamo fino a XI secolo inoltrato.

Le pie donne al sepolcro - affresco dalla Cripta dell'Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) - IX sec.

Le pie donne al sepolcro – affresco dalla Cripta dell’Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno (Isernia) – IX sec.

Il mundoaldo
Le donne della Salerno longobarda, dunque, sono ben presenti nella vita economica e sociale del suo tempo; e non sembra che il dover ottenere il consenso del mundoaldo, il garante di quanto disposto dalla donna, costituisca un problema.
Anzi, può trasformarsi perfino in un’arma a doppio taglio: se uno degli scopi della presenza del mundoaldo può essere tenere la donna “sotto controllo”, d’altra parte, in una società in cui non ci si fa scrupolo di ricorrere alla violenza per ottenere quel che si vuole, può addirittura essere un vantaggio per lei, che si ritrova così protetta da eventuali pressioni violente; addirittura, in caso di conflitto d’interessi tra lei e il marito, una donna può anche scegliere un altro mundoaldo (fino a quattro). E ciò può tornare molto utile, in particolare in caso di stupro, secondo il diritto longobardo il crimine peggiore che si possa commettere contro una donna. Abbiamo perfino gli atti di un processo per stupro, intentato da una giovinetta e dal tutore di lei contro un tale di cui viene accertata la colpevolezza; l’imputato è condannato a pagare una multa di novecento solidi costantiniani, un autentico patrimonio, ma è evidente che questi non li ha, e allora, conclude il giudice, dovrà essere “preso per i capelli” e consegnato nelle mani della donna e del suo tutore, i quali potranno fare di lui quello che vogliono.
Inoltre c’è un particolare interessante, che si riscontra nei documenti dell’abbazia di Cava: quando l’autore o il coautore della vendita è una donna, viene sempre affermato (in applicazione delle leggi di Liutprando) che, interrogata dal giudice, la signora in questione ha dichiarato di aver agito per propria libera scelta e di non aver subito costrizioni di nessun tipo da parte di chicchessia, marito compreso, “boluntate sua“, “di sua volontà”, come dicono le pergamene. Certo, nella realtà può anche essere avvenuto il contrario di quanto viene dichiarato nella forma, ma già il fatto che qualcuno si preoccupasse della volontà della donna è un passo avanti non indifferente.
Siamo inoltre in un tempo in cui le leggi non hanno quel valore così pregnante che hanno avuto nel mondo romano: una legge è una linea guida, che di volta in volta viene adattata alle situazioni.
Dunque può anche essere considerata “giuridicamente incapace” sulla carta, ma nel contesto di una famiglia, in cui le decisioni si prendono insieme, dove il patrimonio è comune e tutti ne condividono una parte o per lo meno un diritto su di esso, la donna è a tutti gli effetti un membro di spicco, un elemento influente, una risorsa preziosa, e come tale viene trattata.

Bibliografia:
Stefania Manni, Le donne longobarde, in “La società della Langobardia Minor nei sec. VIII – X. L’esempio di Salerno”, tesi in Istituzioni medievali per l’Università Ca’ Foscari, Venezia;
Agire da donna. Modelli e pratiche di rappresentazione (secoli VI-X). Atti del convegno (Padova, 18-19 febbraio 2005), a cura di Cristina La Rocca, Brepols, Turnhout 2007;
Patricia Skinner, Le donne nell’Italia medievale. Secoli VI-XIII, Roma, Viella, 2005.


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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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5 risposte a “Di propria volontà”. Le donne nella Salerno longobarda.

  1. Il mundio non e’ la patria postestas, perche’ i principi della legge longobarda – specialmente agli inizi – sono del tutto diversi. Non si puo’ leggere l’Editto di Rotari senza rendersi conto che la legge longobarda e’ soprattutto una regolamentazione della violenza, una definizione del concesso e del non concesso. La legge romana, fino dalle Dodici Tavole, e’ la legge di una comunita’ principalmente commerciale; la citta’ di mercato dei guadi del Tevere fu ricca (nel contesto del tempo) prima di essere forte; anzi, gli storici del diritto notano negli strati piu’ antichi della legge romana una forte tendenza a ridurre ogni cosa a questioni di proprieta’ e di valore finanziario. A questo fa capo l’orribile concetto romano della patria potestas, per cui il padre ha diritto a vendere il figlio: l’autorita’ paterna si pervertisce in possesso proprietario, e se il figlio viene paradossalmente detto “liber”, e’ solo per distinguerlo dagli altri oggetti di proprieta’ nella famiglia – gli schiavi (opposizione liber-seruus).
    Viceversa, il predominio della violenza – regolamentata e altamente selettiva, ma sempre violenza – nella legge longobarda vuol dire che solo coloro che sono capaci di violenza – gli adulti armati, liberi perche’ armati, gli arimanni portatori di lancia – sono in grado di parlare in assemblea, perche’ la parola deve o rimpiazzare la violenza, o giustificarla. La condanna finale, nel codice di Rotari, e’ “La sua vita sia messa in pericolo” – vale a dire, la persona condannata non viene destinata a un pubblico boia, ma si dichiara che la si puo’ uccidere senza colpa. Questa e’ l’antica pena germanica della dichiarazione di fuorilegge, che si ritrova in Inghilterra, in Islanda e altrove. Una delle piu’ grande saghe islandesi, la Saga di Grettir, e’ il romanzo di un fuorilegge il cui valore gli permette di sopravvivere per anni alla condanna capitale.
    Il Mundio e’ la facolta’ di usare il mund, la bocca, in assemblea, ed e’ chiaro che solo chi puo’ usare la violenza puo’ usare la bocca. Una donna, salvo eccezioni – e la legge non puo’ dare molto spazio alle eccezioni – [iu’ fisicamente debole di un uomo, e quindi la legge prevede che qualcuno debba parlare per lei, Questo non e’ un rapporto di proprieta’ o di controllo, come nella patria potestas, ma di protezione e anche di servizio. E’ per questo che il mundioaldo di una donna che non ne abbia nessuno e’ il re, perche’ il re e’ il protettore ultimo. E chiaramente, questa posizione non nega minimamente alla donna il dirititto di agire in proprio; e’ il patronato in assemblea, non il comando, che viene conferito dal mundio. Il paragone romano piu’ vicino e’ quello del rapporto tra patrono e cliente.

  2. mary ha detto:

    insomma … peccato che non siamo vissute nel Medioevo!

  3. stefaniamanni ha detto:

    Ottimo articolo e grazie per la citazione. Segnalo che a seguito di modifiche sul sito che curo e cambiato anche il link che puntava alla pagina citata nella bibliografia, ora: Le donne della Langobardia minor / Stefania Manni, URL: http://www.storiadigitale.it/content/le-donne-della-langobardia-minor/
    Grazie ancora,
    Stefania
    stefania.manni@storiadigitale.it

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