La cultura medica nell’età di Federico II

di Giovanni Monastra
biologo ricercatore, è il coordinatore scientifico dell’ Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran), presso il quale dirige vari progetti, tra cui il Piano di biosicurezza sugli organismi geneticamente modificati (progetto-quadro OGM in agricoltura, Mipaf 2003).

“Vi è più di una saggezza e sono tutte necessarie al mondo: non è male che esse si alternino”
Marguerite Yourcenair, Memorie di Adriano.

Alcuni studiosi hanno posto una netta dicotomia tra due tipi di medicina, quella ieratica, sacrale, appannaggio dei sacerdoti o dei “maghi”, basata su preghiere, formule salvifiche, atti rituali, talora confinanti con la superstizione, spesso molto più preoccupata dell’anima che del corpo, e quella empirica, quasi prescientifica, basata sull’osservazione e l’esperienza, legata alla corporeità, ma priva di un qualsiasi orizzonte teorico coerente.
Si suole dire che, nella storia dell’uomo, la medicina ieratica abbia preceduto la medicina empirica, che si sarebbe poi affermata per i suoi (parziali) meriti terapeutici, del tutto mancanti nella prima. Ad un attento esame questo schema si rivela assai semplicistico, privo di aderenza alla realtà: infatti i due tipi di medicina sono stati quasi sempre reciprocamente intrecciati in modo assai stretto, tanto da rendere molto deboli le stesse definizioni e i criteri di differenziazione.
Nel passato, prima dell’avvento della “modernità”, non è mai esistita, neanche per brevi periodi, una medicina di sole formule magico-religiose, priva di una farmacopea, addirittura poco interessata alla guarigione del corpo, o una medicina puramente empirica, cioè grossolana e teoreticamente povera, indifferente alla dimensione spirituale, in quanto ogni pensiero medico ha avuto sempre un retroterra culturale assai complesso, talora anche una cosmologia e una teologia dai contenuti assai ricchi.
Al massimo si può osservare che in alcuni momenti storici sono stati relativamente prevalenti certi approcci alla dimensione terapeutica o altri, ma senza esclusivismi di sorta. Quanto detto vale in pieno per il Medio Evo, epoca ricca di spiritualità, ma non per questo nemica del corpo in sé, salvo malsane eccezioni che sono state enfatizzate strumentalmente dagli intellettuali di matrice illuminista.
Il retroterra culturale del pensiero medico medievale è costituito dall’intreccio tra l’eredità greca di Ippocrate (460-377 a.C.), Teofrasto (371-288 a.C.), Galeno (131-202 d.C.) e Dioscoride (40-90 d.C.), e quella araba di al Rhazi (865-925) e ibn Sina, detto Avicenna (980-1037). In ambedue i filoni è facile evidenziare lo stretto intreccio tra dimensione sacra, divina, simbolica, e dimensione “naturale”, tanto che quest’ultima risulta di continuo permeata dalla prima, quasi ad illuminarla e renderla intellegibile.

fig. 1 Una lezione di medicina in un’università medievale – Miniatura dalla Chirurgia di Ruggiero da Frugardo.


Il concetto di salute veniva associato a quello di equilibrio, o crasi, tra gli umori, basato sulla dottrina di Ippocrate e Galeno, secondo cui esisterebbero quattro qualità e quattro umori, rispettivamente caldo, secco, freddo, umido e sangue, flegma, bile gialla, bile nera. Si riteneva che l’organo specifico in cui risiede ciascun umore fosse il fegato per il sangue, il polmoni per il flegma, la cistifellea per la bile gialla e la milza per la bile nera. A monte di questo sistema stava la dottrina tradizionale dei “quattro elementi” o “radici” del mondo: fuoco, aria, terra, acqua, connessi alle quattro entità cosmiche, il Sole, il Cielo, la Terra e il Mare (secondo le concezioni sapienziali diffuse in Occidente – il Pitagorismo ne è un esempio – e in Oriente il numero Quattro rappresenta l’Immanenza, cioè la realtà fenomenica, simbolizzata anche dal quadrato). Coerentemente con l’analogia microcosmo-macrocosmo, ambedue espressioni dello stesso principio formatore e gerarchico, anche la salute del mondo si identifica con l’armonia tra le quattro radici.
Secondo la medicina classica e medievale il principio essenziale del corpo umano è il calore, a sua volta temperato dal freddo. Nelle età dell’uomo e nelle stagioni, tra loro in reciproco rapporto, esiterebbe una prevalenza, nel complesso equilibrata, di qualità, per cui nell’adolescenza (0-30 anni di età) e nella primavera, prevale il caldo e l’umido, nella giovinezza (30-40 anni di età) e nella estate il caldo e il secco, nella vecchiaia, sinonimo di maturità (40-60 anni di età), e nell’autunno il freddo e il secco, nella decrepitezza (dai 60 anni in su) e nell’inverno il freddo e l’umido.
L’eccesso o il difetto (disequilibrio, discrasia) di raffreddamento si ripercuotono sugli umori e causano la malattia, mentre la salute, come dicevamo, deriva dall’armonia dei contrari (ma – va aggiunto – non da una loro presenza meccanicamente egualitaria!).
Galeno, in particolare, riteneva che il sangue deriva dal fuoco (caldo e secco), il flegma dall’acqua (umida e fredda), la bile gialla dall’aria (calda e umida), la bile nera dalla terra (fredda e secca). A questi venivano associati i quattro temperamenti: sanguigno, legato al fuoco, flemmatico, legato all’acqua, collerico o bilioso, legato all’aria, e melanconico o ipocondriaco, legato alla terra, in cui, cioè, una delle qualità fondamentali, pur essendo mischiata alle altre, risulta egemone. Così il temperamento diventa un fattore fondamentale che il medico deve tenere in gran conto per la diagnosi, per la prognosi e per la terapia appropriata.

fig. 2 – L’ospedale nel Medio Evo.

In Occidente, dopo il crollo dell’Impero Romano, la scienza medica regredì in certi settori, alcune conoscenze andarono perdute o comunque rimasero patrimonio di pochi. Gli Arabi, invece, mantennero molto viva questa disciplina, dando vita a una cultura complessa che fu sia luogo di sintesi di varie scuole mediche, sia luogo di ricerca autonoma nel campo sanitario. Essi, infatti, raccolsero l’eredità di greci e latini, ma anche di assiri, ebrei e indiani (a questi ultimi si deve l’uso di sostanze quali il borato, l’allume, il solfato di ferro, ecc.), e diedero un contributo personale al progresso medico introducendo nuove piante medicinali, come l’anice, la cannella, la rosa, il sandalo, la zucca, la noce moscata, ecc., mentre con l’alcool e lo zucchero di canna venivano preparati sciroppi, conserve, elisir.
Dobbiamo così all’opera della cultura arabo-islamica se, in un secondo tempo, l’Europa medievale potè recuperare quanto era andato perduto del grande bagaglio ereditato dal mondo classico, con nuove importanti aggiunte. E ciò avvenne quando iniziarono le traduzioni dei testi dall’arabo in latino. Va menzionata, per la sua importanza in quel periodo, la famosa Articella, raccolta di testi medici di Galeno, Ippocrate e altri classici, unitamente agli scritti dei commentatori arabi. Ma lo stesso mondo medievale seppe dare uno specifico impulso e un’impronta particolare a tutto questo sistema dottrinario, come si può vedere, ad esempio, nell’operetta di Ugo de Fouilloi, De medicina animae.

fig. 3 – Il Regime dei Corpi di Aldobrandino da Siena

Da tutte le culture premoderne la natura è vista come un libro di cui comprendere il linguaggio, con l’aiuto divino, diretto, o indiretto tramite gli animali come mediatori, appunto, della divinità. A proposito di quest’ultimo aspetto oggi esiste effettivamente una disciplina, naturalmente in chiave laica, chiamata zoofarmacologia, che evidenzia la concretezza degli antichi approcci. Un recente studio dell’Università di California ha dimostrato che, come già era stato affermato dalla cultura tradizionale, alcuni uccelli e mammiferi usano vegetali dalle proprietà antiparassitarie per foderare il loro nido o il loro ricovero, oppure, come nel caso di alcune scimmie del Centro America, strofinano sul pelo le foglie di particolari piante ad azione protettiva contro gli insetti o cicatrizzante. Si è visto, ancora, che i babbuini africani mangiano le foglie e la bacche della Balanites aegyptica per difendersi, con successo, dalla infestazione di un verme parassitario, lo Schistosoma mansonii. E si potrebbero portare altri esempi.
Se certe procedure di ricerca farmacologica sono analoghe a quelle del passato, va però ricordata la profonda differenza concettuale tra la medicina tradizionale, di cui la medievale costituisce un esempio, e quella moderna. Secondo la definizione attuale il farmaco è una sostanza (principio attivo) di struttura chimica nota che opera attraverso un meccanismo d’azione conosciuto, o per lo meno ipotizzabile all’interno dei paradigmi scientifici della medicina allopatica (moderna).
Aspetti importanti sono:

  • il mantenimento del principio attivo, che non deve degradarsi con le manipolazioni (ad esempio, come poteva avvenire in passato, durante l’essiccazione delle foglie o dei semi) o nel periodo di conservazione prima dell’uso o, ancora, durante il procedimento di estrazione (ad esempio quando si preparavano le tisane);
  • la concentrazione ottimale del principio attivo nel sito o nei siti di azione;
  • l’esclusione di principi attivi di genere diverso che possano interferire negativamente con la sua attività terapeutica, inibendola
  • l’assenza di gravi effetti collaterali.

Per cui non è solo importante che sia presente l’opportuno principio attivo per curare una certa patologia, ma questo deve essere integro e deve poter operate nella giusta concentrazione, stabile per un periodo più o meno lungo, a seconda dei casi. Inoltre non devono essere presenti fattori che interferiscono, possibilità da non trascurare se si usano “farmaci” complessi dalla composizione chimica non del tutto chiara.

fig. 4 – L’uroscopia come premessa per ogni diagnosi.

Nel Medio Evo vigeva il principio del “contraria contrariis curentur” inteso nel senso di usare farmaci di origine animale, vegetale o minerale, con qualità (freddo, caldo, umido, secco) opposte a quelle della patologia che si voleva curare, ipotizzando un meccanismo di “contrappeso e bilanciamento” rispetto al disequilibrio presente nel malato. Inoltre ci si basava sulla dottrina della “segnatura” (analogia), secondo cui, specie nel caso di analogie nella forma tra piante e corpo umano, si dovevano usare specifiche parti vegetali per curare quelle con cui vi era una presunta similitudine formale (è il classico caso della mandragora): similia similibus.
Ma ciò valeva anche per l’uso terapeutico degli animali, di cui, ad esempio, si mangiava il cervello per aumentare la memoria, ecc., sempre in base alle stesso principio analogico, uno dei capisaldi del pensiero medievale. Il tutto doveva comunque servire solo di ausilio alla capacità innata della natura di ridare la salute al malato (vis sanatrix naturae), dopo che la malattia aveva superato le sue quattro fasi classiche: principium, augmentum, status, declinatio. La guarigione si aveva con la cottura della materia peccans e con la sua espulsione dal corpo (da cui l’uso dei diuretici, dei purganti, degli emetici e del salasso, praticato sia con tagli da cui far fuoriuscire il sangue, sia con le sanguisughe, usate anche per la guarigione delle ferite rimaste aperte per molto tempo).

fig. 5 – Una parodia del medico con la sua matula

Comunque è oramai accettato dagli stessi medici che hanno studiato con obiettività e senza prevenzioni storiciste la medicina premoderna, e medievale in particolare, che tutto questo bagaglio di conoscenze non si riduceva a solo fumo, al di là di certi gravi errori. Ad esempio Walter Sannita, titolare della cattedra di Neurofisiopatologia dell’Università di Genova, scrive che “La farmacologia non [era] ancora scienza e la farmacoterapia del passato non è mai stata che accademia, ma non bisogna escludere che dei risultati apprezzabili siano stati ottenuti; in caso contrario, medicina, medici e medicamenti non avrebbero mantenuto per millenni ruolo, prestigio e potere sociale. Non sarebbe stato nemmeno possibile individuare empiricamente sostanze realmente attive ed in seguito introdotte nella teoria e prassi farmaceutica”.

fig. 6 – I vasi sanguigni in un “atlante anatomico-funzionale” del Medio Evo.

All’epoca di Federico II i principali centri di cultura medica erano Salerno (già dal IX sec.) e le università di Bologna (fondata nel 1088) e, secondariamente, di Padova (fondata nel 1222).
Tra questi, il più importante fu la famosa scuola di Salerno, di cui sono ricche di informazioni le cronache medievali, che raggiunse nel XII sec. il culmine dello splendore.
La leggenda vuole che sia stata fondata da quattro medici, che sono personaggi-simbolo: l’arabo Adela, l’ebreo Helinus, il greco Pontus e il latino Salernus, volendo significare che lì confluivano le tradizioni mediche di quattro diverse culture. Certo vi fu una iniziale influenza della Abbazia di Montecassino, dove si erano conservate alcune conoscenze mediche dell’antichità. La scuola di Salerno comunque, era laica, anche se composta da credenti. Aveva un atteggiamento umile e consapevole della fragilità umana, sia fisica che psicologica, principio che valeva anche per il medico.
Figure importanti del periodo iniziale della scuola furono Alfano (1010-1085), monaco benedettino e studioso di medicina, e Costantino Africano (1015-1087), medico ippocratico, studioso della scienza dei Caldei, degli Arabi, dei Persiani, degli Indiani e degli Etiopi. Fu un grande traduttore di testi dall’arabo in latino, tanto da avere la fama del primo divulgatore della scienza medica araba in Occidente, il che si riallaccia ai quattro fondatori simbolici.

fig. 7 – I muscoli in un “atlante anatomico-funzionale” del Medio Evo.

Attraverso la trasmissione dell’insegnamento della medicina dal maestro ai discepoli – a parte la medicina vera e propria, per altro assai complessa sotto il profilo speculativo, si studiava filosofia, logica, dialettica, ecc. – si creò una tradizione di pensiero che influenzò non solo l’Italia, ma anche altre nazioni, come la Francia. Sotto la spinta della scuola salernitana nacque anche un sistema embrionale di ospedalizzazione, per l’osservazione continuativa e la cura dei malati.
Va ricordato ancora il Regimen sanitatis (1066), una raccolta di norme igieniche (lavarsi il corpo e i denti al mattino, pettinarsi, fare un po’ di moto), e alimentari (dieta equilibrata), frutto della sapienza secolare, che propongono un sistema di vita vicino alla natura e sdrammatizzano la malattia. È un vero e proprio vademecum della salute, dove vengono anche indicate le procedure per la preparazione di farmaci con le erbe. Così leggiamo consigli di vita: “se non trovi … medici eccone tre eccellenti: la gaiezza, la tranquillità e i pasti moderati”, o indicazioni terapeutiche per riacquistare la salute: “pasto contro l’ebrezza e la concupiscenza: la Salvia e la Ruta calmano gli umori ardenti di Bacco. Se vi aggiungi delle rose Venere ti tormenterà meno” e “la salvia fortifica i nervi e arresta il tremito delle mani. La violenza della febbre cede alle sue virtù” o ancora: l’artemisia “stimola l’urina ed elimina il calcolo; per suo mezzo l’aborto ha presto luogo; come pessario e bevanda produce il medesimo effetto; macinata si applica ancora sullo stomaco”.

fig. 8 – Una raffigurazione realistica dei muscoli dell’addome da una delle prime edizioni a stampa del “Conciliator” di Pietro d’Abano.

Un aspetto interessante, anche sotto il profilo del costume e in contraddizione con il luogo comune che il Medio Evo sia stato un’età solo maschile, dove le donne erano cancellate dalla vita pubblica, è costituito, appunto, dall’importante ruolo esercitato dal gentil sesso nel nascente sistema di ospedalizzazione: le cronache ricordano Abella, Mecuriade, Rebecca Guarna, Costanza Calenda, Trocta. Quest’ultima, ostetrica e levatrice, venne definita “sapiente signora” con cui pochi, anche tra gli uomini, potevano rivaleggiare. È autrice di vari testi di medicina, rimasti famosi per lungo tempo: De mulieribus passionibus in ante et post partum, De aegritudine curatione, De epilepsia, De oculis, De pleuresi, De gengivis, ecc.
Nel De mulieribus passionibus in ante et post partum, vero e proprio trattato di ostetricia e ginecologia, si parla della affezioni della donna, della gravidanza, del parto e del puerperio, con consigli per la cura del neonato. L’ultima parte del trattato è dedicato alla cosmesi della donna dopo il parto per riacquistare la bellezza e garantire la salute del corpo. Va ricordato ancora che nell’Italia meridionale, durante il Medio Evo, le “medichesse” avevano un ruolo sociale, pubblico, ben definito, in particolare nel campo della ginecologia e della chirurgia.

fig. 9 – La riprovazione medievale al cospetto della dissezione anatomica su corpo umano.

Facendo riferimento a un ambiente diverso da quello della Scuola di Salerno, possiamo ricordare, poi, la figura della monaca benedettina tedesca Ildegarda di Bingen (1098-1179), badessa del convento di Disibodenberg, famosa per le doti religioso-visionarie, ma anche per le conoscenze in campo medico-sanitario e, più in generale, naturalistico. Ad esempio, il suo testo Causae et curae costituì a lungo un prezioso compendio del sapere medievale in questi campi, scritto appositamente per diffonderlo anche tra i ceti popolari. Ildegarda inseriva i suoi insegnamenti in una cornice teologica e cosmologica di grande spessore dottrinario, in cui traspare di frequente la concezione olistica e empatica del creato (ad esempio, quando, pur rifiutando l’astrologia come scienza delle previsioni sul futuro, afferma che gli astri sono legati alle azioni dell’uomo e ne sono talvolta influenzati, in una catena sottile di azioni e reazioni).
La badessa di Disibodenberg descriveva le varie costituzioni fisiche e i diversi temperamenti che differenziano sia gli uomini, sia le donne, suggeriva norme di vita igienica, diete adatte per ciascun periodo dell’anno o stato di salute e accorgimenti per evitare di contrarre infezioni, quali, ad esempio, bollire l’acqua per purificarla dagli elementi “malsani”. Vi sono descritte anche molte malattie, di cui si cerca di individuare le cause, secondo il pensiero di allora, e i rispettivi rimedi terapeutici, persino per gli animali domestici. Troviamo, inoltre, frequenti riferimenti all’anatomia del corpo umano, compresi gli organi riproduttivi, e alla sua fisiologia, anche più intima (i fenomeni mestruali, ad esempio).

fig. 10 – Esempi di operazioni chirurgiche.

La vita sessuale, e il piacere che ne traggono uomini e donne, i problemi legati al concepimento, al parto e all’allattamento, sono altri argomenti su cui Ildegarda torna più volte. Il tutto viene trattato con schiettezza sorprendente rispetto ai nostri stereotipi della donna medievale, per giunta religiosa! Insomma ancora una volta risulta del tutto falsa la visione oscurantista e faziosa del Medio Evo che ci è stata trasmessa dagli intellettuali illuministi, come Jules Michelet, secondo i quali l’unico sapere terapeutico di cui poterono usufruire per quasi un millennio le classi popolari sarebbe stato solo quello delle “streghe”, dato che la Chiesa e, in generale, la società “ufficiale” di allora avrebbero ignorato, negato ogni valore o addirittura condannato come luciferine tali conoscenze di ordine naturalistico e medico. E invece la stessa Chiesa ha sempre tenuto in alta considerazione la badessa di Disibodenberg, di cui era ben nota la passione per questi argomenti.

fig. 11 – La “Chirurgia” di Ruggero.

Si possiede anche una testimonianza iconografica della presenza della donna in campo medico: infatti le miniature medievali, che corredano i libri di medicina, non di rado mostrano figure femminili con funzioni terapeutiche.
È il Medio Evo al femminile, quello vero, di cui ci ha parlato Regine Pernoud, in cui non primeggiano figure torbide e poco credibili, inventate da certi storici di parte, ma personaggi luminosi e colti nei vari ambiti della vita pubblica, dove, a parte le “dottoresse”, troviamo anche donne guerriere, diplomatiche, “politiche” (la stessa Ildegarda fu molto ascoltata per i suoi consigli da alcuni papi e da personaggi come Federico Barbarossa), Medio Evo al femminile che, in ambito medico, fu cancellato solo a partire dal XIV secolo, paradossalmente, ma non troppo, con il formarsi ed istituzionalizzarsi di un ceto docente universitario solo di sesso maschile.

fig. 12 – Operazione di cataratta.

Tornando al nostro tema centrale, dai testi dell’epoca impariamo che, come scrive il maestro Bartolomeo di Salerno (XII sec.): “La medicina pratica si divide in due parti: la scienza che conserva la salute e quella che cura la malattia… conservare la salute è cosa che si può fare meglio e con più certezza che non ripristinare la salute una volta che è andata perduta…
La scienza che cura la malattia si divide in tre parti: conoscenza della malattia; conoscenza delle condizioni morbose da cui derivano le malattie; conoscenza di come e dove si deve intervenire per curare le malattie… Si divide anche secondo un’ulteriore tripartizione: dieta, pozioni e farmaci, chirurgia… occorre che il medico conosca le complessioni con i loro gradi; occorre anche che egli sappia quali erbe e quali spezie e quali altri rimedi giovano al corpo umano, deve cioè riconoscere quali sono caldi, quali freddi, quali umidi e quali secchi e in che grado, affinché ai corpi dalla complessione squilibrata – ad esempio per eccesso o difetto di umido e caldo – si somministrino farmaci che presentino eccesso o difetto di freddo e secco allo stesso grado, in modo tale da riportare in equilibrio le qualità.
È necessario inoltre distinguere quali siano i farmaci lassativi e quali astringenti, se giovano o se sono nocivi. Il medico deve essere anche molto attento di fronte agli interventi per sapere quali sono efficaci per spezzare le pietre, quali provocano l’urina, quali eliminano la ventosità, quali favoriscono le mestruazioni, quali mitigano il dolore. Se conoscerà tutto ciò, il medico sarà in grado di operare con efficacia e sicurezza… I farmaci si dividono in due tipi, quelli semplici: erba, pietra, spezie e simili, quelli composti: l’elettuario, gli unguenti e ogni farmaco confezionato artificialmente.”

fig. 13 – Soldati armati. La frequenza di ferite da arma bianca nel Medio Evo rendeva i bravi chirurghi molto ricercati.

Secondo il maestro Salerno: “La medicina è la scienza di apporre giuste misure a giuste misure, o di rettificare ciò che esorbita dalla giusta misura”, cosicchè si rafforza sempre più una visione della salute come armonia da difendere strenuamente, attraverso una medicina preventiva, dove una dieta sana e controllata riveste un ruolo di rilievo.
L’uroscopia aveva già acquistato un valore semeiologico in età ippocratica. Così fu pure nel Medio Evo. Nessuna diagnosi veniva effettuata prescindendo da tale indagine: ci si serviva di un contenitore particolare, la matula, che divenne l’emblema del medico. Si valutavano il colore, la quantità, il sapore, i sedimenti delle urine.
Sempre in riferimento alla concezione analogica diffusa in quell’epoca, Mauro di Salerno riteneva importante anche il livello al quale si osservava la torbidità: a secondo del suo posizionamento nell’ampolla – alto-medio-basso – si faceva riferimento in analogia a un distretto del corpo che si considerava, quindi, malato. Esistevano interi trattati sulle urine e sul loro valore diagnostico, dato che non si avevano molti altri mezzi “oggettivi” per comprendere la patologia da cui era effetto il paziente, a parte l’ematoscopia, l’analisi dei campioni di sangue ottenuti mediante il salasso. Quest’ultima veniva effettuata mediante la valutazione del colore, della consistenza, del sapore e dell’odore del sangue quando scorreva o si stava coagulando o era rappreso in piccoli recipienti. Infine dobbiamo ricordare la saggiatura manuale del polso, assai raffinata e valida per molti aspetti, unico intervento di semeiologia manuale diretta, con la quale si intendeva percepire lo spirito vitale.

fig. 14 – Esempi di arnesi chirurgici – A = cauteri ad “L”; B = cannula per salassi e scodellino; C = cucchiaio medico; D = rimuovifrecce (www.medievaldesign.com)

A volte la famiglia del malato, per mettere alla prova la bravura del medico, su cui in certi casi si ironizzava, inviava prima della visita un campione di urine preso da un animale per vedere se questi era in gradi di accorgersene (nel testo De cautelis medicorum di Arnaldo di Villanova si insegna al medico come evitare certi trabocchetti, oltre che fornire norme di deontologia professionale e suggerire i metodi opportuni per sapere il maggior numero di notizie sul malato, anche interrogando i congiunti con la dovuta cautela).
A parte gli studiosi già citati, va ricordato ancora Teddeo degli Alderotti (1223-1295), che diede fama all’ateneo bolognese come insigne docente. Ricordato da Dante nella Divina Commedia come “ippocratista”, riprese la consuetudine dell’insegnamento clinico presso il letto del malato. Scrisse, tra l’altro, i Consilia, che contengono storie cliniche, con il parere del medico, le misure profilattiche, il trattamento dietetico e terapeutico. Dall’Alderotti sappiamo che realizzò anche esercitazioni di anatomia comparata a scopo didattico.

fig. 15 – Esempi di arnesi chirurgici. A = sega; B = set di aghi; C = Pinza emostatica; D = Pinza estrattiva; E = Uncino; F = Forcella a 2 ganci; G = Specillo ad ago; H = Bisturi; I = Bisturi piccolo/cauterio (www.medievaldesign.com)

Nella trattatistica dell’epoca si parla spesso di sostanze “semplici”, intendendo fare riferimento a quelle provenienti direttamente dal mondo vegetale, minerale o animale. Importante per lo studio dei semplici vegetali fu il Circa istans (dalle prime due parole del testo) scritto da Matteo, un membro della famosa famiglia di medici dei Plateari. Esiteva anche un completo prontuario farmaceutico, in gran parte dovuto a Niccolò Salernitano: l’Antidotarium (XI-XII sec.). In esso viene citata la spongia o spugna soporifera, mediante la quale venivano inalate sostanze narcotiche (oppio, mandragora, ecc.) per anestetizzare i pazienti durante le operazioni chirurgiche. La spugna veniva preparata imbevendola di queste sostanze narcotiche e poi essiccata: al momento dell’uso si inumidiva con acqua calda e il principio attivo veniva assunto o bevendo il succo o per inalazione. Naturalmente il metodo comportava frequenti rischi da sovradosaggio, che potevano comportare anche la morte.
Per quel che riguarda la chirurgia, va detto che questo termine nel Medio Evo indicava tutto ciò che veniva curato con le mani, quindi aveva un significato più esteso di quello attuale.
Lo studio dell’anatomia, premessa per qualsiasi intervento chirurgico, veniva condotto in genere sugli animali per la parte sperimentale e sui testi per quella teorica – vedi L’anatomia del maiale (Anathomia porci) di Cofone il giovane. Elementi se ne trovano nel De mulieribus passionibus in ante et post partum di Trocta e nel Practica di Petroncello, ma fino al XII sec. si considerò, quasi sempre, la chirurgia una attività da praticoni, i “barbieri”, a volte girovagli arabi.
Le conoscenze spesso erano inevitabilmente generiche, come si può vedere da certi “atlanti anatomici”, anche se si trovano studi successivi più accurati, ad esempio ad opera di Pietro d’Abano (1250-1315). In realtà gli schemi anatomici avevano lo scopo principale di far capire la funzione degli organi più che di descriverli con accuratezza. Ciononostante alcuni termini già allora in uso, ad esempio, per l’occhio, come “congiuntiva”, “vitreo”, “cristallino”, lo sono tuttora con riferimento alle stesse parti anatomiche. Chi cercava di aumentare le proprie conoscenze sul corpo umano, usando cadaveri, incorreva nella riprovazione sociale, in quanto si pensava commettesse un atto sacrilego.
Solo con Ruggero di Frugardo (vissuto tra la seconda metà del XII e l’inizio del XIII sec.) la scuola di Salerno diede dignità scientifica alla chirurgia con il suo libro, la Rogerina (1180). Vi sono testimonianze che Ruggero operasse con successo addirittura certi tumori superficiali. A lui si deve l’invenzione di particolari pinze per estirpare le frecce fornite di barbe metalliche.
Il più importante rielaboratore della Rogerina fu Rolando da Parma (? – 1258) che nel 1250 ne fece una nuova edizione, chiamata Rolandina, dove, tra l’altro, si trova la descrizione particolareggiata dell’armamentario chirurgico dell’epoca, legato naturalmente ai problemi più frequenti, tra cui vi erano le fistole e le ferite da arma da taglio. Di lui si ricorda la particolare posizione (col bacino rialzato) in cui poneva il paziente per l’operazione di ernia. Ancor più abile di Ruggero di Frugardo, Rolando riusciva a intervenire anche nelle ferite toraco-polmonari, eseguendo la legatura dei vasi sanguigni col filo di seta.
Tra i chirurghi vanno ancora ricordati Bruno di Longoburgo e Guglielmo da Saliceto (1210-1275), che studiò all’Università di Bologna, l’altro centro importante di studi medici dell’epoca, a cui abbiamo già accennato, dove furono apportate delle innovazioni rispetto alla tradizione salernitana. Quest’ultimo fu forse il più grande chirurgo dell’epoca.
Tra i suoi maestri ebbe Ugo dei Borgognoni, medico molto apprezzato dai suoi contemporanei, noto, tra l’altro, per l’usanza di pulire e curare le ferite con stoppa imbevuta di vino, liquido alcoolico che svolgeva la funzione di disinfettante, e di eseguire fasciature semplici evitando la suppurazione, che all’epoca molti ritenevano necessaria per la guarigione, in quanto si pensava permettesse di espellere i cattivi umori (ciò era in accordo con il concetto di guarigione, come effetto della espulsione della “materia peccans“, che poteva essere il pus, il sudore, le urine, ecc).
Con Guglielmo, autore di un’opera divenuta famosa, la Chirurgia, inizia la vera scienza chirurgica, in precedenza ritenuta una cosa indegna dai grandi medici. Guglielmo nel suo libro attacca ferocemente sia i praticoni, che eseguivano operazioni senza adeguate conoscenze di anatomia, sia i tronfi accademici che facevano le loro diagnosi basandosi unicamente su Aristotele e l’astrologia. Rovesciando il pregiudizio dell’epoca, poi, egli affermò che un medico non è tale se non è anche un buon chirurgo. Rimise in uso il coltello (bisturi) per le incisioni dei tessuti, dopo che quest’ultimo era stato quasi abbandonato dalla medicina araba in favore del cautere, che, comunque, mantenne ancora una sua funzione nella chiusura delle ferite. Sotto il profilo strettamente terapeutico ricordiamo anche che fu tra i primi a usare preparati a base di mercurio per la cura della sifilide.
Guglielmo rivolge al medico alcune fondamentali raccomandazioni: avere una particolare sensibilità verso il malato, che va sempre confortato e tranquillizzato: infatti la fiducia del paziente risulta essenziale per la guarigione, in quanto aiuta l’opera risanatrice della natura; avvertire i parenti nel caso di grave malattia del congiunto; rispettare sempre le donne che si incontrano durante le visite a domicilio, in quanto il medico deve pensare solo alla cura del malato e non distrarsi con altro. Quanto al paziente, poi, Guglielmo ritiene che egli debba scegliere il medico che gli dà più fiducia, ma, una volta scelto, deve affidarvisi in modo cieco, senza riserve. Anche i medici supponenti vengono criticati ferocemente dal Nostro, così come aveva già fatto Giovanni di Salisbury (1110-1180) condannando la loro bramosia di guadagno, vanità e vuoto parlare.

fig. 16 – Tavola tratta dal De materia medica di Dioscoride (40 – 90 d.C.), opera che testimonia l’antichità della fitoterapia.

Poco sopra abbiamo accennato al cautere in ambito chirurgico, ma va ricordato l’uso di tale strumento anche in un’ottica diversa da quella strettamente chirurgica, affine – si potrebbe dire – a quella dell’agopuntura. Infatti raffigurazioni risalenti già al IX d.C. indicano i punti del corpo dove applicare il ferro incandescente per curare determinate patologie. Mediante le ulcere provocate dalla cauterizzazione si riteneva di poter espellere gli umori in eccesso, ristabilendo l’equilibrio interno all’organismo. Siffatte concezioni risalgono per lo meno alle scuole mediche dell’epoca alessandrina (II sec. d.C.), quando, presumibilmente, si disponeva di atlanti dettagliati del corpo umano con la topografia necessaria per le differenti applicazioni. Da questi testi dovettero derivare gli scarni schemi redatti nel Medio Evo.
Dopo avervi più volte accennato, ci occupiamo adesso più in particolare della fitoterapia, asse portante della farmacopea medievale, anche se non vanno dimenticate alcune sostanze provenienti dal mondo animale e minerale. Come “farmacologi” vanno ricordati Ruggero Bacone (1214-1294) uno dei fondatori della chimica farmaceutica, e Raimondo Lullo (1232-1315), ma naturalmente le conoscenza erano assai estese e antichissime, di cui il De materia medica di Dioscoride costituisce uno dei pilastri.
Nel Medio Evo erano molto importanti i Tacquina sanitatis, piccole farmacopee popolari di uso assai comune e pratico. Ecco alcuni esempi di piante medicinali, in cui il principio attivo era costituito da olii essenziali: l’aneto, ad azione antisettica, antispastica, digestiva; il finocchio, ad azione antisettica, antiinfiammatoria, antispastica, stimolante dell’allattamento; i porri, ad azione antielmintica, diuretica, antisettica; le rose, ad azione sedativa negli stati eccitatori; la ruta, ad azione abortiva, diuretica, vermifuga, emetica; la segale, ad azione antispastica. A parte va ricordata l’azione depurativa attribuita all’uva.

fig. 17 – Uva (dai Tacuina sanitatis).

La mandragora costituisce poi un caso significativo: per il suo contenuto in alcaloidi veniva usata, in primo luogo, come farmaco anestetico, antidolorifico per chi doveva subire interventi chirurgici. Era impiegata tra i componenti della spongia soporifera, insieme a oppio, cicuta, iosciamo sciolti in acqua o vino.

fig. 18 – La mandragora nel mito (dai Tacuina sanitatis).

La mandragora serviva anche per alleviare i dolori delle ulcere e della gotta e per curare l’insonnia.
È molto singolare il rituale della sua raccolta: essendo una pianta le cui radici talvolta ricordano la figura umana, veniva quasi assimilata a un vivente. Per questo motivo si credeva che, al momento di estirparla dal terreno, emettesse un urlo di dolore che poteva fare impazzire, o addirittura uccidere, la persona che la stava raccogliendo. Il problema veniva aggirato usando un cane affamato al cui collo veniva legata una corda attorcigliata, al capo opposto, attorno alla mandragora. A questo punto la persona si doveva tappare le orecchie prima di far vedere del cibo al cane, il quale, balzando in avanti, estirpava la pianta senza danni per gli esseri umani.
Naturalmente la presunta struttura antropomorfa della mandragora dava luogo, in base alla dottrina della analogia topografica, a un uso terapeutico differenziato delle varie parti delle radici: a seconda dei distretti del corpo malati venivano impiegate le parti “anatomiche” corrispondenti della pianta.

fig. 19 – Mandragora nella realtà (raffigurazione moderna).

La teriaca, o triaca, composto da decine e decine di sostanze vegetali e animali, era pure molto famosa e ricercata: un vero e proprio farmaco panacea, usato come antidoto contro i veleni e come risolutivo dei problemi più diversi, dalle occlusioni intestinali alla malinconia, dalla apoplessia alle vertigini, alla cefalea, alle coliche, ecc.!

fig. 20 - Una Farmacia medievale dove si vendeva anche la triaca (dalla Rogerina).

fig. 20 – Una Farmacia medievale dove si vendeva anche la triaca (dalla Rogerina).

Ancora vanno ricordate piante come l’iperico, o erba di San Giovanni, che veniva applicato localmente come antibatterico, antiinfiammatorio, cicatrizzante. A riprova della sua efficacia (ma un discorso analogo potrebbe valere per molte altre piante!), va evidenziato che di recente la ricerca farmacologica ne ha confermato l’attività terapeutica dimostrando la sua capacità di inibire il rilascio di alcune molecole ad azione infiammatoria, chiamate citochine.
Al di fuori del mondo vegetale va menzionato l’uso dell’oro,sinonimo del sole e, quindi, farmaco divino per eccellenza. Nel Medio Evo veniva applicato come polvere, per via topica, in certi stati infiammatori, quando si avevano piaghe e ulcerazioni, mentre oggi viene impiegato, con successo, per curare artriti e sinoviti, quindi in situazioni dove esistono processi di tipo infiammatorio (il suo reale meccanismo d’azione è ancora incerto: si sa solo che inibisce in vitro la replicazione del Mycobacterium tuberculosis).

fig. 21 – Il Sole con l’Ariete, miniatura dal “Liber Astrologiale” di Georgius Zothorus, XIII secolo

Le virtù del latte come antidoto dei veleni (ne impedisce l’assorbimento) e contro le ulcere viscerali e bruciori di stomaco (ha attività antiacida, da sistema tampone) erano già note nel Medio Evo.
Per la guarigione delle piaghe dell’orechio alcuni testi medici suggerivano il grasso di rognone di leone, fuso e istillato sulla lesione, mentre come terapia per molte affezioni della testa e del viso veniva consigliato l’impiego della bile e del sangue di toro.
Infine tra gli alimenti con funzione ricostituente ricordiamo l’uso diffuso di pernici e ricotta, di cui veniva lodato l’elevato potere energetico.

fig. 22 – ricotta (dai Tacuina Sanitatis)

Naturalmente il nostro discorso sul pensiero medico ai tempi di Federico II non si può concludere senza citare quanto egli stesso fece in campo sanitario. Del grande imperatore vanno infatti menzionati alcuni importantissimi interventi che lasciarono un segno nell’organizzazione di tutto il settore, introducendo il principio della regolamentazione statale dell’attività medica come dovere dei governanti a tutela della salute dei sudditi. L’importanza attribuita a tali interventi della pubblica autorità è dimostrata dal luogo in cui sono apparse le disposizioni, le cosiddette Costituzioni di Menfi promulgate dal sovrano nel 1240 dopo una elaborazione decennale (Constitutionum domini Federici secundi sacratissimi Romani imperatoris Ierusalem et Siciliae serenissimi regis felicis triumphatoris et semper augusti).

fig. 23 – sigillo di Federico II.

Nel Libro III troviamo alcuni articoli di grande rilievo, che meritano essere riportati per intero, seguendo il testo riportato da Giacomo Mottura.
“Articolo XLIV. Chiunque voglia esercitare la medicina si presenti ai Nostri ufficiali e ai giudici per la discussione secondo il loro giudizio; se ciò avrà osato fare prima per sua temerarietà, sia costretto in carcere, con la confisca di tutti i suoi beni. A questo si provvede, affinchè nel Nostro regno i sudditi non corrano pericoli per imperizia di medici.
Articolo XLV. Affinchè nessuno osi praticare, se non sia stato approvato in commissione pubblica di maestri di Salerno. Tendiamo alla speciale utilità, quando provvediamo alla salute comune dei fedeli. Attenti quindi al grave scapito e all’irreparabile danno che possono colpirli per imperizia di medici, ordiniamo che d’ora in poi nessun pretendente al titolo di medico osi affatto esercitare o praticare la medicina se non prima approvato da giudizio pubblico in commissione di maestri di Salerno con dichiarazioni testimoniali di fede e sufficienza sia dei maestri, come di Nostri incaricati, in presenza Nostra oppure, se Noi fossimo assenti dal regno, in presenza di quegli che nel regno fosse rimasto in vece Nostra […]; pena la confisca dei beni e un anno di carcere da comminare a coloro i quali avessero osato ancora praticare contro questo editto di Nostra serenità.
Articolo XLVI. Sui medici. Poiché non si può mai sapere di scienza medica se prima non si sappia alquanto di logica, stabiliamo che nessuno studi scienza medica se prima non studi almeno per un triennio scienza logica. Dopo il triennio, se vorrà proceda allo studio della medicina, nel quale studi per un quinquennio, e così pure apprenda la chirurgia la quale è parte della medicina, nel tempo predetto; dopo di che, e non prima, gli si conceda licenza di praticare, previo esame secondo modalità della curia [reale] e assolutamente avendo ottenuto testimonianza magistrale in suo favore sul predetto periodo di studio. Questo medico giurerà di seguire il modello della curia fino a questo punto osservato, con l’aggiunta che, se egli verrà a conoscenza che qualche preparatore [di farmaci] prepari meno che bene, lo denuncerà alla curia, e che darà consiglio ai poveri gratis. Questo medico visiterà i suoi ammalati almeno due volte al giorno e a richiesta dell’infermo una volta nella notte e non ne riceverà al giorno, se non uscirà per lui dalla città o dal castello, più di un mezzo tareno d’oro. Dall’infermo poi che avrà visitato fuori della città non riceverà al giorno più di tre tareni con spese da parte dell’ammalato, e non più di quattro tareni con spese da parte sua.
Non contragga società con i preparatori [di farmaci], né accolga alcuno di essi sotto la sua protezione a spese di una certa quota di ricavato, né egli stesso abbia una propria impresa. I preparatori cioè faranno il preparato a spese loro con attestazione dei medici secondo le modalità della Nostra costituzione, né siano ammessi a tenere preparati se non dopo aver fatto giuramento; faranno tutti i loro preparati secondo la detta modalità senza frode. L’imprenditore guadagnerà dalle sue preparazioni secondo questa disposizione. Dalle preparazioni e dai semplici della medicina che non si sogliono tenere in farmacia per più di un anno dall’acquisto, potrà lecitamente lucrare per ogni oncia tre tareni. Da altre, che per natura del medicamento o per altra causa si tengono in farmacia oltre un anno sarà lecito lucrare per ogni oncia sei tareni. Ma imprese di questo tipo non si avranno dappertutto, bensì in certe città del regno, come sotto si descrive. Tuttavia non praticherà, compiuto il quinquennio se non col consiglio di un medico esperto di un anno intero.
I maestri durante questo quinquennio insegnino nelle scuole [mediante] libri autentici sia di Ippocrate, sia di Galeno, tanto nella teoria, quanto nella pratica della medicina. Stabiliamo anche per costituzione salutare che nessun chirurgo sia ammesso a praticare se non offra dichiarazioni testimoniali di maestri, che leggono nella facoltà medica, che per un anno almeno abbia studiato quella parte della medicina che istruisce per la facoltà della chirurgia, che specialmente abbia imparato l’anatomia dei corpi umani nelle scuole e sia preparato in quella parte della medicina senza la quale né si potranno fare sanamente incisioni, né si potranno curare quelle che si sono fatte.
Articolo XLVII. Sul numero dei fiduciari riguardo a regole su elettuari e sciroppi. In ogni terra del regno soggetto al Nostro nome, vogliamo che siano ordinati due uomini prudenti e degni di fede, tenuti con giuramento prestato di persona, i cui nomi siano trasmessi alla Nostra curia, perché sotto loro attestazione elettuari e sciroppi e altre medicine siano fatti e così pure venduti secondo legge; e massimamente vogliamo che questi siano approvati da maestri di fisica di Salerno. Con la presente legge stabiliamo anche che nessuno legga in medicina nel regno se non presso Salerno, né assuma nome di maestro, se non diligentemente esaminato in presenza di Nostri ufficiali e di maestri dell’arte stessa.
Vogliamo anche che i preparatori di medicine siano obbligati con giuramento prestato di persona a preparare le medesime secondo l’esigenza dell’arte e degli uomini, in presenza di giurati. Se contravverranno, siano condannati con sentenza alla confisca dei loro beni mobili. Coloro poi alla cui fede le cose predette sono commesse, se siano provati di avere commesso frode nell’ufficio affidato, ordiniamo che siano condannati a supplizio capitale.
Articolo XLVIII. Sulla conservazione dell’aria. Disponiamo di mantenere, per quanto possiamo con l’impegno della provvidenza Nostra, la salubrità dell’aria riservata a discrezione divina, ordinando che a nessuno assolutamente sia lecito di porre nelle acque di qualunque città (o castello) vicino, per l’estensione di almeno un miglio, a macerare lino o canapa, affinché da ciò, per quanto con certezza abbiamo appreso, non si corrompa la costituzione dell’aria. Per cui chi ciò farà perda lo stesso lino e canapa e sia deferito alla curia. Ordinamo pure che le sepolture dei morti non contenuti in urne siano profonde nella misura di mezza canna. Se qualcuno contravverrà, versi un augustale alla Nostra curia. Ordiniamo pure che i cadaveri [di animali] e l’immondizia che producono fetore debbano essere gettati da coloro che ne avevano pertinenza fuori della terra a un quarto di miglio o in mare o in fiume. Se qualcuno agirà contrariamente, se si tratta di cani o di animali più grandi dei cani, versi alla Nostra curia un augustale, per animali minori, mezzo augustale”.

fig. 24 – augustale di Federico II.

La saggezza e la lungimiranza di Federico II risaltano in pieno da tali disposizioni di legge. Il diritto della comunità alla tutela della propria salute, anche a livello ambientale, è messo al primo posto di fronte agli interessi di singoli e gruppi. Il malato viene protetto dagli eventuali abusi del medico o dalle truffe del “preparatore” di farmaci. In particolare i poveri hanno il diritto di essere curati senza spese. Si esige che il medico possieda una professionalità al di fuori di ogni dubbio, attestata da “maestri” e verificata con l’esame di stato, e gli si vieta per legge di associarsi con i farmacisti e di gestire laboratori dove vengono preparati i farmaci. Analoga attenzione viene posta nel codificare l’attività del chirurgo.
Di fronte a quanto abbiamo visto e, più in generale, da quanto ormai è stato acquisito dall’indagine storica più recente, verrebbe da rovesciare la assurda definizione di “secoli bui”, riferita al Medio Evo, in quella opposta di “secoli d’oro”, almeno per alcuni periodi di quell’età, specie se confrontati con epoche veramente oscure e torbide come il Cinquecento e il Seicento.

Bibliografia essenziale:
AA.VV., Il farmaco nei tempi, Farmitalia Carlo Erba-Immagine, Milano, 1990.
AA.VV., I secoli d’oro della medicina, Edizioni Panini, Modena, 1986.
AA.VV., La Scuola Medica Salernitana, Electa, Napoli, 1988.
AA.VV, Storia della medicina, Antonio Delfino Editore, Roma, 1994.
Luisa Cogliati Arano, Tacuinum sanitatis, Electa, Milano, 1979.
Ugo de Fouilloi, La medicina dell’anima (De medicina animae), Il leone verde, Torino, 1998.
Ildegarda di Bingen, Cause e cure delle infermità, Sellerio, Palermo, 1997.
Jean-Claude Dousset, Storia dei medicamenti e dei farmaci, con introduzione di W. Sannita, ECIG, Genova, 1989.
P. Murray Jones, Materia medica, The British Library e Centro Tibaldi, 1997.
Frank J. Lipp, Le erbe, EDT, Torino, 1998.
Giacomo Mottura, Il giuramento di Ippocrate – I doveri del medico nella storia, Editori Riuniti, Roma, 1986.
Seyyed H. Nasr, Scienza e civiltà dell’Islam, Feltrinelli, Milano, 1977.
Giuseppe Penso, La medicina medievale, Novartis, Saronno, 1991.
Luciano Sterpellone, La medicina greca, Novartis, Saronno, 1998.
Luciano Sterpellone e Mahmoud Salem El-sheikh, La medicina araba, Novartis, Saronno, 1995.
Tinerario Zucconi, Guglielmo da Saliceto e la chirurgia dei suoi tempi, Monografie di storia locale, Piacenza, 1977.

da http://www.estovest.net/tradizione/medicmedev.html

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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