Scienza e Chiesa nel Medioevo

Di James Hannam
Storico della scienza specializzato in rapporto tra scienza e Cristianesimo nel Medioevo e nella prima Età Moderna. Ha conseguito un master (2003) al Birkbeck College, Università di Londra, e un dottorato di ricerca (2008) in Storia e Filosofia della Scienza al Pembroke College, Università di Cambridge. Le sue recensioni e i suoi articoli sono pubblicati sulle riviste scientifiche British Journal of the History of Science, Transactions of the Cambridge Bibliography Society, Science and Christian Belief e Perspectives on Science and FaithIl suo primo libro, God’s Philosophers, è già tradotto in molti Paesi del mondo.

Astrolabio: perfezionato dagli Arabi, questo strumento era stato inventato dai Greci all’inizio del II secolo a.C. I più antichi esemplari giunti fino a noi sono del X (islamico) e XIII secolo (europeo).

Introduzione
La filosofia della natura, o scienze naturali, com’era talvolta chiamata, costituiva uno dei pilastri dell’insegnamento all’interno delle università medievali e con essa si misurarono anche le menti di teologi del calibro di Tommaso d’Aquino, Alberto Magno e Nicola Oresme, che scrissero tutti dei commenti ad Aristotele privi di qualsiasi riferimento religioso. Ciò contrasta con la visione corrente del Medioevo come età oscura per la scienza, dominata dalla sovranità della fede più che dalla luce della ragione. Critici più raffinati hanno seguito la linea dei primi umanisti come Erasmo da Rotterdam, nel deridere “concetti, relazioni, istanti, formalità, quiddità ed ecceità” della logica e del razionalismo della Scolastica. Dunque il periodo è stato condannato o per aver posto troppa o troppo poca enfasi sulla ragione. Alla Chiesa è stata affibbiata la colpa delle presunte deficienze della vita intellettuale medievale, in particolare a partire dal diciannovesimo secolo con John Draper e Andrew Dickson White. Gli argomenti contrari alla loro semplicistica presunzione di una grande battaglia tra scienza e fede sono oggi venuti alla luce e recentemente sintetizzati così:

Draper si prende tali libertà con la storia, nel perpetuare leggende come fossero fatti, che oggi è di rigore evitarlo in qualsiasi studio storico serio. Pressappoco lo stesso si può dire di White, benché il suo imponente apparato di ricche note può aver creato una fuorviante impressione di meticolosa scientificità.

Alla metà del ventesimo secolo, Lynn Thorndike criticò il verdetto di Draper e White in modo talmente pungente da sfociare talvolta nell’iperbole, accusando i suoi predecessori di aver supportato “la vecchia visione, o piuttosto presunzione, che la Chiesa nel Medioevo abbia messo sotto processo tutti gli scienziati.” Ma oggi quella del rapporto tra scienza e religione nel corso della storia è essenzialmente una questione aperta. Le diverse risposte possibili dipendono dai fattori che si possono trovare di volta in volta nei diversi periodi e nelle diverse culture e, per quanto concerne il Medioevo, dalla misura in cui la Chiesa limitasse o incoraggiasse il pensiero scientifico accademico e dagli effetti che ciò abbia avuto, se ne ebbe mai. Se esaminiamo la situazione da vicino, possiamo vedere che quello di una tensione creativa costituirebbe un quadro più realistico del rapporto tra scienza e fede, non solo in riferimento a questo periodo, ma a molti altri. Durante il Medioevo, l’infrastruttura didattica europea era sorvegliata, se non gestita, dalla Chiesa. Questo ruolo, che comportava sia una funzione di garante della libertà d’insegnamento sia quella di arbitro dei suoi limiti, veniva di solito esercitato con una certa delicatezza e assicurandosi che le posizioni chiave fossero occupate dalle persone giuste. Ciò, aggiunto al loro status di corporazioni indipendenti di studenti, conferì alle Università l’indipendenza nei confronti di influenze locali e la libertà di speculare in un ampio raggio di settori, il che significa d’altronde che le loro dichiarazioni venivano tenute in alta considerazione.

Astrolabio da navigazione: versione molto semplificata dell’astrolabio, fu sviluppato in Portogallo nel XV secolo in quanto superiore al quadrante per la navigazione.

L’Universita’
Il concetto precedentemente ignoto di Università come istituzione accademica autogestita non compare prima del Medioevo e può essere considerato uno dei più grandi passi avanti nella storia del pensiero.
Precedenti modelli di istituzioni per l’insegnamento e la ricerca erano esistiti, come il Museo di Alessandria legato al re, le scuole di Atene legate a un singolo studioso e le madrasas islamiche le cui attività erano rigidamente limitate dalle leggi religiose e dal capriccio dei loro fondatori, ma nessuna di queste situazioni si può considerare equivalente al nuovo concetto europeo di università. Una volta che le scuole cattedrali andarono oltre la semplice formazione del clero, si ritrovarono obbligate a ricorrere a docenti di un certo rispetto per attrarre chi veniva a studiare privatamente. Il risultato fu uno slittamento del potere dai capitoli delle cattedrali agli scolari stessi. Dalla fine dell’undicesimo secolo questi ultimi approfittarono dell’evoluzione del diritto civile e canonico per formare un’universitas o corporazione (il termine effettivo per indicare l’università accademica era studium generale) in modo simile alle confraternite dei mestieri che si andavano formando in quel periodo. Il concetto fondamentale era che una corporazione dovesse avere una personalità giuridica propria indipendentemente dai suoi membri, che permettesse loro di mostrare un volto solo al mondo esterno e al tempo stesso di poter gestire il funzionamento della corporazione dall’interno. Una città o uno stato erano ben lieti di concedere considerevoli privilegi a un gruppo intero di scolari, dunque all’università venivano garantite immunità legali e privilegi che potevano successivamente essere riconosciute al livello internazionale dal papa che, per esempio, impartì la sua benedizione all’università di Oxford nel 1254. Per di più, i maestri avevano bisogno di studenti, e potevano formare una propria universitas. Così Bologna, generalmente considerata la prima università, era una corporazione di studenti (universitas scholarium), mentre Oxford e Parigi erano corporazioni di maestri (universitas magistrorum). Non esistono documenti di fondazione per queste prime istituzioni ma nel tardo Medioevo le università vennero specificamente fondate dalle città o dai governanti per mezzo di atti che ci danno un’idea abbastanza chiara della prassi che abitualmente veniva seguita. Tra le prime università, Bologna è all’inizio una scuola giuridica secolare per lo studio del Corpus Juris Civilis giustinianeo, allora recentemente scoperto, mentre sia Oxford sia Parigi si svilupparono come libere associazioni ecclesiastiche di docenti privati. Successivamente alcune dispute portarono a un esodo di studenti e maestri da Bologna a Padova passando per altre località, mentre Cambridge fu fondata in seguito a una migrazione simile da Oxford. A partire dal quattordicesimo secolo, l’università diventa il centro della vita intellettuale europea con nuove fondazioni di re e vescovi preoccupati di accrescere il proprio prestigio. Questi erano perfino disposti a tentare di distogliere gli studenti dalle proprie università con promesse di sicurezza e privilegi come nel caso in cui Enrico III tentò di attirare i maestri di Parigi in Inghilterra. Dato che l’antichità conferiva un’ulteriore autorità, le prime università ostentarono fondazioni mitiche. La fondazione di Oxford fu attribuita ad Alfredo il Grande, quella di Parigi a Carlo Magno e quella della più antica di tutte, Bologna, a una bolla dell’imperatore romano Teodosio II. Le università fondate successivamente dovettero conquistarsi una posizione propria con la qualità degli intellettuali e il riconoscimento di un papa o di un imperatore. Non tutte vi riuscirono, come quella di Piacenza, che ebbe una vita breve. Quanto agli studenti in sé, ce se ne lamentava già in materia di pagamento delle rette universitarie, e avevano acquistato presso la gente comune la reputazione di furbacchioni, riportata da Chaucer nella Novella del Mugnaio e nella Novella dell’Intendente, o quella, secondo Alvaro Pelagio, di fannulloni che picchiano a destra e a manca o di teppisti violenti. Tanti anni passati lontano da casa per conquistare una laurea, il bisogno di fondi e stipendi per pagare le rette e, probabilmente, una certa monotonia comportavano un alto tasso di abbandono così che solo una piccola percentuale di studenti completava la laurea, conseguendo un dottorato in legge, teologia o medicina. D’altra parte, la percentuale che frequentava per un anno o due e se ne andava con un’istruzione superiore sufficiente per una buona carriera era abbastanza elevata. Si calcola che la quantità di popolazione che avesse fatto in qualche modo esperienza universitaria nell’Europa occidentale prima della Riforma si aggirasse attorno a 750,000 e costituisse dunque una popolazione sostanzialmente istruita.
Un altro importante fattore di sviluppo per le università fu la loro adozione da parte degli ordini mendicanti. Sia i Francescani che i Domenicani avevano come missione sostanziale la predicazione e per questo necessitavano di frati ben istruiti che potessero affrontare argomenti difficili con facilità. Tra i due ordini nacque una rivalità intellettuale, che portò alla competizione tra di essi per inserire i propri frati ai primi posti dell’università. L’interesse che questi ordini ricchi e potenti avevano per il successo delle università accrebbe ben presto il loro prestigio ovunque e aprì un’utile strada ai singoli scolari per continuare la carriera prescelta. Perché, anche se un frate non poteva possedere nulla singolarmente, veniva visto come un membro di valore dal proprio ordine che, di conseguenza, si assumeva l’onere di pagare le rette universitarie. Dunque, per gli studenti costretti ad affrontare molti anni di studio per ottenere un dottorato in teologia, entrare negli ordini mendicanti poteva essere un’ottima idea.
Il potere degli ordini mendicanti causò loro dei problemi, dato che le loro priorità non coincidevano sempre con quelle delle università. Gli ordini volevano predicatori muniti di lauree in teologia e ciò non implicava che avessero ricevuto ma qualifica di Maestro nelle Sette Arti Liberali, qualifica fondamentale richiesta. Le università, d’altra parte, esigendo studenti preparati, provarono ad insistere che le sette arti liberali fossero un prerequisito essenziale per studiare nella facoltà di teologia. Dunque la relazione tra gli ordini mendicanti e le università non fu facile e portò a episodi di grave conflitto.

Quadrante di altezza: inventato dai Greci. Il più antico riferimento musulmano è di Al Kwarizmi (c.a. 840) e la più antica descrizione europea è di Leonardo da Pisa (c.a. 1220).

La conoscenza scientifica
A partire dall’inizio del tredicesimo secolo, molte delle opere sopravvissute degli antichi Greci erano state riscoperte nell’Occidente latino, insieme ai commentari e alle interpretazioni composte dagli Arabi, i quali erano stati ben più di semplici tramiti. La supremazia di Aristotele come “il Filosofo”, affermatasi fortemente nell’Europa Occidentale dal 1300, non s’impose senza qualche resistenza, in particolare nella forma in cui le sue idee erano state adattate dal suo commentatore arabo, Averroé. Innocenzo III condannò la filosofia naturale di Aristotele nel 1210 e, dati gli scarsi effetti, venne istituita una commissione a Parigi nel 1231 per ripulire il corpus aristotelico da idee eretiche così che potesse diventare adatto all’insegnamento. Non si sa per certo se un simile progetto si fosse davvero concretizzato, ma, dal 1255, le sue opere furono ritirate dal sillabo. La crisi avvenne quando, a Parigi verso il 1270, molte tesi derivate da Aristotele e Averroè propagandate dall’insegnamento di Sigieri di Brabante vennero dichiarate eretiche sia a Parigi che a Oxford in seguito a un’inchiesta affidata dal papa al vescovo Stefano Tempier. Gli Averroisti avevano presumibilmente insistito sulla dottrina della doppia verità secondo la quale filosofia e teologia appartenevano ad ambiti diversi ma essa fu condannata in toto. Le 219 tesi condannate da Tempier a Parigi nel 1277 erano diventate una mania nello studio della filosofia naturale della Scolastica, dato che veniva portato o come esempio di censura ecclesiastica o, dopo Pierre Duhem, della liberazione della scienza dalla manomorta di Aristotele.
Gli effetti della condanna del 1277 ebbero comunque bisogno di qualche decennio per farsi sentire, dato che la proibizione non toccava solo gli Averroisti ma anche alcuni dei loro oppositori. Ci si era resi conto che Aristotele, se risolveva molti problemi, doveva anche essere cristianizzato e quest’opera venne perfezionata da Tommaso d’Aquino, il quale, se rifiutava l’Averroismo estremo, riabilitava le idee di Aristotele così da renderle adatti a una fruizione cristiana. Tommaso d’Aquino era appena morto quando vennero promulgate le condanne del 1277, e vi vennero incluse non solo diverse sue affermazioni, ma perfino uno dei suoi allievi, lo stimatissimo canonico agostiniano Egidio Romano, si ritrovò cinquantuno articoli del suo commentario al primo libro delle Sentenze di Pietro Lombardo condannate da Tempier. Egidio, che aveva attaccato le dottrine radicali degli Averroisti e si sentiva assolutamente ortodosso, si difese e rifiutò di ritrattare. Il caso sembrò sospeso dopo che Egidio ebbe lasciato Parigi per conto suo, ma nel 1285 Papa Onorio IV chiese una revisione all’università, anche se non vi sono prove che Egidio vi avesse fatto effettivamente appello, ed egli fu riabilitato. Quest’episodio non sembra aver avuto nessun impatto negativo sulla futura carriera di Egidio, che lo vide, alla fine, arcivescovo di Bourges. Lo stesso Tommaso d’Aquino fu canonizzato da Giovanni XXII nel 1323 quando la sua opera venne dichiarata libera da qualsiasi eresia e le condanne del 1277 vennero interpretate di conseguenza. Apparve chiaro che la sintesi tra l’Aristotelismo moderato e il Cristianesimo era risultata vincente, anche se ciò non impedì a numerose altre idee filosofiche di circolare negli anni seguenti, e lo stesso Tommaso d’Aquino non godette della reputazione di “Dottore Universale” della Chiesa fino alla Controriforma, quando Pio V gli attribuì questo titolo.
Che Aristotele fosse fallibile ce se n’era resi conto ben presto. Tolomeo si era ritrovato a dover sostituire la sua cosmologia fatta di cerchi perfetti con una fatta di epicicli e altre addizioni, pur mantenendo il sistema geocentrico. Nell’Alessandria del sesto secolo, Giovanni Filopono aveva notato che gli oggetti pesanti non cadevano più velocemente di quelli leggeri come affermava il Filosofo. Quando Aristotele venne riscoperto in Occidente, venne presto stabilito che, nel momento in cui vi fosse chiara contraddizione tra la sua filosofia e la fede cristiana, la seconda dovesse sempre prevalere. Ciò non costituiva un grande handicap, dato che, in materia di scienze naturali, la fede non ha molto da dire. La Bibbia può essere letta in maniera non letterale quando necessario, come Agostino stesso aveva precisato, così che Guglielmo di Conches poteva perfino definire figurativo il racconto della Genesi. Quasi tutti erano d’accordo che la Terra fosse una sfera, anche se la Bibbia implica una terra piatta. Ma, il fatto che Aristotele e la fede siano in chiara contraddizione in alcuni punti, come quello in cui questi afferma che il mondo sia increato ed eterno, indebolisce la sua autorità e permette di sfidare le sue idee. Ciò aprì la porta all’idea di una conoscenza in evoluzione, che si presume spesso sia stata assente dalla visione medievale. Se ciò non va inteso certamente nel senso delle rivoluzioni scientifiche concepite da Francesco Bacone, il fatto che le idee potessero essere discusse, criticate e rifiutate suggerisce il desiderio di un pensiero nuovo piuttosto che quello di commentare un corpus già esistente che si pensa contenga tutte le risposte, da tirare soltanto fuori all’occorrenza. In linea di massima, comunque, il mettere le autorità più influenti sotto esame era un’abitudine degli intellettuali, parodiata da Galileo e vividamente dimostrata dall’inabilità degli anatomisti precedenti a Nicolò Vesalio a notare le deficienze dello schema di Galeno. Le opere teoretiche volte a migliorare le soluzioni diedero impulso alla teoria dell’impetus di Giovanni Buridano, alle considerazioni di Nicola Oresme su una possibile rotazione della Terra, e forse anche a Copernico, che pose la Terra al centro dell’Universo. Ma nessuno di costoro, meno di tutti Copernico, fece mai alcun esperimento o osservazione per verificare le proprie ipotesi. Dunque, le connessioni tra queste idee sono tutt’altro che chiare, e dobbiamo guardarci dal retrodatare semplicemente di qualche secolo la versione positivista o “superominista” della storia della scienza. La Scienza durante il Medioevo era una materia essenzialmente teoretica, e una branca della filosofia, da cui il termine comune di “filosofia della natura”. Anche se Ruggiero Bacone, Alberto Magno e Nicola Oresme introdussero il concetto di esperienza (cioè di osservazione controllata) la sperimentazione e il lavoro tecnico non erano campi che riguardavano il filosofo della natura accademico. Essi non amavano sporcarsi le mani, e al posto degli esperimenti analizzavano le situazioni così come si presentavano in apparenza, senza mai cercare di ripetere il processo nel mondo reale. Dunque, la relazione effettiva tra la filosofia della natura e la realtà fisica rimane frammentata. Seguendo le orme degli antichi Greci, gli intellettuali praticavano lo strumentalismo per salvare le apparenze di phenomena, nel senso che essi volevano costruire spiegazioni concettuali senza preoccuparsi se la realtà vi corrispondesse o no. Con lo scetticismo empirico di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo, l’intera scienza naturale fu ridotta ad ipotesi, che la ragione da sola non poteva distinguere. Ciò conferisce un carattere estremamente rarefatto alla gran parte della filosofia della natura del periodo Scolastico. La questione divenne più che mai acuta nel Rinascimento, durante il dibattito se il modello eliocentrico di Copernico fosse solo un’utile invenzione, dato che Copernico segnò un passo che sarebbe stato una rottura radicale con il pensiero medievale, o il modo in cui stessero realmente le cose. Il metodo sperimentale deriva dalla tradizione alchemica ed ermetica più che dalla filosofia della natura delle Università. Anche altri approcci di età contemporanea, come la teoria di medio raggio dei calcolatori di Merton (che descrive il moto al di sotto dell’accelerazione uniforme ed era applicato ad ogni sorta di situazioni che noi considereremmo le più inappropriate) non sembrano esser state oggetto di una qualche sperimentazione. La teoria di medio raggio descriveva il moto di un corpo in caduta libera, ma nessuno sembra averlo riscontrato.

Staffa a croce: inventata dal provenzale Levi b. Gerson nel 1342 per le misurazioni astronomiche. Fu più tardi adattata ad uso della navigazione. Questo modello è visto come strumento di navigazione.

L’ insegnamento della scienza nell’Università
Di solito, i neo-studenti approdavano all’università a quindici anni e s’immatricolavano nella facoltà delle Arti Liberali. Lì, apprendevano le materie che venivano viste come essenziali per affrontare qualunque altra cosa: la logica e la filosofia della natura basate sulle opere di Aristotele. Dopo tre o quattro anni di studio, lo studente doveva affrontare un dibattito e, se lo superava, diventava Dottore delle Arti. Poi, dopo un anno o due, prendeva parte a un dibattito finale con il suo Maestro e veniva dichiarato Maestro delle Arti. Ciò significava che lo studente poteva continuare la sua carriera scegliendo una di queste due strade: o diventare docente (Maestro Reggente) all’interno della Facoltà delle Arti Liberali in ogni università in cui vigesse lo ius ubique docendi (il diritto di insegnare dovunque), o iniziare un dottorato in una delle facoltà di livello superiore, Medicina, Diritto Civile e Canonico o Teologia. Sebbene la maggior parte delle Università avesse la Facoltà delle Arti Liberali, poche potevano vantare tutte e tre quelle di livello superiore, e tendevano a specializzarsi. Per esempio, Bologna e Padova erano rinomate per le loro scuole giuridiche, Parigi per i suoi teologi e Salerno per la medicina. Oxford, almeno, sembra aver posseduto tutte le facoltà già prima del 1268. Dopo ulteriori numerosi anni di studio nella facoltà di livello superiore, lo studente poteva esser finalmente ammesso alla Laurea Dottorale, il che significava poter entrare a far parte della facoltà e iniziare ad esercitare. Prima di raggiungere la rilevante laurea professionale, molte giurisdizioni proibivano a un individuo di esercitare, scrivere o fare ricerche su un argomento. Per esempio, era proibito a chiunque non fosse Dottore in Teologia di pronunciarsi in materia e furono molti e vani i tentativi di affidare l’attività medica solo a medici specializzati.
Gli studenti universitari studiavano la filosofia della natura ascoltando un lettore leggere i testi e spiegarli loro. Di nuovo, la pratica non era prevista (almeno fuori dalla facoltà di medicina), benché i reali metodi d’insegnamento rimangano tuttora troppo oscuri per formulare un giudizio valido, così come la misura in cui gli studenti venissero incoraggiati a studiare criticamente ciò che veniva loro insegnato. Aristotele stesso era giustamente considerato troppo difficile per gli studenti alle prime armi, e dunque venne prodotto un certo numero di testi a fini pedagogici, come il De sphera di Giovanni Sacrobosco e la Perspectiva communis di Giovanni Peckam. L’estensione cui giunse il sillabo nel tardo Medioevo può essere verificata dai documenti di Oxford e da specificazioni simili di Parigi. La versione più antica risale al 1268 e include l’antica logica (che era stata tradotta in Latino da
Boezio nel sesto secolo) e la nuova logica (che arrivò solo nel dodicesimo secolo) insieme alla grammatica di Prisciano e Donato. Dal 1409, venne aggiunta l’Isagoge di Porfirio (un commentario sulle categorie aristoteliche) insieme al De sphera. Il sillabo tardorinascimentale del 1564 vede anche l’aggiunta dei classici latini, in particolare Virgilio e Cicerone, probabilmente in seguito all’influenza degli umanisti. Questa lista non ci deve dare l’impressione che il programma venisse aggiornato solo ogni 150 anni ma il fatto che si studiassero gli stessi libri per secoli non suggerisce un rapido cambiamento nel bagaglio di conoscenze.

Torquetto: si tratta di uno strumento complesso e sofisticato caratteristico dell’astronomia medievale e della tradizione tolemaica. Concepito per rilevare e convertire misure fatte in tre serie di coordinate: orizzontale, equatoriale ed eclittica. In un certo senso, è un computer analogico. Questo esemplare è modellato su illustrazioni dei secoli XIII e XIV: gli unici esemplari superstiti risalgono al XVI secolo o sono posteriori.

La disciplina universitaria
Il maggior privilegio dell’essere studente o maestro universitario era il fatto di avere lo status legale di chierico, il che significava avere un alto livello di immunità di fronte alla giustizia secolare, e venire invece giudicati dalle di gran lunga più blande corti ecclesiastiche. Di conseguenza, uno dei vantaggi di essere delle corporazioni autosufficienti era il fatto che l’università fosse responsabile della propria disciplina interna e raramente dovesse ricorrere alle autorità esterne. Dunque, la disciplina universitaria era in gran parte casalinga e seguiva le forme del diritto canonico così come sono presentate da Graziano nel suo Decretum.
Gli studenti erano soggetti alla disciplina degli statuti universitari e, senza bisogno di dirlo, la maggior parte dei casi documentati a questo livello riguardano ubriachezza, fornicazione e rivalità cui gli studenti indulgevano nel momento in cui si trovavano per la prima volta tutti insieme lontano da casa. Oggi è meno comune il problema degli studenti che portano armi. In alcune circostanze, ci si poteva appellare al giudizio del vescovo locale che aveva la giurisdizione sull’università e, in ultima istanza, alla curia.
Un’altra forma di disciplina veniva esercitata dagli esami, e sembra che, almeno nella facoltà di teologia, il lavoro del candidato fosse soggetto a un test di ortodossia. L’esame, per il Maestro delle Arti, comprendeva una disputa orale su dei testi stabiliti nella quale veniva richiesto al candidato di difendere una data posizione mentre venivano anche enunciate visioni opposte. Ma, per un Dottorato di Teologia, è evidente che il lavoro scritto che veniva prodotto dovesse essere attentamente esaminato da una commissione che ne verificasse l’ortodossia quanto le capacità di studioso. Se nel lavoro del candidato venivano riscontrate opinioni eretiche, esse di per sé non lo rendevano eretico, ma dovevano essere corrette. Ciò non costituiva per forza uno stigma permanente e, come ho detto in precedenza, tra i molti esempi che si possono fare, Egidio Romano finì la sua carriera da Arcivescovo, a dispetto del fatto di essere stato accusato, da studente, di opinioni eretiche. Dunque, non solo erano molti i campi disciplinari dei quali l’università si occupava, ma le conseguenze raramente si facevano sentire al di fuori di essa.
Una volta che una lista di errori era stata effettivamente estratta dall’opera di uno studente, spesso da un suo commentario sulle Sentenze di Pietro Lombardo, questi aveva comunque la possibilità di ritentare e gli si aprivano un certo numero di possibilità di difendersi. Nel caso del teologo nominalista Giovanni di Mirecourt, possediamo la lista originale di 63 tesi estratte dalla commissione teologica di Parigi dal suo commento alle Sentenze, la replica di Giovanni e la lista finale corretta di 41 tesi che questi aveva acconsentito a ritrattare. Le confutazioni di Giovanni erano più o meno dello stesso genere di quelle usate da Egidio Romano e da altri imputati. Giovanni negò con tutte le forze, senza alcun’altra spiegazione, che avesse detto ciò che era stato accusato di dire (questa difesa fu efficace in tutti e cinque i casi in cui la usò), spiegò cosa aveva realmente voluto dire, insisteva che il presunto errore non era affatto eretico o si appellava all’autorità dei Padri della Chiesa. Ottenne che metà dei suoi articoli venisse cancellata, ma era permesso anche aggiungere nuovi errori alla lista. Dunque, se Giovanni aveva potuto respingere circa trenta accuse, si ritrovò davanti ad altre quindici. Il risultato finale fu una lista concordata, promulgata con allegate la ritrattazione di Giovanni e le istruzioni del Cancelliere dell’Università che proibivano che tali opinioni fossero portate avanti, sostenute o difese, in pubblico o in privato.
Dalla fine del Medioevo, le università videro che avevano ottenuto il risultato di aver preservato in gran parte la propria autonomia, e che la loro reputazione era tale da spingere anche altri ad usufruire della loro esperienza. Ciò era particolarmente vero per la Facoltà di Teologia dell’Università di Parigi, che finì per essere vista quasi come la vera fonte dell’ortodossia, e per essere di frequente consultata per i problemi ad essa collegati. Il caso di Simone di Phares della fine del quindicesimo secolo è illustrativo di questo. Simone aveva il monopolio di una specie di mercato della pratica astrologica di Lione, che ebbe un tale successo che vi ricorreva perfino il re. Ciò portò a frizioni con il clero locale, abitualmente in uno stato di tregua armata con gli astrologi, e Simone fu trascinato davanti alla corte dell’Arcivescovo. Lì fu probabilmente riconosciuto colpevole di aver praticato la magia, la cui pratica gli fu proibita e la sua biblioteca confiscata. Simone, per riavere indietro i libri, fece appello al Parlamento di Parigi invece che al Papa, e questo girò la causa alla Facoltà di Teologia, dato che probabilmente il Parlamento non aveva la più pallida idea di cosa i libri contenessero, lasciando che fosse la facoltà a emettere la sentenza. I teologi ruminarono per qualche tempo prima di dichiarare sospetti solo pochi libri di Simone, anche se il resto era tollerabile. Simone si vide respinto il suo appello di restituzione, ma non sembra sia incappato in conseguenze più gravi.

La bussola: la bussola a scatola lignea sembra essere stata inventata nel 1300 nel Mediterraneo. Probabilmente la bussola arrivò dalla Cina nel XII o XIII secolo. Questo esemplare è modellato su un esemplare esistente del XV secolo.

Il controllo esterno sulle accademie
Era il campo potenzialmente pericoloso della Teologia a riguardare la Chiesa, ben più della filosofia naturale, e molti esempi di provvedimenti disciplinari riguardano il primo. Questi provvedimenti erano essenzialmente procedure di disciplina interna all’università e, come abbiamo visto, la sanzione abituale era poco più della ritrattazione dell’errore e la revisione del lavoro per correggerlo. Di solito un argomento riceveva il verdetto dell’università solo se vi ci si appellava, o se l’argomento era divenuto di pubblico dominio e sufficientemente noto, come, per esempio, nel caso degli Amalriciani di Parigi, in cui l’insegnamento di un docente universitario di Teologia aveva rischiato di dare origine a una setta eretica. Come sopra menzionato, molti accademici erano al tempo stesso membri degli ordini mendicanti, dunque erano soggetti alla giurisdizione del loro ordine e potevano subire provvedimenti disciplinari da questa direzione. Il caso più famoso è Ruggiero Bacone, che sembra essere stato imprigionato dai suoi superiori dell’ordine francescano per non aver chiesto il loro veto sulla sua opera prima della pubblicazione.
Non sembra che gli agenti più infamati della disciplina ecclesiastica medievale, gli inquisitori, abbiano avuto un ruolo preponderante nel rapporto con gli accademici, ma potevano esser coinvolti in certi casi. La voce che qualcuno stesse insegnando opinioni eretiche poteva arrivare all’orecchio dell’inquisitore locale, il quale poteva indagare e, se appurava che le accuse corrispondevano a verità, concedere al docente di ammettere e ritrattare l’errore prima di imporgli la pena. Dato che l’inquisitore non era parte dell’università, è scontato che il caso dovesse avere già acquisito un certo grado di notorietà, magari mediante dispute e letture pubbliche, prima che questi ne sentisse parlare e fosse di conseguenza obbligato a intervenire.
Il caso ben noto di Cecco D’Ascoli illustra in che modo ciò potesse accadere, ma mostra anche le tante difficoltà a ricostruire cosa fosse effettivamente successo. I fatti sono la condanna al rogo di Cecco a Firenze il 15 dicembre 1327. Tre anni prima, era stato trovato colpevole di “discorsi contro la fede Cattolica” dall’inquisitore Lamberto di Cingulo, a Bologna, dove Cecco era docente, con il risultato che venne multato, i suoi libri confiscati e gli venne proibito di insegnare o di praticare l’astrologia. Sfortunatamente, la condanna non ci dice in cosa consistessero questi “discorsi offensivi”, anche se le autorità successive, come l’inquisitore quattrocentesco Francesco Fiorentino, menziona che questi avrebbe insegnato e scritto che Gesù avrebbe vissuto e sofferto in quel modo perché sarebbe nato sotto una stella speciale, la stessa che aveva anche guidato i magi dall’Oriente. Contrariamente a ciò su cui Francesco insiste, Cecco non menziona niente del genere nei libri che di lui ci restano (nemmeno in quelli che furono bruciati con lui), dunque i suoi discorsi furono con tutta probabilità verbali, e pronunciati durante le letture. Il fatto che Cecco non fosse stato punito più severamente ci induce a pensare che egli avesse confessato e ritrattato i suoi errori. Comunque, la sua era chiaramente un’eresia grave, dato che non se la cavò con una semplice ritrattazione, come invece accadde a Biagio di Parma nel 1396, quando anche lui venne giudicato colpevole di “discorsi contro la fede Cattolica”. Cecco lasciò Bologna e si trasferì a Firenze, dove prontamente infranse il divieto dell’inquisitore e divenne astrologo di corte di Giacomo di Brescia. Quest’ostinata disobbedienza lo connotò immediatamente come eretico recidivo e, nel momento in cui si ritrovò davanti all’inquisitore fiorentino, Accorso, non sorprende che fosse stato abbandonato al braccio secolare. Dato che il rogo era il destino dei recidivi, tutto sembra essersi svolto nel modo in cui ci si sarebbe aspettati.
I limiti fissati dalla Chiesa pertinenti alla filosofia della natura e alla scienza sembra fossero ben definiti e consistevano principalmente nell’evitare argomenti che potessero avere una valenza teologica. In astrologia, era proibito affermare un modello completamente deterministico nel quale l’influenza delle stelle prevalga sul libero arbitrio o, come si pensa che Cecco abbia fatto, fare l’oroscopo di Gesù. Gli alchimisti dovevano evitare frodi e non indulgere troppo in qualcuna delle presunte appendici diaboliche alla loro materia, conformemente alla bolla di Giovanni XXII, Spondent quas non exhibent. Per i medici, era bene attribuire molte cose a cause naturali secondarie, ma non affermare che i miracoli fossero impossibili. Né l’eternità del mondo né l’esistenza di altri mondi poteva essere esposta nella cosmologia e nella fisica come fatto reale. Infine, non era accettabile affermare che il mondo naturale dovesse essere per forza così com’è, e che Dio non avesse potuto crearlo in modo diverso, o che non potesse sconvolgere l’ordine naturale, se l’avesse voluto.
Alcuni controversialisti avrebbero voluto che i limiti fossero molto più stretti, ma sembra che i punti sopra menzionati siano stati molto labili per la maggior parte del periodo esaminato. Ciò non significa che tutti i casi in cui i limiti venissero infranti finissero in una querela o addirittura in un divieto, ma che si potesse stare tranquilli di rimanere fuori dai pasticci rispettandoli. Di conseguenza, esisteva una certa varietà di formulae che permettevano di esplorare argomenti apparentemente proibiti. Per esempio, dato che era proibito affermare l’effettiva esistenza di altri universi, si poteva dire che Dio avrebbe potuto creare altri universi se l’avesse voluto, e dunque esplorarli. Parimenti, la Quaestio, una forma comune di scritto accademico a quel tempo e l’equivalente scritto della Disputatio, richiedeva che si esponessero gli argomenti di entrambe le parti prima di trarre una conclusione che non contraddicesse la fede. In questo contesto, se si voleva, si poteva attingere dalle varie opinioni eretiche e portare degli argomenti in loro favore. Infine, un’opera poteva essere scritta in un linguaggio così astruso e oscuro che il censore non avrebbe avuto la più pallida idea di cosa volesse realmente dire. Le dispute sul vero significato di presunti scritti eretici erano comuni, dove i difensori affermavano che erano state soltanto fraintese.

Riccardo di Wallingford, abate di St. Albans, e il suo orologio astronomico – miniatura dalle “Gesta abbatum monasterii Sancti Albani”, XIV secolo – Londra, BL.

La leggenda della scienza medievale
I tradizionali testi positivisti di Storia della Scienza tendevano o a ignorare o a denigrare le conquiste dei filosofi della natura del Medioevo e, ad essere sinceri, sembra esserci certamente una differenza radicale tra gli Scolastici e gli esponenti della nuova filosofia seicentesca. Gli storici sono d’accordo su come sia avvenuto questo cambiamento, ma c’è una crescente consapevolezza che le sue radici si possono trovare nel Medioevo. L’analogia dell’universo con una macchina, tipica della filosofia meccanicistica di Descartes, compare in Europa occidentale con Ugo di San Vittore nell’undicesimo secolo. Come abbiamo visto sopra, Pierre Duhem vide nelle condanne del 1277 il rifiuto dell’idea che l’universo dovesse essere come Aristotele l’aveva concepito, e la presa di coscienza che gli avvenimenti dell’universo dovessero essere empiricamente determinati. Il neoplatonismo di Copernico e Keplero è stato sviluppato in Italia nel tardo Medioevo, mentre l’insistenza su un universo intellegibile e razionale era già stata sviluppata dalla filosofia della natura scolastica.
Come accade spesso, il dibattito è stato sviluppato polarizzandosi su due posizioni opposte – la continuità della scienza tra il Medioevo e l’Età Moderna, e la rivoluzione scientifica che avrebbe segnato una rottura decisiva con la tradizione precedente. A. C. Crombie è un esponente di primo piano della scuola della continuità, che fa risalire il metodo sperimentale a Roberto Grossetesta e a Ruggiero Bacone. Edward Grant vede la scienza moderna come costruita sulle solide basi medievali di distinzione tra scienza e religione, razionalità e istruzione universitaria. La grande tentazione dei sostenitori della continuità, cui non tutti resistono con successo, è il leggere idee scientifiche moderne nelle opere di secoli precedenti. Per esempio, Grant vede forse troppo nell’opera di Gregorio di Rimini sull’infinità e tenta di farne un precursore delle teorie ottocentesche di Georg Cantor dei numeri trasfiniti. I commenti di Ruggiero Bacone sull’esperimento tendono ad essere sopravvalutati, soprattutto quando esiste un’evidenza minima che egli stesso avesse mai fatto qualcosa in questa direzione. Comunque non si vuole portare troppo in là questo criticismo, quando è certo che la struttura accademica delle università abbia prodotto la maggior parte degli individui impegnati nel campo della scienza nella prima età moderna con un sillabo essenzialmente medievale.
A dispetto dell’enorme mole della storiografia moderna sulla rivoluzione scientifica, non esiste una risposta condivisa alla domanda sul perché sia avvenuta nell’Europa occidentale del Seicento e non altrove o prima. Alcune teorie comprendono: il suggerimento del sociologo Robert Merton che il Puritanesimo abbia creato le condizioni per la scienza, il sistema di Thomas Kuhn della scienza normale e della rivoluzione, il dar credito di Frances Yates alla magia ermenetica, quello di Duhem e Stanley Jaki alla teologia cattolica, e l’opinione di Lynn White che la forza portante fosse il cambiamento tecnologico. Nessuna singola teoria si è rivelata soddisfacente o convincente, dato che esse tendono a guardare a cause interne ed esterne piuttosto che a una combinazione di cause. Per quanto riguarda il contesto esterno, il contributo medievale può esser venuto dall’istituzione dell’università, dalla ricezione del pensiero greco e arabo e dalla concezione di un Dio creatore razionale. All’interno della scienza medievale, c’è il lavoro di sviluppare, criticare e confutare ipotesi iniziato dai filosofi della natura del Medioevo e ancora in corso.

Riccardo di Wallingford, abate di St. Albans, costruisce l’orologio astronomico – miniatura dalle “Gesta abbatum monasterii Sancti Albani”, XIV secolo – Londra, BL.

Conclusione
La filosofia della natura, così com’era insegnata alla facoltà universitaria delle Arti Liberali, era vista essenzialmente come un campo di studio a sé stante e in vista di discipline superiori. Era un campo indipendente, distinto dalla teologia, che godeva di un ampio raggio di libertà intellettuale in quanto era limitato al mondo naturale. Benché si dovesse in teoria intervenire se i filosofi della natura uscivano fuori da questi limiti, i procedimenti disciplinari ecclesiastici erano principalmente rivolti ai teologi che si muovevano in un campo molto più spinoso. In generale, le scienze naturali ebbero il sostegno della religione a partire dal tardo Medioevo e vennero riconosciute come elemento importante del sapere. Se la scienza medievale avesse portato direttamente o no alla nuova filosofia della rivoluzione scientifica rimane una questione ancora dibattuta, ma è certo che ebbe un’influenza significativa.

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Traduzione dall’Inglese da http://jameshannam.com/medievalscience.htm

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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