La vita degli studenti

Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne – particolare del monumento funebre al giurista Giovanni da Legnano, 1386 circa – Bologna, Museo Civico Nazionale.

All’inizio del XII secolo tutte le città episcopali aprono delle scuole; non c’è parrocchia che non abbia la sua scuola elementare; né vescovado, in ogni caso, che non abbia le sue “scuole superiori”. Le più famose sono quelle di Reims e di Chartres in Francia, quelle di Salerno e di Bologna in Italia. Aggiungiamo che anche la maggior parte dei monasteri più importanti hanno le loro scuole.
I rapporti tra scuole e autorità variano da una città all’altra. A Bologna, città cui va l’onore di aver dato i natali, nel XII secolo, alla prima università, l’universitas (la parola significa semplicemente “associazione”, ed è riferita a qualsiasi mestiere) non comprende in principio che gli studenti: i professori ne sono esclusi… Sono gli studenti ad assicurare il funzionamento del centro di studi e d’insegnamento. Sono loro ad assumere i maestri, a valutare il loro insegnamento, a licenziarli se necessario. S’immischiano persino nella loro vita privata: li sottopongono non solo a un codice di deontologia, ma addirittura a un codice d’etica.
A Parigi, invece, queste scuole sono poste sotto l’autorità del cancelliere del vescovo. Ora, in una data incerta, verso il 1180, i maestri e gli studenti manifestano insofferenza nei confronti della tutela del cancelliere. Tutti sanno che il mondo dello studio è un mondo turbolento. Nel frattempo, bisogna dirlo, proprio a Parigi, la rinomanza delle scuole di Notre-Dame, era cresciuta. Maestri come Guglielmo di Champeaux e Abelardo avevano contribuito a darvi una rinomanza straordinaria e ad aumentare considerevolmente la massa degli studenti che si ammassavano nella Cité. È allora che, piuttosto che piegarsi alle esigenze del cancelliere che pretendeva di essere il solo a poter rilasciare, come in passato, la licentia docendi – il permesso di insegnare: il termine “licenza” è sopravvissuto fino ai nostri giorni -, maestri e studenti decidono di passare dall’altra parte della Senna e di trasferirsi sulla riva destra, sulle pendici della montagna di Sainte-Geneviéve. Per qualche tempo, la situazione resta sospesa, finché, poiché si sono visti dar ragione dal papa in persona contro il vescovo e il suo cancelliere, maestri e studenti si costituiscono in corpo di mestiere, in “università dei maestri e degli studenti di Parigi”. Corpo autonomo, si amministra da sé, in modo assolutamente libero, e ben presto ottiene favori sia dal re che dal papa. A partire dall’anno 1200, il re di Francia Filippo Augusto conferma questa libertà sottraendo maestri e studenti alla polizia reale. Un debole ricordo di questo privilegio – che, oggi, sembrerebbe esagerato – rimane nel fatto che, almeno in teoria, sia vietato alla polizia entrare nei locali dell’università di Parigi. Per avere un’idea di quel che rappresentava un simile privilegio, in effetti, bisogna sottolineare che uno studente che avesse commesso un reato non potesse essere giudicato che da un tribunale composto da studenti e professori.
D’altra parte, non immaginiamo quest’università, almeno all’inizio del XIII secolo, come un unico corpo di costruzioni alla maniera delle nostre università. È dispersa. Ed è così che place Maubert a Parigi, il cui nome deriva da Maitre Albert (“Maestro Alberto”), vedeva Sant’Alberto Magno tenere i suoi corsi di teologia, che erano seguiti da uno studente napoletano che si chiamava Tommaso d’Aquino. Le case che si ergono sulla montagna di Sainte-Geneviéve, in mezzo ai vigneti di cui quelle colline sono coperte, sono abitate ormai da maestri e studenti. Non tardano ad esserne costruite di nuove. Un bel giorno (1202), si vede Mathieu de Montmorency, signore di Marly, cedere per costruirvi quelli che allora si chiamavano “ospedali” (case per ospiti), un vigneto che allora veniva chiamato Garlande; oggi, è rue Garlande. In un’altra strada si raggruppano i commercianti di pergamena. Sono le cartolerie del tempo, e Dio sa quanta pergamena venisse consumata in quest’università di Parigi, dove si era più avidi di sapere che altrove. Oggi resta rue de la Parcheminerie (“via della pergameneria”). Un’altra strada ha preso il nome delle balle di fieno sulle quali la maggior parte degli studenti si sedeva per ascoltare e per scrivere: è rue de la Fouarre. Tutto un mondo è scritto nella topografia della vecchia Parigi, su questa riva destra.
Parigi non tarda a imitare Bologna e a possedere le quattro facoltà: teologia, medicina, diritto canonico, e soprattutto la facoltà delle arti; la parola comprende in realtà le sette branche dette sette arti liberali, raggruppate secondo un sistema che sarebbe rimasto in uso per molto tempo ancora.

Le sette arti liberali – miniatura dall’Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg.

C’è quello che viene chiamato il trivium: grammatica (che comprende grammatica e letteratura), retorica e dialettica; poi il quadrivium, cioè: la geometria, la musica, l’aritmetica e l’astronomia. Di fatto, lo studio delle arti liberali costituisce ciò che noi chiamiamo “scuole superiori”, che si compie tra i dodici e i diciotto anni. Poi ci si rivolge all’una o l’altra delle quattro facoltà per ottenere la “licenza”, il permesso d’insegnare. Gli studenti delle arti possono dunque proseguire gli studi per altri sei anni per ottenere questa licenza; gli studenti in teologia, dopo aver seguito per otto anni i corsi della facoltà delle arti, si specializzeranno per cinque anni in teologia.
Il loro anno scolastico dura pressappoco quanto il nostro: da ottobre a fine giugno. Il mese di ottobre vede arrivare in massa quelli che vengono chiamati scolari (lo stesso termine veniva applicato agli apprendisti dei vari mestieri). Vengono da ogni dove: Francia, Italia, Spagna, Inghilterra, Germania, paesi scandinavi. Massa straordinariamente eterogenea, ma che parla la stessa lingua, poiché tutti parlano il latino, il latino della Chiesa, quello della traduzione della Bibbia, quello della liturgia. Si raggruppano per affinità, e ben presto si conteranno a Parigi quattro “nazioni” di studenti: Francia, Normandia, Piccardia, Inghilterra; sono altrettante associazioni ognuna delle quali è rappresentata dai suoi procuratori e possiede il proprio sigillo. Quando scoppia qualche rissa, è il procuratore della nazione interessata che fa ricercare i colpevoli e li trascina davanti al tribunale della facoltà.
Gli studenti non sono ricchi. Come in tutti i tempi. Spesso, per vivere, fanno qualche lavoretto. Tra i manoscritti delle nostre biblioteche, se ne trova una gran quantità che sono manoscritti detti a la pecia (al pezzo). Si definiscono così quelli dei quali si è potuto attestare che sono stati scritti da copisti retribuiti al pezzo; un piccolo sistema di notazione, assimilabile, fatte le debite proporzioni, a quei sigilli di lavoratori che si trovano sulle pietre da taglio che permettono a tutti di riconoscere il lavoro che hanno compiuto. Questi segni si ritrovano sui quaderni, spesso dissimulati dalla rilegatura che li univa. Lo studente poco fortunato che voglia mettere su una biblioteca non ha altra possibilità che quella di ricopiare, pazientemente, ma questa volta per uso personale, le opere che gli servono.
Tutta questa gente porta con sé, beninteso, una crisi di alloggio. Un Inglese, e non degli ultimi perché si tratta di Giovanni di Salisbury che insegna teologia a Parigi, si lamenta di non aver potuto trovare alloggio in città se non pagando in anticipo l’alloggio per un anno intero: quasi dodici lire. Un bel giorno, un borghese di Londra che tornava da un pellegrinaggio a Gerusalemme, scosso dal vedere che molti studenti poveri erano letteralmente in mezzo alla strada, decide di fondare un collegio: è il più antico del quale abbiamo notizia. Nel 1180, questo borghese, che si chiamava Josse, versa all’Hotel-Dieu (l’ospedale di Parigi) la somma di denaro necessaria perché diciotto letti fossero riservati agli studenti alloggiati da lui; questi studenti, in cambio di vitto e alloggio, dovranno vegliare a turno i poveri deceduti all’Hotel-Dieu.
Ben presto, queste prime donazioni vengono imitate. Sorgono un gran numero di collegi, che progressivamente danno al Quartier Latino di Parigi la sua fisionomia. Sono, lo si vede, sostanzialmente delle pensioni: il termine “collegio”, nei paesi anglosassoni, designa ancora oggi il luogo dove gli studenti sono alloggiati. Uno di questi collegi conoscerà una singolare fortuna: il collegio della Sorbona, cosiddetta dal nome di Roberto di Sorbon che la fonda nel 1257, su un’area donatagli dal re di Francia San Luigi IX, situata in “rue Coupe-Gueule”, si legge sul documento che testimonia questa donazione.
Poco a poco, i maestri prendono l’abitudine di andare a tenere i loro corsi direttamente nei collegi, ed è così che da semplici pensioni i collegi arrivano a diventare luogo di studio. In rue Jean-de-Beauvais, al numero 9 bis, si può vedere ancora la cappella dell’antico collegio di Beauvais, che risale al XIV secolo. È l’unica testimone dell’università medievale di Parigi. Tutto il resto è stato più volte ricostruito. Dal 1215, con le bolle rilasciate dal papa all’università, si trova il divieto per i locatari di aumentare la pigione per gli studenti, il cui prezzo viene tassato.
Mondo internazionale, dove tanto i maestri quanto gli studenti vengono da tutte le parti del mondo, e mondo turbolento; gli statuti che gli studenti si danno nel 1228 e nel 1244 stabiliscono per essi il diritto di sciopero. Ne faranno uso più di una volta. Ancora più frequente, gli studenti sono conosciuti per essere battaglieri, per attraversare la città con la spada in pugno; le risse tra loro sono frequenti. Il re di Francia Filippo Augusto fece notare un giorno che gli studenti “Sono più audaci dei cavalieri: i cavalieri, in effetti, si coprono con le armature…, mentre i chierici (intendiamo gli studenti), senza armatura e senza elmo, con la testa tonsurata, combattono a colpi di coltello”. Un giorno, nel 1192, una celebre rissa oppone gli studenti agli abitanti del borgo di Saint-Germain-des-Prés. Una volta di più, è ai chierici che si dà ragione; e, ormai, la proprietà del campo dove la rissa ebbe luogo è assegnato all’università di Parigi. È quello che verrà chiamato, in seguito, Pré-aux-Clercs (“Campo dei Chierici”) il cui nome è rimasto in una strada.
Chierici perché, in principio, gli studenti appartengono alla Chiesa e perché il mondo universitario è sempre stato considerato come una sezione a parte delle antiche scuole episcopali e monastiche. D’altronde, gli statuti dell’università stabiliscono che tutti i membri debbano portare la tonaca da chierico e in ogni caso la cappa, il mantello nero e rotondo senza ornamenti, che deve arrivare fino ai talloni “almeno quando è nuovo”, precisano gli statuti, il che lascia intendere che, quando l’orlo diventa troppo sfilacciato, lo si fa accorciare facendone uno nuovo. Gli studenti inglesi portano ancora la tonaca. D’altronde è in Inghilterra che il sistema universitario è rimasto abbastanza simile a quello medievale.
Uno di questi collegi, il collegio dell’Ave Maria o de Hubant ci ha lasciato i suoi statuti, il cui testo è preceduto da una dozzina di pagine sulle quali, con altrettante illustrazioni, ci scorre davanti la vita quotidiana degli studenti: li si vede a letto, svegliati dal suono delle campane – altri tempi, perché nel mondo dei collegi gli studenti si organizzano da soli – che tirano il campanello dal letto; ci sono quelli che sono incaricati delle cure materiali: spazzare, pulire la voliera (tutte le case del Medioevo hanno una voliera), distribuire il vitto non solo agli studenti, ma ai poveri che vengono a bussare alla porta; c’è il bibliotecario che fornisce ai compagni i libri di cui hanno bisogno e che poi ricopieranno, ecc.
Una cosa ci stupisce: il posto che occupa il teatro in questa vita studentesca. La metà o quasi delle illustrazioni rappresenta gli studenti mentre recitano in sacre rappresentazioni e in drammi dell’antichità, e si può pensare che il teatro sia in quell’epoca considerato (questo ci è confermato da altre fonti) come un vero e proprio mezzo di formazione.
Quanto ai corsi veri e propri, sono essenzialmente composti in primo luogo dalla “lettura” (il titolo di lecteur, “lettore”, per indicare il professore è rimasto in uso nelle facoltà francesi), cioè in corsi tenuti dal maestro e consistenti il più delle volte nel commento di un testo, in secondo luogo dalle “questioni dibattute”, e qui si tratta di un vero e proprio lavoro di gruppo tra maestro e allievi, di questioni sollevate e dibattute da una parte e dall’altra. Ciò che noi oggi chiamiamo “metodo attivo” potrebbe essere benissimo una riscoperta, di fatto, dell’insegnamento medievale.
San Bernardo detta queste regole che lo scolaro deve seguire:

  1. assegnare un’ora fissa, ogni giorno, alla lettura;
  2. concentrare l’attenzione su quello che legge;
  3. estrarre dalla lettura quotidiana un pensiero o una verità, e registrarlo nella memoria con molta cura;
  4. scrivere un riassunto di quel che legge;
  5. discutere il suo lavoro con i suoi compagni (ecco il lavoro di squadra, che gli educatori moderni raccomandano, senza tra l’altro riuscire a farlo applicare molto);
  6. pregare, perché, dice San Bernardo, la preghiera è il vero cammino della comprensione.

Si è potuto calcolare, sulla base di dati certi, che ci siano almeno due o tremila studenti a Parigi verso la metà del XV secolo. Per quanto riguarda le epoche precedenti, non si sono potuti fare calcoli, ma un autore del XIII secolo afferma che a Parigi il numero degli studenti eguaglia o supera quello degli abitanti della Cité. Ciò che è ugualmente attestato, è che tutte le classi sociali vi sono rappresentate. Uno studente dell’epoca, che ci ha lasciato le sue memorie, evoca fianco a fianco, seduti ai corsi degli stessi professori, “figli di uomini ricchi e figli di tessitori” (operai, lavoratori manuali).
E, tratto eterno, sono conservate lettere di studenti ai loro familiari che, inevitabilmente, terminano con richieste di denaro. Ecco in quali termini due studenti di Orléans scrivono ai loro parenti che abitano in campagna:

Vogliate apprendere che, grazie a Dio, siamo in buona salute e che ci consacriamo interamente allo studio… Abbiamo una casa bella e buona che è a una casa dalle scuole e dal mercato, e così possiamo recarci ogni giorno alle scuole senza stancarci i piedi… Abbiamo deciso di chiedervi che, per mezzo del portatore delle presenti, voi ci vogliate mandare di che acquistare le pergamene, di che scrivere e uno scrittoio, e altre cose necessarie. Abbiamo fiducia che voi non ci lascerete nell’imbarazzo perché gli studi che abbiamo cominciato possano terminare come si conviene e noi possiamo ritornare nel nostro paese con onore. Voi potrete ugualmente mandarci, attraverso il medesimo portatore, delle scarpe e delle calze. E darci così vostre notizie per la stessa via.

Bibliografia:
Georges e Regìne Pernoud, Le Tour de France Médiévale: l’histoire buissonnière, Stock 1982.
Martin Blais, Sacré Moyen Age, Montréal: Éditions Fides, 1997
Leo Moulin, La vita degli studenti nel Medioevo, Jaca Book, 1992.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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5 risposte a La vita degli studenti

  1. Dave Welf Masters ha detto:

    È tremendamente interessante la vita degli studenti medievali! Essendo anch’io studente e cattolico, mi immedesimo in loro e mi piace molto leggere della loro vita quotidiana. Devo assolutamente comprare i libri della bibliografia, grazie dell’articolo! 😄

  2. Dave Welf Masters ha detto:

    Nell’attesa di comprare i libri ho diverse domande, alle quali spero tu possa rispondere.
    Ad esempio mi chiedo se fossero tutti chierici e poi se nelle fonti che hai indicato ci sono particolari e curiosità come il vestiario, se le loro tonache venivano indossate anche in luoghi profani o a casa, insomma per figurare bene in mente la loro vita. Poi mi chiedo se ci fossero studenti “ortodossi”, cioè della chiesa greca e di come si potesse risolvere che dei greco-ortodossi andassero in università i cui membri erano automaticamente chierici della Chiesa Cattolica. Un’ultima domanda è: gli studenti e i professori si potevano sposare? Io lessi che dal suddiaconato in su era obbligatorio il celibato mentre gli ordini minori non avevano tale obbligo. Quindi era possibile vedere tonsurati che vestivano con la tonaca, passeggiare insieme a moglie e figli? Lessi anche che Petrarca prese gli ordini minori e che non si sposò mai. Eppure altrove leggo che egli divenne cappellano di non ricordo quale cardinale, ma i cappellani per dir messa devono essere preti, quindi aver preso gli ordini maggiori (Carducci si arrabbiava tuttavia sentendo che la gente pensava che P. Fosse un prete). Era nella stessa situazione dei chierici universitari?

    • mercuriade ha detto:

      Andiamo con ordine.
      Prima di tutto le università derivano direttamente dalle scuole cattedrali, destinate al clero secolare, dunque gli studenti erano “chierici” per definizione, almeno appartenenti agli ordini minori, e che dunque, una volta usciti dall’università, potevano tranquillamente sposarsi; ma dipendeva da quale ordine avesse preso la persona in questione.
      Sull’abbigliamento: all’epoca solo gli appartenenti agli ordini religiosi portavano l’abito specifico del loro ordine. Il resto, vescovi e cardinali compresi, vestivano come i laici. L’unica cosa che li distingueva da loro era la tonsura.
      Sulla questione dei greci non sono molto informata; so invece di occidentali che andarono a studiare in Oriente, tra cui Giovanni di Basinstoke, che ebbe come maestra addirittura una donna, Costantina, figlia del metropolita ortodosso di Atene.

      • Dave Welf Masters ha detto:

        Grazie per avermi risposto. Quindi gli studenti erano già chierici quando entravano nella corporazione dei maestri e degli studenti (uiversitas), non venivano ordinati dopo, in conseguenza dell’appartenenza corporativa? Dopo essere usciti potevano sposarsi, ok. Sul vestiario hai scritto che gli statuti imponevano la cappa clausa e altri vestiti. A parte coloro che trasgredivano etc. Comunque non dovevano indossarla ovunque? Ad esempio su wikipedia inglese mi pare o forse su questo libro che cerco di tradurre con la difficoltà dovuta alla mia ignoranza http://books.google.it/books?id=YHKku6nMHOoC&pg=PA163&lpg=PA163&dq=minor+orders+gown&source=bl&ots=rMv2zc0aWH&sig=jyknaeMGBvuzqQ5ila6wjy0OwA4&hl=it&sa=X&ei=rOHjUfiUC4PFPYTFgMAK&ved=0CEAQ6AEwBA#v=onepage&q=minor%20orders%20gown&f=false (cerco di ricavare informazioni dalla storia del Chierico) lessi che gli studenti di Oxford dovevano portare la cappa clausa etc perlomeno all’interno della città e dello studium. Ma come funzionava l’appartenenza alla corporazione? Una volta terminati gli studi, lo studente non apparteneva più alla universitas a meno che non volesse essere maestro? Smetteva di essere chierico? O tale rimaneva?
        Scusa delle tante domande ma come ti ho detto mi immedesimo molto, vorrei proprio figurarmi come sarebbe la mia vita se fossi vissuto ai tempi della Civiltà Cristiana, come mi sarei dovuto vestire, se mi sarei potuto sposare rimanendo chierico e tutto il resto.
        Grazie dell’attenzione 🙂

  3. mercuriade ha detto:

    Credo dipendesse dalle università: ad esempio, Bologna, che era una corporazione di studenti, includeva molti più laici e famiglie che altrove, tanto che a Giovanni d’Andrea potevano tranquillamente far da supplenti le figlie, dato che le lezioni si tenevano generalmente in casa del maestro. Parigi, invece, corporazione di docenti, come molte altre università del Nord Europa, aveva un carattere più spiccatamente clericale, essendo “specializzata” in Teologia, e di conseguenza le lezioni si tenevano nei conventi (come quello dei Cordeliers) o a Notre-Dame, ed erano frequentate più da sacerdoti o futuri tali che da laici che avessero intenzione di sposarsi.

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