Sibilla, la regina fedele alla Chiesa e all’amore

di Marco Meschini

Erede del diadema regio, nel XII secolo impose sul trono di Gerusalemme il suo Guido di Lusignano. Ma incombeva il Saladino…

PATTO SUPREMO – Le nozze di Sibilla e Guido

L’hanno sbeffeggiata in tanti. L’hanno dipinta come una debole e lubrica donnicciola, serva della propria lussuria. Da ultimo ci si è messo anche il regista Ridley Scott, nel suo pastrugno recente Le crociate. Lì la bella Eva Green ne ha preso i panni giusto il tempo necessario per calarli davanti al belloccio di turno, tanto per perpetuare una delle immagini più stantie che circolino sul Medioevo: quello dell’amore coniugale forzato e infelice di contro alla libera avventura, alla sollecitazione dei corpi e delle anime avvinte dal fuoco della passione.
È vero che il Medioevo vide nell’amore extraconiugale una possibile strada alla scoperta del vero amore – e dunque ben prima del femminismo moderno e postmoderno – ma senza per questo confondere il desiderio con il dovere o, peggio, con il diritto. E tantomeno in una donna come Sibilla, la regina di Gerusalemme che assisté alla caduta del Regno per mano di Saladino nel 1187. Perché Sibilla – erede del diadema regio appartenuto a suo fratello Baldovino IV e poi a suo figlio Baldovino V, entrambi morti prematuramente – non consegnò le chiavi di Gerusalemme a un marito che non amava, Guido di Lusignano, ma al contrario all’uomo per il quale si era scontrata con i propri familiari. Insomma la storia ci consegna la figura d’una donna determinata, conscia del potere che le spettava e dei modi in cui avrebbe potuto disporne. Fu dalle sue mani, infatti, che Guido ricevette la corona gerosolimitana, dando vita a una nuova stagione politica in Terrasanta. Certo, si trattò di un batter di ciglia: incoronato nel 1186, Guido finì sconfitto senza appello da Saladino ad Hattin il 4 luglio dell’anno seguente, incapace di contrastare la mente e il braccio di un uomo che aveva saputo unificare gran parte delle terre musulmane dall’Egitto al Vicino Oriente, guidando un jihad accanito contro gli eredi della prima crociata. E si ricordi che la guerra non fu cercata da Guido e dai suoi poco lungimiranti consiglieri bensì perseguita con accortezza da Saladino stesso, il quale colse al volo l’occasione offerta dalle divisioni interne al nemico per farne un boccone.
In un quadro siffatto Sibilla risulta cosciente protagonista, benché perdente, come mostra un nuovo lavoro di Giuseppe Ligato, Sibilla regina crociata (Bruno Mondadori, pagg. 276, euro 24). Ligato torna dunque sulle tracce storiche di quella Terrasanta dove trascorre i mesi estivi della sua vita di storico a frugare tra carte e archivi, con pazienza e tenacia, riportando alla lucedocumenti, confrontando storie e interpretazioni per fornire al lettore lo spettro più ampio possibile di fonti su cui fondare un giudizio personale. È a lui che dobbiamo un’altra opera dedicata ai prigionieri di guerra del tempo (La croce in catene. Prigionieri e ostaggi cristiani nelle guerre di Saladino, CISAM, pagg. 700) che ha fatto pulizia di tante incrostazioni pseudo-storiche sull’argomento.
Ed è forse da questo lungo ascolto delle più piccole testimonianze sugli sconfitti della storia che ha preso vita la biografia su Sibilla. Volta metodicamente a smascherare quell’immagine da mantide che per secoli è stata appiccicata alla «regina crociata», il cui primo marito e i cui figli non le sopravvissero. Si parlò in effetti di avvelenamento, tanto da suggerire al solito Scott una scena assurda – poi non inserita nel film per le sale – in cui Sibilla eliminava il proprio rampollo perché affetto, come lo zio, da lebbra. Eutanasia sibillina, insomma, buona solo a mostrare una volta di più la matrice politically correct del regista inglese. E niente altro, giacché Sibilla fu moglie e madre appassionata, capace di tentare il tutto per tutto quando, esiliata da Gerusalemme, piantò la tenda insieme al marito davanti a S. Giovanni d’Acri dando il via a un assedio che, ridicolo e insignificante all’inizio, sarebbe durato per anni sino all’arrivo di Riccardo Cuor di Leone, permettendo quindi alla Cristianità di rispondere alla sfida lanciata da Saladino. Per allora però Sibilla era morta, colpita da un’arma chimica del nemico: l’avvelenamento dei pozzi con carcasse di cadaveri. Era ormai il 1190 e la regina finiva consegnata alla memoria e alle dicerie della storia. Ma, come scrisse sant’Ambrogio e Ligato ricorda, «si è forti per il proprio valore, non per il proprio sesso».

da “Il Giornale”, 10/02/2006

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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