Maledetti catari, eretici «perfetti»

di Marco Meschini

Il saggio di Malcolm Lambert dedicato alla più misteriosa e temibile eresia che il cattolicesimo abbia mai affrontato

AL ROGO, AL ROGO, Un episodio della Crociata contro gli Albigesi, in una miniatura commemorativa del XIV secolo

L’ultimo cataro bruciò nel 1321. Tra processi, condanne e crociate, alla Chiesa era servito più di un secolo per estinguere quel «cancro» che serpeggiava tra le file dei suoi fedeli. Per combatterlo aveva anche inventato un nuovo strumento, chiamandolo Inquisizione. Aveva lanciato nella mischia santi e fanti, predicatori e torturatori, riconvertiti e professori. S’era applicata alla distruzione delle loro opere, di quei «puri» come li aveva etimologizzati Ecberto di Schönau: catharos, id est puros. Gli aveva risposto Alano di Lilla, per il quale i «catari» derivavano da catus, perché quegli eretici infami erano soliti baciare le terga di un «gatto» durante le loro riunioni: e il felino, si sa, è un simbolo del diavolo.
Certo ai chierici del XII-XIII secolo dovette sembrare che un demonio li avesse partoriti, i catari: perché avevano successo proprio là dove non avrebbero dovuto. Condannavano la carne, e la gente li stava a sentire. E intendevano proprio il corpo, quello fisico: muscoli e ossa, sperma e coito, tutto ciò che faceva parte del mondo carnale era, secondo loro, figlio del Demonio, in opposizione inconciliabile con lo spirito creato da Dio. Non parlavano dunque della carne al modo dei Padri e dei monaci, che si riferivano con quella parola alla tendenza al male presente nell’uomo. Erano proprio convinti che il corpo fosse una prigione per l’anima. Erano veri e propri dualisti, e a qualcuno venne sulle labbra un’antica parola: manichei, seguaci di un dualismo nefasto già sconfitto dalla Chiesa dei tempi che furono. Nel frattempo i «perfetti» catari stupivano i contemporanei per l’austerità di vita: mangiavano poco e chiedevano ancor meno ai loro «credenti», i seguaci che potevano continuare a vivere alla bell’e meglio salvo farsi «consolare» con l’imposizione delle mani di un «perfetto» giusto prima di morire, aprendosi così la via per il Paradiso. Altrimenti si sarebbero reincarnati in uomo o in bestia, a seconda della vita precedente.
La prima risposta della Chiesa era stata di condanna ma anche espressamente pacifica: qualche rogo, isolato, si era sì acceso per l’Europa, ma per il predicatore cattolico ufficiale – quel gigante d’un san Bernardo – i catari andavano convinti «con le parole, non con la forza». La Chiesa andò avanti a predicare e a disputare per decenni, anzi quasi sino alla fine; ma nel frattempo il papato si convinse che anche le autorità secolari dovevano intervenire. E così, a cavallo del Duecento, Innocenzo III prima teorizzò e poi applicò l’idea per cui la Cristianità doveva punire chi attentava alla maestà di Cristo: e la lesa maestà, è noto, è punita con la morte. Si arrivò così alle crociate (e ai roghi) che spazzarono la Linguadoca, volte in prima battuta contro i poteri laici renitenti davanti al compito comune di difesa dell’ortodossia, e cioè ribelli al volere di Roma.
Questo snodo è cruciale, tanto che gli storici di mezzo mondo si arrovellano da decenni intorno a un punto: gli eretici ci furono davvero, oppure furono il parto di un «discorso» ecclesiastico? Non fu cioè la Chiesa a «creare» gli eretici, accusandoli a bella posta di crimini e misfatti per poi farli fuori secondo il proprio tornaconto? Negli ultimi mesi il dibattito si è parecchio surriscaldato, specie in Francia: qualcuno sostiene addirittura che i catari non siano mai esistiti, portando come prova le poche fonti a nostra disposizione… Tuttavia quest’ultimo elemento prova solo l’efficacia della repressione. Ma soprattutto lo slittamento fatale in cui si incorre così è il seguente: scivolare cioè dall’analisi della storia a quella dei ragionamenti degli storici. Di decostruzione in decostruzione – più che in «ricostruzione» – si giunge cioè allo svuotamento totale e alla risignificazione del senso originario: poiché fu la Chiesa a chiamarli eretici, essi non solo non lo furono, ma esistettero solo funzionalmente nei piani – diabolici, verrebbe da dire – di quella. Ma, a parte il fatto che di testi catari ne conosciamo a sufficienza, e che gli enormi sforzi ecclesiastici ed ecclesiali indicano una realtà piuttosto che un «discorso», il problema dei catari si pose in maniera davvero ardua per i medievali: giacché essi pensarono in buona fede a un’eresia, ma non si resero conto di affrontare una religione «altra», diversa in essenza dal cristianesimo, anche se di questo aveva alcune movenze. E fu proprio questa alterità profonda la crisi ultima del catarismo, estintosi sì per la pressione esterna ma, anche e soprattutto, per l’esaurirsi del proprio fuoco interno.

da “Il Giornale”, 02/06/2006

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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4 risposte a Maledetti catari, eretici «perfetti»

  1. itinerariereticali ha detto:

    Beh non avevano alcune movenze di Cristianesimo. Erano dei Cristiani, con una scienza delle scritture, i due testamenti e canoni con cui potevano semplicemente con la ratio e la logica sopraffare i teologi cistercensi. Ogni loro riferimento sono i Vangeli in primis,e le scritture cristiane tutte. Del manicheismo non conoscevano nulla, mai un riferimento in almeno 2 trattati, tre rituali, un vangelo completo e almeno una ventina di registri dell’inquisizione con le loro testimonianze, compresi testi di ex Catari come le Summa di Sacconi, etc. Aggiungo che perfettto, puro, Cataro sono tutti termini con cui sono stati etichettati, ma tra loro si chiamavano cristiani, Buoni Cristiani, apostoli e i loro fedeli li chiamavano buoniuomini.

  2. itinerariereticali ha detto:

    La cena segreta con le traduzioni di Zambon ed. Adelphi, i registri glieli indico tutti? Li può trovare in gran parte sul sito di Jean Duvernoy. Poi c’è il Nuovo Testamento trovato nelle alpi occitane italiane pubblicato da L. Cledat, abbiamo in Muratori la dissertatio 60 o la versione di Prisciano, probabilmente un sunto dell’interrogatorio a Ermanno Pungilupo di Ferrara. Tutte le prime testimonianze da Ecberto di Schonau, ai catari dello Champagne, alla giovane che si rifiutò a un canonico e che confesso di essere stata istruita da un “magistra” eretico dopo aver risposto a questioni sulle scritture, ((Radulphi de Coggeshall – Chronicum Anglicanum) per non parlar degli eretici di Monforte che dicono di leggere e conoscere i due testamenti e i santi canoni, il dibattito con Diego d’Acebes sul nuovo testamento, la Summa di Raniero Sacconi, ex cataro, Moneta nell’edizione ampliata di Ricchini, questi i primi che mi vengono a mente

  3. Mercuriade ha detto:

    Strano, perché anche André Vauchez, nel suo “La spiritualità dell’occidente medioevale” mantiene la terminologia “credenti”/perfetti”. E anch’egli, come il Douais e il Guiraud prima di lui, o il Paolini nei suoi saggi sull’eresia dolciniana, sottolinea la natura sostanzialmente manichea delle eresie di derivazione catara. Questo non vuol dire escludere le Scritture, ma dare loro tutt’altra interpretazione rispetto all’ortodossia, esattamente come avevano fatto gli gnostici nei primi secoli del Cristianesimo. C’è da dire comunque che nulla è più soggetto alle variabili locali delle correnti eterodosse, e quella che conobbe Ecberto di Schonau era molto diversa da quella albigese, la quale a sua volta era diversa da quella dolciniana.

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