Un’avventura al femminile: la consacrazione nel Medioevo dalle diaconesse a Santa Chiara.

Isidoro di Sibiglia consegna la sua opera alla sorella Fiorentina - frontespizio delle Etimologiae, VII sec. - Parigi, BnF.

Isidoro di Siviglia consegna la sua opera alla sorella Fiorentina – frontespizio delle Etimologiae, VII sec. – Parigi, BnF.

Bernardo di Costanza annota, nel 1091, osservando le diverse esperienze religiose che “feminarum innumerabilis multitudo his temporibus se ad huius modi vitam contulerunt”. Tale considerazione ci testimonia che una vita religiosa al femminile, o meglio di alcune donne che liberamente decidono di vivere il Vangelo in obbedienza al vescovo e in comunione con la Chiesa, è attestato sin da i primordi della vita delle comunità cristiane.

Processione di monache - miniatura dal Codex biblicus legionensis, León (Spagna), 960 - León, Museo de la Real Colegiata de San Isidoro.

Processione di vergini – miniatura dal Codex biblicus legionensis, León (Spagna), 960 – León, Museo de la Real Colegiata de San Isidoro.

La consacrazione a Cristo affonda le sue radici nell’antica disciplina della Chiesa, per il mondo femminile combina due riti: quello della consacrazione delle vergini, con i simboli del velo e dell’anello, e quell’altro della benedizione delle diaconesse, con la consegna della stola e del manipolo. La fusione dei due riti trova poi la sua sistemazione giuridica nell’antica tradizione del monastero di Prébayon, fondato nel 611 da S. Germelia, di indirizzo certosino. Questo è una delle prime testimonianze della consacrazione istituzionalizzata inserita nella vita della Chiesa medioevale. Ebbene ora è nuovo l’assetto che modifica quello tradizionale vigente nelle comunità religiose femminili: monache, converse e le oblate. Alla monaca professa si aggiunge la monaca consacrata, che indossa stola e manipolo nel giorno della sua consacrazione, nel giubileo e nell’ora della sua morte. Sono simboli che le permettono di leggere l’epistola durante la messa e di cantare il Vangelo in assenza del sacerdote durante l’ufficio notturno, per il resto la vita ascetica segue da vicino quella dell’ordine maschile.
Anche il mondo femminile segue lo sviluppo e la proliferazione di esperienze di consacrazione tra le più disparate, tali che anche la vita consacrata femminile del tempo rientra nel “Ne nimia religionum diversitas” del Lateranense IV. Esso vieta agli ordini maschili e a quelli femminili di abbracciare le regole già esistenti: la proliferazione sta ad indicare che non solo in campo maschile ma anche quello femminile è una realtà in continua ebollizione da non sottovalutare. Un dato di fatto comunque è stato risolto per ciò che concerne la cura spirituale e l’appoggio materiale delle consacrate del tempo, meglio conosciuto come “cura monalium”. Ebbene considerando il fatto chela vita religiosa del tempo per le donne appartenenti ad ordini monastici prevedono la vita contemplativa, mentre per quelle appartenenti ai movimenti canonicali dediti alle opere di misericordia la vita attiva, entrambe presentano lo stesso problema: spetta ai monaci o ai canonici a cui esse fanno riferimento, la cura spirituale e l’amministrazione dei beni temporali.

Ildegarda di Bingen e il suo segretario Wolmar - miniatura dallo Scivias, XIII sec.

Ildegarda di Bingen e il suo segretario Wolmar – miniatura dallo Scivias, XIII sec.

Prima di addentrarci nel nostro tema diamo uno sguardo sintetico di esperienze di vita monastica od eremitica e di quelle legate ad ordini canonicali. Due figure di rilievo sono le figure di S. Elisabetta di Schonau (Treviri in Germania, +1164) e S. Ildegarda di Bingen (Assia in Germania, +1179) che potrebbero rappresentare gli aspetti più rilevanti del monachesimo femminile. Ambedue, in modalità diverse recitano al femminile la parte dei predicatori apostolici, per l’alto spessore della loro spiritualità e pertanto a seguito dell’apporto loro dato sono ritenute luci viventi della Chiesa del loro tempo. Ciò che stupisce è che esse rimangono vicine alla vita ordinaria, e tuttavia indicano con la testimonianza della loro vita cristiana e della loro vita di preghiera il cammino mediante il quale è possibile spianare davanti la strada della contemplazione. Ildegarda di Bingen, appartenente alla nobiltà di Bermersheim, è la rappresentante più nota tra le monache e la cui vita è segnata sin dall’età di otto anni, quando è consegnata ai monaci di Disibodenberg, e a dirla nel suo linguaggio “fui sepolta con Cristo per risuscitare con Lui”. Riceve il velo da Ottone di Bamberga e nel 1147 fonda il monastero di Rupertsberg presso Bingen. Questa donna partecipa pienamente alla vita politica e religiosa del suo tempo e soffre delle conseguenze politiche dello scisma di Federico (1160-1177). Donna dalla forte tempra caratteriale oltre che di una schietta e radicata spiritualità cristocentrica, promuove la riforma nei monasteri e predica contro i catari. La Grazia le concede il dono della profezia per la quale è stata definita dai suoi contemporanei come “una visionaria per natura”, annuncia e scrive nel 1141 all’età di 43 anni lo “Scivias” in cui mostra il cammino della redenzione in cui il Verbo incarnato è il centro della storia della salvezza. Per ciò che riguarda il profilo spirituale, sottolinea che il peccato è il segno della morte e quella di Cristo è motivo della salvezza spirituale e fisica per i malati di tutto il mondo. Il “Liber subtilitatem diversarum naturarum creaturarum” del 1158, presenta la curiosità di essere il primo libro scritto in Germania con il tema naturalistico e della medicina. Tuttavia l’obbedienza alla Chiesa è ribadita concretamente in quanto sottopone le sue visioni e i suoi scritti all’autorità di papa Eugenio III, affinché l’obbedienza sia sempre il criterio di discernimento per i doni che il Signore che le ha concesso.

Rovine dell'antica certosa femminile di Prébayon - Vaucluse, Francia.

Rovine dell’antica certosa femminile di Prébayon – Vaucluse, Francia.

Anche “l’ordo eremiticus” registra la presenza delle donne, sebbene le regole della Certosa bandiscano la presenza delle donne entro i limiti del suo deserto. Essa registra l’avvicinamento delle donne religiose al suo istituto e assume la cura monialium, per l’iniziativa che parte dalle donne. Infatti, un esempio eclatante è quello del monaco Giovanni di Spagna, al quale le monache di Prébayon chiedono di vivere secondo lo stile certosino. Queste monache seguono la Regola di S. Cesario, pertanto vivono nel deserto della Certosa, prima della richiesta ufficiale dell’ingresso nella famiglia di questa benemerita esperienza monastica. Nonostante tutto, Giovanni introduce delle modifiche che il priore della certosa di Contrieux (1140) redige per loro una versione al femminile delle Consuetudines di Guigone (1140). Le modifiche più consistenti sono quello di togliere il titolo di badessa, perché tra i certosini non ci sono abati, ma priori, fino ad introdurre la cella eremitica. Come un buon padre di famiglia, Giovanni di Spagna prende del nuovo e del vecchio. Dal momento che è andato perduto il testo, le testimonianze sulla Certosa femminile durante questo periodo sono assai scarne, delle notizie più corpose le abbiamo dopo il 1260, quando la Certosa femminile è incorporata all’ordine maschile e la cura monialium delle certosine esige la presenza di un chierico-diacono, di sacerdoti e di conversi del ramo maschile.

Le monache davanti alla Vergine con il Bambino - Miniatura dal Graduale di Fontevraud, 1250-1260 - Limoges, Bibliothèque Municipale.

Le monache davanti alla Vergine con il Bambino – Miniatura dal Graduale di Fontevraud, 1250-1260 – Limoges, Bibliothèque Municipale.

Diversa si presenta la situazione negli ordini che provengono dai “pauperes Christi”, cioè a Fontevrault, tra i premonstratensi, e a Sempringham, tra gli ordini cavallereschi-ospedalieri a indirizzo monastico ed infine nei capitoli canonicali. Tra queste esperienze quella di Fontevrault è di sicuro interesse in quanto è scaturita dalla necessità di dare ordine e sistematicità alla consistente massa di “pauperes Christi”, ovvero di uomini e donne che si sono posti al seguito di Roberto d’Arbrissel. Fontevrault è una cittadella monastica, infatti nel 1101 comprende 4 monasteri, uno per 300 vergini e vedove, il principale con grande austerità, quello di S. Lazzaro per le lebbrose, il monastero della Maddalena per le penitenti e il monastero maschile di S. Giovanni Evangelista che garantisce l’assistenza spirituale. L’autorità suprema della cittadella monastica risiede nell’abbadessa, a metà del XII secolo sono da quattro a cinquemila le monache che vivono secondo la regola benedettina interpretata dalle consuetudini di Fontevrault.

La Madre Chiesa e le Vergini - riproduzione ottocentesca da miniatura dell'Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg - XII sec.

La Madre Chiesa e le Vergini – riproduzione ottocentesca da miniatura dell’Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg – XII sec.

Immediatamente alle spalle delle novità mendicanti sono le fondazioni femminili che ricalcano il modello maschile di Citeaux e di Prémontré, due grandi ordini dalle dimensioni europee. Queste esperienze sono da ricordare per un aspetto particolare, ovvero per la difficoltà che quasi subito si presentano ovvero la cura delle monache da parte dei monaci, particolarmente nell’impegno di questi a sostenere spiritualmente ed economicamente il ramo femminile.
Anche tra le canonichesse si trovano delle eroine, un esempio è Errada di Landsberg (+1195), a Hohenburg, fondazione di Federico Barbarossa che mette a capo la sua parente Relinda, che adotta la regola agostiniana (1141). Sono i premonstratensi a esercitare la cura spirituale della quarantina di canonichesse e di una dozzina di converse. Relinda chiede a Errada di istruire le religiose, pertanto questa raccoglie tutto quanto occorre redigendo un’enciclopedia di seicento pagine con trecento disegni illustrativi che contengono testi dei Padri e degli autori contemporanei come Pietro Lombardo e Pietro Comestor. Essi presentano riferimenti alla dottrina sulla Trinità con nozioni di agricoltura, di cosmologia e la storia dell’impero romano, il combattimento dei vizi e delle virtù con testi di Ivo di Chartres, insomma abbiamo tutto quello che doveva sapere una canonichessa istruita nel rinascimento del secolo. A nutrimento della loro vita spirituale, monache e canonichesse possono cibarsi dei diversi trattati spirituali, tra questi eccelle lo “Speculum virginum”, guida pratica che prende di mira le relazioni delle monache con il loro “praepositus”, ovvero una guida spirituale che conduce la sposa di Cristo alle mistiche nozze e persino alla nascita di Cristo nell’anima proponendo la maternità spirituale che esalta il modello della Vergine Maria, la Madre del Verbo.

Beghini e beghine - ufficio per i morti ad uso dei beghinaggi - Leida, 1300 c.a.

Beghini e beghine – ufficio per i morti ad uso dei beghinaggi – Leida, 1300 c.a.

Il problema non è tanto vocazionale o numerico, quanto più l’apporto e la presenza delle donne, del resto le vocazioni religiose femminili non si esauriscono nella scelta della vita monastica, canonicale oppure ospedaliera. Ci sono altre forme con le quali le donne intendono vivere una vita comunitaria oppure individuale, tra le loro famiglie. Emettono i voti semplici e vivono una vita ascetica senza sottomettersi a una regola, oppure vi sono comunità costituite da donne che si radunano per condurre insieme una vita di preghiera e di ascesi devota e di esercizio delle opere di misericordia. A seconda dei vari luoghi geografici della cristianità, adoperano dei nomi diversi, “capitoli delle canonichesse” nelle terre imperiali della Germania, “beghine” nei Paesi Bassi, “mantellate” e “pinzochere” in Italia, “beatas” nella penisola iberica. Giacomo da Vitry, trovandosi in Italia a perorare la cause delle beghine, scopre le somiglianze che intercorrono tra le sue beghine e le donne della “terza generazione” dei pauperes Christi. Esse si trovano sotto l’autorità dei vescovi, mentre nell’area fiamminga se ne preoccupano i canonici regolari. Le “beatas” del Santo Spirito di Salamanca chiedono l’aggregazione all’Ordine di san Giacomo nel 1268.  Accanto a questa forma di vita religiosa comunitaria, ci sono altre donne che vivono una vita di penitenza in forma individuale o solitaria. Sono le vedove e le penitenti, che indossano un abito di penitenza e vivono nelle loro case, le murate o le recluse, che vivono in celle murate presso la chiesa parrocchiale o la cattedrale, sono esempi delle cosiddette “virgines saeculares”. Il magma religioso femminile cresce con le donne che seguono la terza generazione dei pauperes Christi. La convergenza dei due movimenti offre la base per l’espansione del “secondo ordine” dei futuri ordini mendicanti e in particolare di quello di Santa Chiara d’Assisi che vive e si sviluppa sui presupposti di questo tipo di vita religiosa femminile esistente. Almeno ai primordi il fenomeno clariano, come quello francescano, appare difficilmente controllabile da parte dell’autorità ecclesiastica. Esso ha due centri spirituali in particolare in Umbria e nelle Fiandre, scorgendovi tutta una serie di domande e di bisogni religiosi comuni. La situazione è tale che Onorio III, concede il permesso alle “mulieres religiosae” affinchè ovunque nell’orbe cattolico possano condurre vita comunitaria senza essere disturbate. L’autorizzazione papale viene l’anno dopo il decreto del Concilio Lateranense IV che impone il divieto di fondare nuovi ordini religiosi e che costituiscono il riconoscimento delle forme associative femminili che pullulano nell’Europa del tempo. Il fenomeno delle mulieres religiosae in Europa è sintetizzato con il termine di beghine, termine dall’etimo incerto, probabilmente dal francese beige, ovvero grigio, con cui è chiamato il colore grezzo della lana non lavorata, con il corrispondente etimologico nella lingua italiana di “bezo” ovvero grigio, da cui il termine dialettale bizzocco/a.  Esso inizia a diffondersi verso il 1215 con delle tendenze dal sapore di eresia fino a che nel 1245 designa univocamente il movimento delle mulieres religiosae organizzate in comunità semireligiose, attestate per prime nelle Fiandre tra 1170 e 1200, dapprima “in domibus propris”, poi in forme comunitarie sempre più ampie fino a formare veri e propri villaggi che si svilupparono soprattutto tra il 1230 e il 1330. Altri termini con cui sono o saranno designate sono quelli di “sorores poenitentiae”, “bizochae”, “pizocare”, “mantellate”, “vestite”. Come è possibile notare riscontriamo una pluralità di nomi all’interno di un universo femminile che ha rapporti ed influenze sempre più strette con gli ordini mendicanti, ai quali si affiancheranno successivamente in una sorta di affiliazione spirituale.

Resa del sepolcro di Jeanne Brichard, magistra delle beghine di Parigi (1312).

Resa del sepolcro di Jeanne Brichard, magistra delle beghine di Parigi (1312).

In questo movimento vasto, magmatico, cogliamo la figura di Hadewijch, una beghina fiamminga nata verso il 1200 ad Anversa, nella cui azione spirituale si può cogliere la consapevolezza di far parte di “un’internazionale femminile” costituita da donne spiritualmente motivate che si diffondono in Europa. Nella sua fitta corrispondenza sono nominate beghine del Brabante, delle Fiandre, della Zelanda, dell’Olanda, della Frisia. Ella stabilisce contatti epistolari con le beghine che vivono simili esperienze in Sassonia, Colonia, Turingia, Boemia, Parigi, Inghilterra. Giacomo da Vitry, ad esempio, è estensore della biografia di Maria d’Oignies, una beghina da lui spiritualmente diretta, e sotto la cui “protezione” aveva vissuto, definita con il termine di “mater mea”. Questo scritto è la presentazione di una donna ideale all’interno del movimento religioso femminile, in quanto proviene da una ricca famiglia, quattordicenne va sposa ad un uomo con il quale condivide l’ideale di santità, anche se rimane lei la protagonista. Entrambi, dopo aver donato tutto ai poveri, dedicano la loro vita al servizio dei lebbrosi. La biografia ci indica un percorso ideale che diventa modello e topos agiografico, in cui la rinuncia al matrimonio, alla ricchezza, alla rispettabilità sociale per libera scelta, ha come icona la figura di Maria Maddalena, vista soprattutto nella sua dimensione penitenziale ma anche come colei che ha potuto esperimentare da vicino il Signore.
Queste figure femminili possono stimolarci delle domande concernenti la provenienza di tutte queste donne, e il rapporto di queste con il monachesimo tradizionale femminile e il ruolo che svolge nel movimento religioso femminile. Alla prima domanda possiamo dire che il bacino d’afflusso non è dato tanto dal mondo povero quanto da quello del patriziato e della buona borghesia cittadina. La ricerca religiosa coinvolge soprattutto questi ceti, il fenomeno non è riducibile ad un problema di eccedenza femminile rispetto a quella maschile, quanto piuttosto ad un rispondere a nuovo modelli che si impongono da sè nella rinascita religiosa dei secoli XII-XIII. Il risveglio che nella povertà ricercata come un valore che avvicina a Cristo ha uno dei suoi punti forza spirituali più importanti. Invece, per ciò che concerne la seconda domanda, dobbiamo necessariamente partire dalla realtà di quanto già esiste, ovvero gli ordini monastici tradizionali che non hanno esaurito la loro funzione, nonostante il monachesimo del tempo viva un forte periodo di crisi. Tuttavia nel clima di grande giuntura del XII secolo, si assiste per il mondo femminile alla focalizzazione di un triplice fenomeno che rimanda al clima di generale fermento caratteristico dell’epoca. Il primo è una stabilizzazione dell’osservanza che si esplicita nella ricerca di nuovi equilibri nei confronti dei monasteri maschili senza tuttavia dipendere da essi e con un analogo clima di austerità riformistica; il secondo è una liberalizzazione nel reclutamento con maggiore democratizzazione nell’accoglienza anche di persone non nobili. Possiamo dire che è la borghesia che preme alle porte dei monasteri, bussano anche le donne dei nuovi ceti emergenti cittadini; il terzo è una diversificazione delle istituzioni con novità di forme, pur nell’alveo della tradizione della regola benedettina.

Suora francescana e suora domenicana - miniatura da libro d'ore - Fiandre, inizio XIV sec. - Londra, Bl.

Suora francescana e suora domenicana – miniatura da libro d’ore – Fiandre, inizio XIV sec. – Londra, Bl.

Nello sviluppo della vita religiosa femminile del tempo una figura di rilievo è quella di Innocenzo III che apre un pagina fondamentale. Egli all’indomani della sua ascesa al soglio pontificio ha incoraggiato da subito il rientro nella comunione ecclesiale di gruppi ereticali promuovendo la creazione di comunità di tipo penitenziale, dando sicurezza di ortodossia e di ortoprassi soprattutto a quella realtà che va sotto il nome di umiliati. Questo è un fenomeno maschile e femminile dalle caratteristiche urbane che rimette il mondo magmatico dell’eresia ma anche delle “mulieres religiosae”, ricco di presenze soprattutto nel nord Italia, anello di congiunzione tra il nord Europa e quanto si sta vivendo nel centro Italia. E sono contemporanei, ma anche tanto diversi, anche sul tema del rapporto con il mondo femminile, i due principali gruppi del movimento mendicante; domenicani e francescani. Anche se la posizione di Domenico appare più chiara ed articolata fin dagli inizi, la posizione di Francesco è nuova ed originale per molti aspetti, soprattutto nel rapporto personale con Chiara.
A S. Domenico si attribuiscono delle fondazioni di quattro monasteri, cioè Prouille, Tolosa, Madrid, Roma. Tra questi, quello di Santa Maria di Prouille può venir considerato il “San Damiano” dei domenicani. Infatti tra il 1206 e il 1207 si costituisce la prima comunità femminile di donne provenienti probabilmente dal mondo cataro, convertite da Domenico e inserite come collaboratrici nella predicazione. Se Prouille ha la caratteristica di ospitare donne della nobiltà convertite dall’eresia, a Tolosa, tra 1215-1217 sono raccolte in comunità un gruppo di penitenti provenienti dalla prostituzione, a Madrid nel 1220 sono organizzate comunitariamente gruppi di donne che già conducono privatamente un genere di vita religiosa e affiancano l’attività apostolica dei suoi frati. Ultimo caso e del tutto diverso è quello di Roma, dove nel 1219 il papa affida a S. Domenico il compito di riformare alcuni monasteri femminili. Egli persegue la riforma partendo ex novo da San Sisto in cui confluiscono monache provenienti da Santa Maria in Tempulo, da santa Bibiana nonché da altri monasteri romani, unitamente alle entrate di nuove vocazioni, il tutto rinforzato da otto monache provenienti dall’esperienza di Prouille. Quattro monasteri quanto mai eclettici che costituiscono la vasta gamma delle possibili provenienze del mondo femminile, unitariamente e senza tanti tentennamenti, ma con chiarezza di progetto, organizzati con la regola agostiniana nella forma del monastero di stretta clausura, e che hanno come capo supremo un sacerdote, lasciando all’abbadessa un’autonomia interna.
Anche se non direttamente collegato a S. Domenico non possiamo tralasciare l’esperienza bolognese legata al monastero di S. Agnese (1223) e alla figura della fondatrice la beata Diana Andalò (+1236). La sua corrispondenza con il successore di s. Domenico, il beato Giordano di Sassonia (+1237) ci rivela uno stretto legame tra l’attività apostolica dei frati e il sostegno orante delle sorelle contemplative. Nella sua struttura esterna il monachesimo domenicano rimane simile alle forme tradizionali precedenti, ovvero la vita claustrale, la preghiera, il lavoro, la meditazione e la penitenza. Tuttavia la novità sta nella “struttura interna”, nel senso che si dà a questo modo di vivere, nelle motivazioni spirituali che lo sostengono. L’attività orante e contemplativa del monastero domenicano non si forma tanto sulla preghiera intesa come riposo dell’anima in Dio, morte mistica, ma azione, in quanto essa è preghiera che sostiene l’attività apostolica di frati, un modo diverso di vivere l’apostolicità. Pertanto non è morte al mondo e per il mondo, ma preghiera per qualcosa che si svolge nella realtà quotidiana del mondo. Si avverte qui anche la differenza profonda tra l’esperienza femminile di tipo domenicano e quella legata invece al francescanesimo con il suo ideale pauperistico, con la sua volontà evidente in Chiara di restare fedele all’esempio di Francesco, dando particolare significato alla povertà come realizzazione della vita di Cristo povero, sofferente e crocifisso, che la porta poi allo scontro con il papato.

Bibliografia:
Sylvain Gouguenheim, La place de la femme dans la création et dans la société chez Hildegarde de Bingen, in “Revue Mabillon”, 2/63 (1991), pp. 99-118;
Luigi de Candido, La donna nel monachesimo: storia ed interpretazione, in “Servitium”, IX (1975), pp. 184-203;
Dall’eremo al cenobio: la civiltà monastica in Italia dalle origini all’età di Dante, a cura di Gian Carlo Alessio, Milano, Scheiwiller, 1987;
Herbert Grundmann, Movimenti religiosi nel Medioevo: ricerche sui nessi storici tra l’eresia, gli ordini mendicanti e il movimento religioso femminile nel 12. e 13. secolo e sui presupposti storici della mistica tedesca, Bologna, Il Mulino, 1989;
Adriana Valerio, Cristianesimo al femminile: donne protagoniste nella storia delle chiese, Napoli, D’Auria, 1990.

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Informazioni su frate Wolmaro

Sono nato otto lustri fa circa nel Regno delle Due Sicilie e precisamente in quel che Goethe definì un paradiso abitato da diavoli dove la sirena Partenope si lasciò morire d'amore per Ulisse. Vissuto e cresciuto all'ombra dello sterminator Vesevo, e cullato dal mare, sono legato fortissimamente alla mia terra, innamorato folle della sua gente, dei suoi profumi, colori, sapori, della sua musica, delle sue contraddizioni, delle sue debolezze, ma anche della sua veracità. Appassionato e cultore dell'Arte e della Musica, ma soprattutto appassionato studioso e ricercatore del Medioevo, passione nata fin da ragazzino, leggendo le gesta di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. L'incontro con il Poverello d'Assisi, ha dato una svolta alla mia vita e così... scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro ...mi scalzai anch'io seguendo le orme del Poverello, divenendo per tutti Fratello. Oltre la Medioevo in genere, studio da 20 anni la grande mistica tedesca Santa Ildegarda di Bingen ponendo l'attenzione ai suoi scritti di medicina, alle sue composizioni musicali, alle sue miniature e la suo immenso epistolario. Concludo sto "papiello": amo la musica medievale (ovviamente) quella barocca (sono un fan sfegatato di Vivaldi) e l'opera (Rossini, Verdi e Puccini i miei prediletti). Suono il dulcimer e il salterio, dipingo e infine canto! ma quante cose faccio?... non per niente sono nato sotto il segno dei Gemelli. Pax et Bonum!
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