Riccardo, il re cavaliere

di Marco Meschini

«Cuor di Leone», prototipo del sovrano leale e «diavolo scatenato»


Ja nuls om pres – canzone attribuita a Riccardo Cuor di Leone.

Era una tranquilla sera di marzo quando il re, finito di cenare, uscì calzando il copricapo di ferro. Dietro di lui trotterellò un sergente con lo scudo rettangolare per proteggere la sua maestà. Il re raggiunse gli zappatori che minavano la torre di Châlus, una piccola, quasi insignificante fortezzuola d’Aquitania, la regione ereditata da sua madre Eleonora e che amava di più, dove aveva trascorso la giovinezza e più anni da che era diventato sovrano d’Inghilterra, nel 1189. Si vociferava che la sua foga fosse aizzata da un tesoro scoperto da un contadino, che il signore del luogo si era rifiutato di consegnare al re. Un favoloso tesoro, si precisava di taverna in mercato, di chiostro in corte. Ma la verità era più semplice: non ci si ribella alla corona, e comunque quella sera Riccardo uscì per andare ad ammirare un coraggioso.

Per tutto il giorno, dall’alto degli spalti, un solitario balestriere aveva preso di mira i suoi uomini, noncurante dei loro colpi. Anzi se n’era fatto beffe, utilizzando una padella al posto dello scudo per ripararsi. Ce n’era abbastanza perché il re desiderasse assistere alla scena. Uscì come si trovava, senza armatura, calzando solo un elmo da passeggio. E stava applaudendo l’intrepido difensore quando arrivò il quadrello. Riccardo lo vide, si chinò per proteggersi dietro lo scudo ma – sarà stata l’età oppure il grasso in eccesso – il dardo lo prese tra la spalla sinistra ed il collo. Fece come se nulla fosse e si ritirò con calma nel suo padiglione. Quante ferite aveva ricevuto in mille tornei e battaglie? Afferrò il dardo e tirò, il legno si ruppe ma il ferro rimase all’interno. La faccenda si complicava. Venne chiamato un cerusico che, alla luce incerta delle fiaccole, incise le carni regali, tagliò e aprì, sino a cavare il ferro e con esso la vita del re. Perché la ferita si infettò e di lì a pochi giorni re Riccardo lasciò questo mondo. Finì così, tra la futilità e la leggenda, la vita d’un uomo che aveva riempito cronache e sogni dell’Europa, oltre a far tremare più d’un principe cristiano e musulmano.

Riccardo Cuor di Leone è l’archetipo del re cavaliere, il sovrano leale e generoso ipostatizzato nei racconti popolari su Robin Hood e soci, ribelli al fratello minore del re, Giovanni Senzaterra. Ma Riccardo fu pure un «diavolo scatenato» come lo definì il suo acerrimo rivale, Filippo II re di Francia, il quale perse uno dopo l’altro gli scontri che ebbero sul continente. Sì, perché Riccardo – quartogenito nel 1157 da Enrico II d’Inghilterra ed Eleonora d’Aquitania, conte del Poitou, poi duca d’Aquitania e infine, per la morte prematura dei fratelli maggiori, re d’Inghilterra – fu sempre vassallo e insieme parigrado del re di Francia. Da qui le loro continue guerre, le alleanze fatte e disfatte per il predominio, a parte la parentesi della Terza crociata.

Nel 1187 Gerusalemme era ricaduta in mano musulmana e i due rivali sospesero per qualche tempo le contese in vista del bene superiore della Cristianità, ma solo per ricominciare a litigare non appena giunti in Terrasanta. Così, nonostante la notevole riconquista di Acri nel 1191, i due sovrani non riuscirono a protrarre una coabitazione forzata, e Filippo preferì tornarsene in Europa, carico di vituperi ma anche pronto ad approfittare dell’assenza del rivale. Sino al 1192 Riccardo ebbe campo aperto per compiere gesta mirabili contro l’altro suo grande nemico, Saladino. Il re e il sultano impararono a rispettarsi e a temersi, ma lo scontro finì con un sostanziale pareggio: Saladino perse la battaglia (ad Arsuf), ma Riccardo non vinse la guerra, giacché Gerusalemme non venne recuperata.

Carico di quella gloria ambivalente – peraltro macchiata da un brutto e inutile massacro – Riccardo ripartì per l’Europa e la sua vicenda assurse ad emblema dell’assurdo quando finì imprigionato da un altro rivale cristiano. La vicenda del re cavaliere, crociato e quindi teoricamente intoccabile eppure incatenato, terminò solo nel 1194 con una somma di riscatto questa volta davvero favolosa: 150mila marchi d’argento raccolti a fatica dalla madre. Una volta libero, Riccardo si scatenò: riprese a Filippo tutte le terre che il francese gli aveva eroso negli anni di assenza, tuonò e colpì i suoi nemici per un lustro portando l’Inghilterra a un passo dalla supremazia. Sino a quella sera di primavera del 1199, quando un ignoto balestriere stroncò un’esistenza inimitabile e pur presa a modello, smodata eppure sempre celebrata e rinarrata. L’oscura torre di Châlus fu presto interpretata come châ-lus, la «caduta della luce», mentre la regina madre, Eleonora, accorreva al capezzale del figlio diletto e ne raccoglieva l’ultimo fiato, con il quale Riccardo perdonò i nemici e la mano di chi l’aveva colpito a morte.

da “Il Giornale”, 24/10/2005

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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