Intervista col monaco

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura - esterno.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura – nartece.

È una delle più antiche chiese di Roma, e sicuramente una delle più belle: San Paolo Fuori le Mura, che, come dice lo stesso nome, viene fatta costruire dall’imperatore Costantino all’esterno delle mura della città, proprio nel luogo dove, secondo una tradizione consolidata l’apostolo Paolo era stato fatto decapitare da Nerone.
Gli ultimi scavi archeologici hanno addirittura permesso di ricostruire la genesi di quello che, ora come nel Medioevo, è un monastero: attorno vi sorgono pian piano case per ospitare i poveri e i tanti pellegrini che arrivavano da tutta europa a visitare la tomba di San Paolo, dove ancora oggi arde perennemente una lampada; e poi terme, laboratori artigianali, botteghe. Procopio di Cesarea, verso la metà del VI secolo, descrive un vero e proprio quartiere, il Castrum Sancti Pauli, che aveva nel monastero il suo punto di riferimento, dotato di un portico lungo 3 Km. Solo nell’VIII secolo, però, il monastero fu affidato da papa Gregorio II ai monaci di San Benedetto, che in sostanza vi risiedono ancora oggi: grazie a loro, nei due secoli successivi, quello che era nato come un borgo tutto sommato piccolo, diventa una vera e propria cittadella fortificata chiamata Giovannipoli che arriva a toccare i 1200 metri quadrati!
Entrare il quel luogo è un’esperienza indimenticabile: tutta la storia millenaria dell’abbazia si avverte praticamente in ogni particolare, e nella magnificenza dei marmi della basilica come nel raccoglimento del chiostro sembra voler dare un assaggio di Paradiso.
Possiamo dire che questo è uno dei frutti di un ordine, quello benedettino, che ha dato un’impronta fortissima all’Europa Medievale.
Ne chiediamo conto proprio a uno dei monaci che hanno scelto San Paolo Fuori le Mura come loro dimora, e che per giunta è l’archivista dell’Abbazia, Dom Pierfrancesco De Feo.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura - interno della basilica.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura – interno della basilica.

Dom Pierfrancesco, la storia dell’origine del monachesimo e dell’esperienza di San Benedetto da Norcia è arcinota. Secondo lei, però, qual è il mondo che Benedetto aveva davanti, e cosa ha voluto fare davanti a questo mondo: semplicemente trovare un luogo per sfuggirvi o qualcos’altro?
L’ambiente dal quale San Benedetto proveniva era quello della buona società romana, un mondo frenetico e che badava quasi solo alle apparenze: ed è questo il tipo di vita da cui Benedetto vuole fuggire, ma, come disse poi San Gregorio Magno nella biografia che gli dedica, non sarebbe rimasto a lungo nella sua grotta fuori dal mondo, perché una luce non è fatta per restare chiusa. Dunque San Benedetto vuole sì allontanarsi dalla vita che vivono gli altri, ma per rideterminarla, per proporre un altro modello del rapporto dell’uomo con il mondo: se leggiamo bene la sua regola, ci accorgiamo che vi sono presenti, e molto forti, i valori della romanità (la misura, l’ordine, l’obbedienza all’autorità, ecc.), collocati però in una visione antropologica completamente diversa, quella cristiana. Certo, si fa molta attenzione a liberarsi di ciò che è incompatibile tra il monastero e il mondo, ma per proiettare all’esterno ciò che è compatibile: il monastero cioè si propone come esempio per il contesto che lo circonda.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura - chiostro.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura – chiostro romanico.

E questo un monastero lo fa in diversi modi: certo, proponendo certi valori attraverso l’esempio, investendo le sue risorse economiche e organizzative per migliorare il territorio che vi ruota intorno, ma anche attraverso l’arte e la cultura. E sappiamo che, in questo campo, il contributo dell’ordine benedettino è stato enorme, non solo perché è grazie ai vostri scriptoria che possiamo leggere i classici Greci e Latini, ma per un autentico patrimonio di letteratura, filosofia, poesia, arte, musica. Ma, secondo lei, tutto questo che ruolo ha avuto dentro e fuori il monastero? Erano solo pochi privilegiati a poterne approfittare?
Vorrei partire da un autentico tesoro che abbiamo la fortuna di avere qui a San Paolo: la cosiddetta Bibbia Carolingia, preziosissima Bibbia corredata di splendide miniature donata dal re Carlo il Calvo nell’875 a papa Giovanni VIII. Su questo codice hanno giurato fedeltà generazioni di imperatori quando venivano consacrati dal papa, e proprio perché era così importante fu affidato al nostro monastero da Gregorio VII nell’XI secolo: e già questo ci dice che opere d’arte come questa hanno cercato di unire spirituale e temporale, la vita dei monasteri e la vita al di fuori. Questo manoscritto, così come altri altrettanto antichi che la nostra biblioteca custodisce, è in scrittura carolina, la scrittura uguale in tutta Europa voluta sì da Carlo Magno, consigliato però dai monaci benedettini di cui il suo “circolo culturale” era pieno. Tutta la cultura benedettina va in questa direzione: l’esigenza della redintegratio, cioè del passaggio dalla dispersione alla riunificazione attraverso la Parola di Dio. E l’arte e la cultura devono essere specchio di questa esigenza: le miniature sono spesso delle sintesi di ciò che nel testo è descritto in modo articolato, e così gli affreschi i mosaici e le sculture che in chiesa si possono vedere; il sapere stesso viene riunificato, sia attraverso la scelta di includere nello scriptorium testi sacri e profani, sia con la riunificazione delle arti del Trivio e del Quadrivio.
Per rispondere alla seconda domanda bisogna tener presente che la cultura, nel Medioevo, non aveva una diffusione di massa: se per “cultura” intendiamo quella scritta, però, perché non dimentichiamo che le opere d’arte più vistose, da sempre, sono concentrate nella chiesa, luogo d’incontro tra i monaci e il mondo, e luogo d’incontro di tutti gli strati sociali. Già da questo si può avvertire come, fin dagli inizi, il nostro ordine abbia sentito l’esigenza di superare il concetto che la cultura fosse appannaggio di determinate classi sociali. Certo, i laici esterni che venivano inviati dai genitori a studiare in monastero erano, per forza di cose, nobili, ma tutti gli interni al monastero, dall’oblato della grande famiglia al bambino affidato ai monaci per miseria, potevano studiare: basti pensare a Gerberto d’Aurillac (papa Silvestro II), Ildebrando di Soana (papa Gregorio VII) o all’abate Sugerio di Saint-Denis, che erano di umilissime origini. Significativo è anche il fatto che in monastero, ora come allora, tutti i libri sono comuni, non sono ammessi libri personali. Questo vorrà pur dire qualcosa…

Pagina introduttiva del Libro dei Proverbi - miniatura dalla

Pagina introduttiva del Libro dei Proverbi – miniatura dalla “Bibbia Carolingia”, monastero di Reims, 866 – San Paolo Fuori le Mura, biblioteca dell’Abbazia.

Quando, al livello comune, tentiamo di immaginarci la vita nei monasteri del medioevo, viene spontaneo immaginarsela “in bianco e nero”: o estremamente ascetica, fatta di costrizioni, proibizioni, cilici, catene, ecc., o estremamente lassista, con monaci gaudenti che ne combinano di tutti i colori. Secondo lei qual è la verità?
Periodi di lassismo ci sono stati sicuramente, e sono attestati anche per il nostro monastero, tant’è vero che fu coinvolto in pieno nell’austera riforma di Cluny, tanto da essere affidato nel X secolo nientedimeno che al padre di questo movimento, Oddone di Cluny, e nell’XI secolo a Ildebrando di Soana, il futuro papa Gregorio VII. Per quanto riguarda l’ascesi, la Regola di San Benedetto ha come leitmotiv la moderazione, in tutto: poi il singolo monaco può scegliere (previo, naturalmente, permesso dell’abate o del padre spirituale, bisogna sempre controllare se tutto questo porti al bene e non al male del monaco) di seguire regimi di penitenza estrema, e la cosa interessante è che, quando si tratta di vera penitenza e non di masochismo, questa rimane segreta e non porta il monaco all’autodistruzione, anzi.
La verità è che la vita monastica in sé non è né lassista né repressiva: per il Medioevo, basta leggere le lettere di Anselmo d’Aosta o di Bernardo di Chiaravalle per gettare uno sguardo quasi “in diretta” sulle vite di questi monaci. Ne emerge una vita incentrata sulla sapientia, cioè sul gusto per le cose di Dio, ed entrambi insistono molto sul fatto che il segno distintivo nel monaco è la gioia: e ancora di più per quel monaco che sceglie liberamente di addossarsi penitenze particolarmente dure, perché (al contrario del masochista) egli si addossa il dolore di coloro che stanno al di fuori del monastero, dunque si apre al mondo, e allo stesso tempo si apre a Cristo unendo il proprio dolore al Suo e vincendo le distrazioni, ed è così libero di rimanere nella gioia. Per il monaco benedettino il corpo non è un nemico da punire, perché è dono di Dio, ma è una dimensione che va adeguata alle esigenze dello spirito.

Storie di San Paolo - miniatura dalla

Storie di San Paolo – miniatura dalla “Bibbia Carolingia”, monastero di Reims, 866 – San Paolo Fuori le Mura, biblioteca dell’Abbazia.

A questo proposito, molti storici hanno osservato che nei monasteri medievali permanessero le distinzioni sociali del mondo di fuori, cioè le distinzione tra monaci di estrazione sociale nobile e monaci di umili origini e che, di conseguenza, il lavoro manuale fosse affidato soltanto a questi ultimi, mentre gli altri ricoprissero ruoli di dirigenza e si dedicassero al lavoro intellettuale.
Verissimo, e la distinzione tra coristi (i monaci che cantano nel coro) e conversi (quelli addetti ai lavori manuali) è rimasta fino a tempi molto recenti. Si deve dire che era anche una questione pratica, ovvero di attitudine: un monaco dava il suo contributo per quello che sapeva fare, c’era chi sapeva zappare la terra e chi era capace di scrivere un trattato di matematica o di astronomia. Tuttavia, fin dallo stesso San Benedetto, il nostro ordine ha sentito l’esigenza di superare questa logica: nella Regola sono numerosi e ripetuti i richiami all’abate di giudicare i monaci non in base alla loro nascita ma alla loro condotta. San Benedetto di Aniane, poi, cui l’imperatore Ludovico il Pio, all’inizio del IX secolo, dà l’incarico di estendere la Regola benedettina a tutti i monasteri Franchi, nella sua Collectio capitularis, inasprisce queste norme, proprio per evitare favoritismi e privilegi; e le riforme di Cluny e di Citeaux sono reazioni in piena regola. Un monastero non è su un altro pianeta, è inevitabile che sia influenzato dal contesto in cui si trova a vivere, ma ha dimostrato nel corso dei secoli anche di essere in grado di andare oltre.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura - tomba di San Paolo.

Roma, abbazia di San Paolo Fuori le Mura – tomba di San Paolo.

Abbiamo visto che l’abbazia di San Paolo Fuori le Mura ha avuto un ruolo molto importante per una porzione non trascurabile della città di Roma, ma, come tutti i monasteri amministrava territori, aveva diritti su coltivazioni, contadini che dipendevano dai monaci. Qual era il suo ruolo rispetto a questo territorio, e sappiamo come fosse vissuto il rapporto dei suoi abitanti con l’abbazia?
San Paolo Fuori le Mura aveva delle proprietà, con tre villaggi, nell’alto Lazio, e questi ci presentano un panorama molto vario nel corso dei secoli. Ad esempio, nell’Alto Medioevo abbiamo notizia di contese con l’abbazia di Farfa, sia perché quello era un monastero sotto protezione imperiale e San Paolo dipendeva direttamente dal papa (sappiamo come vi fosse in quegli anni una lotta drammatica di affrancamento della Chiesa dall’influenza del potere secolare) sia per questioni più pratiche definizione dei rispettivi confini e competenze.
Sappiamo anche, però, degli sforzi dei monaci di San Paolo per migliorare i territori che da loro dipendevano: furono proprio loro, ad esempio, ad intraprendere operazioni di bonifica di paludi e acquitrini, ma anche a proibire i duelli all’ultimo sangue nelle loro terre, un’operazione di civiltà non da poco in quei tempi, a mio parere.
Certo, come per tutti i monasteri vi furono anche periodi di tensione dei coloni con abbazia, ma in generale i documenti ci parlano di un rapporto molto stretto con l’abate di San Paolo, fino a tempi molto recenti: ancora nell’Ottocento, per esempio, ogni sabato, l’abate andava a visitare il castello di Campagnano, cui i tre villaggi facevano riferimento, i contadini portavano i frutti della terra e il tutto finiva in una grande festa cui anche l’abate prendeva parte.
A quanto pare, la situazione non era poi così nera…

Per saperne di più:
Sito della Basilica di San Paolo Fuori le Mura;
Léo Moulin, La vita quotidiana secondo s. Benedetto, Milano, Jaca Book, 1991;
Réginald Grégoire, Léo Moulin, Raymond Oursel, La civiltà dei monasteri, 1998;
Jean Leclercq, Cultura umanistica e desiderio di Dio: studio sulla letteratura monastica del Medioevo, Firenze, Sansoni, 2002

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Intervista col monaco

  1. mary ha detto:

    Brava, come sempre!

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