Figlie di Caterina: la Sapienza al femminile

Santa Caterina e i dotti di Alessandria - affresco da Santa Maria della Croce, Casaranello, XIII sec.

Santa Caterina e i dotti di Alessandria – affresco da Santa Maria della Croce, Casaranello, XIII sec.

Si dice che l’imperatore Massenzio abbia scomodato cinquanta filosofi e retori della Scuola di Alessandria d’Egitto per convincerla a rinnegare Cristo e a sacrificare agli déi, ma che nemmeno uno di loro abbia potuto tener testa alla sua sapienza e alla sua eloquenza: c’è voluta la ruota dentata e poi l’ascia della decapitazione per farla tacere. Caterina d’Alessandria si è così guadagnata, oltre alla palma del martirio, anche il titolo di protettrice dei sapienti, diventando, anzi, l’emblema stesso della sapienza femminile. Non importa se i racconti che parlano di lei sono piuttosto tardi (non prima dell’VIII secolo), e che, forse, la sua storia sia stata addirittura contaminata dalla vicenda di una filosofa pagana, Ipazia: prima in Oriente e poi in Occidente, il suo culto è diffusissimo già dall’VIII secolo, come dimostra la dedicazione a lei del grandioso monastero sul Monte Sinai prima intitolato alla Madre di Dio.
Forse non è un caso che sono proprio quei secoli di passaggio tra Antichità e Medioevo a vedere la nascita delle prime “scuole al femminile”, i monasteri, punto di arrivo di un percorso iniziato con le cosiddette “madri del deserto”, le eremite come Sincletica e Macrina, e culminato con la fondazione, nel VI secolo, del monastero femminile di Piumarola da parte della sorella di San Benedetto, Scolastica: la dedizione totale allo studio tipica delle scuole filosofiche dell’Antichità, delle quali i monasteri sono gli eredi, ora può essere un’esperienza anche femminile.
Uno dei principali sostenitori di questo cambiamento, è, sorprendentemente, San Girolamo: sì, proprio quello che nelle sue lettere ai chierici, copiando quasi pari pari la VI satira di Giovenale, dice peste e corna sulle donne e li invita ad evitare perfino le loro madri per non cadere in tentazione. Quello stesso uomo ha una fitta corrispondenza epistolare con un bel gruppetto di nobili patrizie romane che avevano fondato un monastero a Betlemme, uno dei primi monasteri femminili: donne coltissime e influenti come Paola, Eustochio, Melania e la sua omonima nipote, con cui Gerolamo non si vergogna di discutere alla pari di governo della Chiesa e del problema delle eresie (le due Melania ebbero un ruolo determinante nella sconfitta dell’eresia pelagiana). Questo monastero in Palestina diventa in breve tempo un grande centro di cultura, nel quale non solo Girolamo è maestro, ma anche discepolo: alla grande conoscenza del greco e dell’ebraico delle sue allieve, egli attinge a piene mani per la sua elefantiaca opera di traduzione della Bibbia in Latino, testimoni ne sono le dediche a queste donne che figurano in ben due libri della Vulgata. In una miniatura della Prima bibbia di Carlo il Calvo, di età carolingia, in cui è raffigurato San Girolamo che insegna ai suoi discepoli, vediamo appunto uomini e donne impegnati a prendere appunti. Significativa è la lettera alla matrona Leta, che gli aveva chiesto consigli su come educare sua figlia: in essa, Girolamo consiglia per la bambina grossomodo lo stesso programma di studi che gli autori della classicità romana raccomandavano per un futuro retore, funzione esclusivamente maschile
Questa tradizione continua nell’Alto Medioevo, proprio nelle isole britanniche, dalle quali Carlo Magno chiamerà sul continente gli intellettuali che renderanno possibile la rinascita della cultura classica: lì è molto diffusa la formula del monastero doppio, con un edificio per i monaci e uno delle monache separati dalla chiesa, spesso retto non da un abate ma da una badessa. Dunque non ci sorprendiamo affatto di trovare anche delle “scuole miste” come il monastero di Clonbroney, in Irlanda, molto noto all’inizio dell’VIII secolo come grande centro di cultura, grazie alla santa badessa Samthann o Samantha, che ha avuto forse tra i suoi discepoli anche un intellettuale del calibro di Ferghil o Virgilio, futuro vescovo di Salisburgo.
Ma è nella Germania dell’età ottoniana che i monasteri femminili diventano focolai di sapere al livello europeo: monasteri come Quedilinburg, Herford, Gandersheim ed Essen, fondati da donne della famiglia imperiale, in cui, si studiano le Sette Arti Liberali, diritto, persino teologia. Proprio da questo ambiente, nel XII secolo, doveva uscire una vera enciclopedia vivente: Ildegarda di Bingen.

Le nove muse - miniatura dall'Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg - XII secolo.

Le nove muse – miniatura dall’Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg – XII secolo.

Magistrae
È proprio nelle scuole monastiche femminili che nasce il termine magistra
: in senso stretto, la magistra è la priora, quando il monastero è alle dipendenze di una comunità maschile, o, in senso più ampio, colei che si occupa di istruire le novizie perché ricevano un’adeguata formazione. Ma non solo loro: le nobili famiglie approfittano spesso e volentieri dell’istruzione di prim’ordine che un monastero femminile può fornire, e quello di farvi studiare le figlie fino all’età del matrimonio diventa una pratica diffusa. La cosa più sorprendente, però, è che i monasteri femminili accolgono anche i maschietti, almeno per l’istruzione cosiddetta “elementare”.
Questo ruolo, implica inevitabilmente la necessità di “libri di testo”, e ne possediamo alcuni che sono vere e proprie enciclopedie: come l’Hortus Deliciarum (il “Giardino delle Delizie), composto nella seconda metà del XII secolo da Herrada di Hohenburg, badessa del monastero di Mont-Saint-Odilie, in Alsazia. Una poderosa opera illustrata, che possediamo purtroppo solo attraverso copie ottocentesche, essendo l’originale andato distrutto durante la guerra franco-tedesca del 1870; da quel che abbiamo possiamo comunque intuire la straordinaria ricchezza di questa enciclopedia, che ha come filo conduttore l’esegesi delle Scritture, ma che, con un sapiente “gioco d’incastro”, tocca l’astronomia, la matematica, l’agricoltura, la musica, la letteratura, insomma, praticamente tutti i campi dello scibile umano.
Non da meno di Herrada è Eloisa, che noi conosciamo soprattutto per la sua sfortunata storia d’amore con il suo maestro Abelardo; è egli stesso, d’altronde, a definirla “prima per la profonda conoscenza delle lettere”, e infatti vediamo trapelare dalle parole di lei una grande padronanza della cultura classica, della filosofia e della letteratura. Una volta badessa del Paracleto, il monastero fondato da Abelardo, la ritroviamo mentre chiede al suo antico maestro e sposo di redigere una regola per lei e le sue monache; in essa, Abelardo mette l’accento in particolare sull’importanza dello studio, esige che le monache del Paracleto debbano conoscere il latino, il greco e l’ebraico, e aggiunge significativamente «Voi avete la possibilità di istruirvi senza lunghi viaggi e senza grande spesa […], poiché, come ho detto, avete una madre che possiede sufficientemente questa disciplina».
Non è solo tra le mura di un monastero, però, che possiamo trovare delle magistrae: le lettere di Roberto di Sorbon, il predicatore di corte del re di Francia Luigi IX alla metà del XIII secolo, nonché fondatore del collegio dove avrà poi sede l’Università di Parigi, rivelano i suoi stretti contatti con l’ambiente delle beghine, prima di Cambrai e poi di Parigi, e la grande stima che nutre per loro. La parola “beghina”, nel Medioevo non ha niente di dispregiativo: le beghine, così come i begardi, sono semplicemente laici e laiche consacrati, con voto privato, senza entrare in monastero, che vivono in casa propria, oppure in piccole comunità apposite, dedicandosi alla preghiera, al lavoro e all’assistenza di poveri e infermi. E anche alla cultura, tanto da frequentare le botteghe librarie che ruotano attorno all’Università di Parigi per acquistare testi che poi copiano e diffondono. Lo stesso Roberto di Sorbon confessa di esser stato messo in difficoltà durante una predica a Cambrai da un’osservazione della magistra delle beghine locali, e pare che Raoul de Chateauroux, tra i primi membri del collegio della Sorbona, apprezzi molto l’eloquenza della magistra delle beghine di Parigi, Agnés d’Orchies, se frequenta spesso le sue prediche e prende appunti.
Il termine magistra, tuttavia, può anche indicare, molto più semplicemente, maestre di scuola o istitutrici, come quella tale Beatrice, magistra di Arenbourge, contessa d’Angiò, che compare in un documento del XII secolo, insegnante privata della contessa. A volte gli appellativi scendono più nel particolare: è il caso di un documento di XI secolo proveniente dall’archivio della cattedrale di Vic, in Catalogna, che nomina una Guisla grammatica, e un’altra gramatika non meglio identificata, cui viene aggiunto, però, il significativo titolo di domna, “signora”; potrebbe trattarsi di due “grammatiche”, cioè insegnanti di grammatica e letteratura latina (e forse anche greca) in scuole gestite da privati, anche da donne, e forse la domna gramatika è una di questi.
D’altronde, il concetto medievale di “scuola” è molto diverso dal nostro, non occorrono strutture, né rigide organizzazioni: un uomo o una donna particolarmente bravo ad insegnare qualcosa e che raccoglie attorno a sé un gruppo di discepoli costituisce già una scuola; perfino con l’affermarsi delle università, fino al XV secolo, i maestri (almeno quelli laici) insegnano in casa propria. Nelle Chronica Majora, il cronachista Matteo Paris, all’inizio del XIII secolo, parlando di un grande filosofo della natura suo contemporaneo, Giovanni di Basingstoke, il quale aveva studiato per un periodo in Grecia, specifica che questi dovesse tutto ciò che sapeva a una donna, tale Costantina, figlia del metropolita ortodosso di Atene, la quale era stata la sua magistra (il testo lo dice espressamente). Questa Costantina aveva solo diciannove anni ed era già esperta nelle sette arti liberali, nello specifico era matematica e astronoma; e Giovanni di Basingstoke non lo nasconde affatto, anzi, la cita sempre nelle sue lezioni soprannominandola affettuosamente “seconda Caterina”, cioè l’assimila a Santa Caterina d’Alessandria, l’emblema della sapienza femminile.
Nel Basso Medioevo, l’appellativo fregia anche le donne esperte nell’arte della medicina: così alla medica salernitana Trotta (detta Trotula), collocata di solito nell’XI secolo, le cui opere di ginecologia attribuitele faranno scuola fino a Rinascimento inoltrato, viene dato l’appellativo di magistra, anche se mitigato da quel quasi, che potrebbe anche esser frutto dell’interpolazione di un copista. Nessuna attenuazione, invece, per Magistre Hersende Physica, colei che un documento datato 1250 e locato a San Giovanni d’Acri, ci rivela esser stata medica personale (almeno durante la Crociata) del re di Francia Luigi IX.

Astronoma - miniatura dalla

Astronoma – miniatura dalla “Genesi di Vienna”, Siria, VI sec. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Autorità femminili
Caterina d’Alessandria non è dunque soltanto una santa sapiente, ma una santa magistra, una donna dalla quale c’è da imparare.
E non è la sola: le auctoritates, i grandi maestri dell’Antichità, cui gli autori medievali fanno riferimento si declinano anche al femminile, soprattutto nel campo della filosofia della natura. Donne che per noi sono quasi spesso soltanto dei nomi, e sulla cui esistenza e identità oggi si trascinano accesi dibattiti, ma alle quali gli uomini del Medioevo non hanno nessuna difficoltà ad attribuire trattati, invenzioni e aforismi. La stessa figura di Trotula non sarà mai messa in discussione, anzi sarà citata come autorità da medici del calibro di Pietro Ispano (papa Giovanni XXI), fino al XVI secolo.
Uno dei fondatori dell’alchimia, quella particolare branca della filosofia della natura che mira al dominio dell’uomo sulla materia, è riconosciuta in Maria l’Ebrea (anche detta Maria la Profetessa), una filosofa della quale troviamo traccia grazie a Zosimo di Panopoli, filosofo della natura vissuto nell’Egitto del IV secolo, che la chiama con rispetto (ancora una volta) magistra. A lei è attribuita l’invenzione di quella tecnica di cottura a doppio bollitore chiamata proprio in suo onore Balneum Mariae (“bagnomaria”) citato senza pudore anche da uno dei più grandi cervelli del XIV secolo, Arnaldo da Villanova, nonché la creazione di due tipi di alambicco, il kerotàkis e il trìbikos. Non solo: a Maria vengono attribuiti alcuni aforismi e concetti che avranno molta influenza sul pensiero di filosofia naturale dei secoli successivi, primo fra tutti, appunto, il cosiddetto “assioma di Maria”, anche detto “assioma della quaternità”:

L’Uno diventa Due, e i Due Tre, e per mezzo del Terzo il Quarto compie l’Unità.

L’adozione del quattro, appunto, come il numero del cosmo, il numero in cui è racchiuso tutto l’universo, concetto che ritroveremo finanche nel Paradiso di Dante.
Lo stesso dicasi per un’altra filosofa forse contemporanea a Maria, Cleopatra (spesso confusa con l’omonima regina d’Egitto), alla quale è attribuito un trattato chiamato Chrysopoéia (“Fabbricazione dell’oro”) di grande successo durante tutto il Medioevo. Come per un’altra Cleopatra, ritenuta autrice di un compendio di ginecologia, Gynaecia, del quale circolano manoscritti già dall’VIII secolo.

Trovatore e dama che danza - Medaglione in rame e smalto di Limoges, 1240-60 - New York, Metropolitan Museum

Trovatore e dama che danza – Medaglione in rame e smalto di Limoges, 1240-60 – New York, Metropolitan Museum

Mecenati, trovatori e trovatrici
Le donne, dunque, sono anche creatrici e inventrici, e questa loro prerogativa è conosciuta e rispettata dagli uomini. Spesso, anzi, soprattutto nell’Alto Medioevo, all’interno dell’aristocrazia laica sono più le donne che gli uomini ad aver ricevuto un’educazione letteraria di un certo livello, essendo l’educazione maschile prevalentemente militare.
Ad un certo punto, però, saranno capaci di dare il proprio contributo ad un’epocale svolta culturale, quella del XII secolo; un secolo in cui, soprattutto in Francia, vediamo donne a capo di territori, signori feudali a tutti gli effetti, con alle loro dipendenze vassalli e cavalieri che giurano fedeltà nelle loro mani, che presenziano quando esse “tengono corte”, ovvero presiedono un tribunale per giudicare le controversie; donne come Adele di Normandia (figlia di Guglielmo il Conquistatore), come Ermengarda di Narbonne, Stefania de Les Baux, Beatrice di Maguio. È anche grazie a questa presenza femminile nella classe dirigente feudale che la società del loro tempo si raffina e diventa un po’ meno brutale; i castelli si trasformano in centri di cultura, nei quali vengono accolti intellettuali e poeti. Anzi, spesso è proprio la castellana, la domna, la dama, la “signora”, a presiedere i circoli poetici, ed è dunque naturale che i poeti guardino a lei come “il signore” e a lei dedichino le loro liriche. Basta leggere, ad esempio, i versi in latino quasi estatici che l’abate Baudri de Bourgueil dedica ad Adele di Normandia, sua protettrice, come le liriche appassionate di Pietro Rogiers per la viscontessa Ermengarda di Narbonne, alla cui corte soggiorna per molto tempo.
Nasce così il fin’amor, un tipo di amore completamente nuovo, in cui non è più la donna a spasimare e a languire nell’attesa dell’amato come nelle chansons de toile o nelle aubes del secolo precedente, ma in cui è l’amante a dover umiliarsi innanzi all’amata. I trovatori celebrano il piacere, il buon vino, il sole, la bellezza, e soprattutto la donna, con toni di volta in volta delicati o sensuali, briosi o dolenti. Non mancano descrizioni molto dettagliate di amplessi (spesso adulterini) desiderati o consumati, ma non ci si accontenta di questo: l’amante deve meritare l’amore della donna, deve diventare degno di lei, assoggettandosi al “servizio d’amore” che gli impone una crescita senza fine. La dama è il “signore” del trovatore, a lei deve fedeltà assoluta, in cambio di null’altro che di amore.
Non si tratta solo di uomini, però: tra i 450 trovatori conosciuti in totale, una buona ventina sono donne. Di queste trovatrici (trobairitz), come d’altronde della maggior parte dei trovatori, non si sa molto. Si tratta quasi sempre di gran signore, quelle stesse dame che proteggono e ispirano i trovatori, e che organizzano le “corti d’amore”, dei giochi di società che riprendono in chiave amorosa le corti di giustizia, dove disputano a suon di versi con i loro “colleghi” uomini, e altre volte presiedono questo tribunale scherzoso in veste di giudici. È il caso di Maria, moglie del visconte Ebolo V di Ventadour (collocata a cavallo tra XII e XIII secolo), della quale abbiamo una tenzone con il trovatore Gui d’Ussel, ma che sappiamo anche aver raccolto intorno a sé e ispirato tanti altri poeti, ed aver detto l’ultima parola nei “giudizi d’amore”. Lo stesso dicasi di Beatrice, contessa di Dia, vissuta nell’ultimo quarto del XII secolo, cui sono attribuite quattro canzoni e, forse, una tenzone con Raimbaut d’Orange; versi traboccanti di sensualità e schiettezza, e che insieme dimostrano una cultura non indifferente.
Un vero e proprio “motore propulsore” del fin’amor e in generale della cultura provenzale, forse il più importante del XII secolo, sarà, però, Eleonora d’Aquitania. Forse non a caso è la nipote del duca Guglielmo IX, riconosciuto da molti come il primo vero trovatore, ma comunque colui che aveva contribuito a fare del fin’amor una vera e propria arte di vivere. Regina prima di Francia e poi d’Inghilterra, ospita nella sua corte di Poitiers trovatori del calibro di Bernardo di Ventadour, ma anche intellettuali come Wace, che le dedica il Roman de Brut e la Cronaca dei Duchi di Normandia, e Benedetto de Saint-Maure, che proprio per lei scrive il Roman de Troie. Una particolarità del mecenatismo di Eleonora d’Aquitania è la sua peculiarità femminile: è sostanzialmente con lei che la Dama farà il suo trionfale ingresso nella società e nella letteratura.
Le figlie seguiranno il suo esempio: Maria, contessa di Champagne, sarà la grande protettrice di Chretien de Troyes, il più noto autore di romanzi cavallereschi mai esistito, e la sua corte di Champagne diverrà uno dei santuari della cortesia; sua sorella Matilde, maritata ad Enrico il Leone, duca di Baviera e di Sassonia, incoraggerà la traduzione in Tedesco della Chanson de Roland.
Insomma, dobbiamo ammetterlo, è anche grazie a Eleonora d’Aquitania che la poesia del fin’amor fa un bel salto di qualità: con lei la poesia dei trovatori, dalle regioni del lemozi (la “lingua d’oc”) si propaga alle terre del roman (la “lingua d’oil”), e s’insinuerà fin nelle grandi epopee guerriere, il regno degli uomini, dando vita ad un nuovo genere letterario: il romanzo cavalleresco. Molti critici, infatti, sono d’accordo nel ritenere che Eleonora un po’ di merito l’abbia avuto nella diffusione della leggenda di Tristano…

Lancillotto in duello con Sir Mados per difendere l'onore di Ginevra - miniatura dal

Lancillotto in duello con Sir Mados per difendere l’onore di Ginevra – miniatura dal “Lancelot du Lac” di Chrétien de Troyes, Francia, 1300-1335.

Maria di Francia e l’amore del cavaliere

Bell’amica, così è di noi:
né voi senza di me, né io senza di voi.

Queste sono le parole che la regina Isotta, moglie del re Marco di Cornovaglia, vede incise sul tronco di un nocciolo, dal coltello del suo amato Tristano, costretto all’esilio: loro sono come il caprifoglio e il nocciolo, possono vivere finché sono avvinti l’uno all’altro, ma se li si separa, muoiono entrambi. Questi versi fanno parte, appunto del Lai du Chèvrefeuille, la Storia del Caprifoglio, uno dei dodici Lais scritti da Maria di Francia. Di lei non sappiamo che il nome, che lei stessa ha lasciato in un’altra sua opera, le Favole:

Maria ho nome, e son di Francia.

Ancora oggi gli studiosi cercano di allegare un volto e una storia a questo nome: particolarmente affascinante è l’ipotesi della filologa Carla Rossi, che identifica Maria con la sorella di San Tommaso Becket, badessa del monastero di Barking, dov’era entrata da vedova e dove era stata sepolta. Oltre ai Lais e alle Favole, le sono attribuiti il poema Il Purgatorio di san Patrizio e una Vita di Santa Eteldreda (Audrey).
Maria di Francia è senza dubbio una degli autori più interessanti del Medioevo, soprattutto per i suoi Lais, ispirati alla tradizione celtica adattata al mondo cortese del XII secolo, il che suppone una vasta cultura, dato che vi troviamo reminiscenze da Ovidio, dal Roman d’Eneas o dai poemi di Wace.
Forse possiamo dire che è proprio con Maria di Francia, oltre che con Chrétien de Troyes, che la cortesia diventa parte integrante dell’etica cavalleresca, e la dama assume un ruolo di primo piano anche in questo campo: nel Lai de Yonec di Maria, come nel Lancelot du Lac di Chrétien, è la donna il motore della vicenda, la detentrice dell’amore, causa scatenante e insieme premio delle gesta che sono la vita stessa del cavaliere. È con le armi, dunque, che il cavaliere prova la fedeltà alla sua signora, assoggettandosi al “servizio d’amore” ed esaltando così l’amata attraverso il valore dimostrato combattendo per lei.
Non solo, la dama è colei che educa l’amante alla cortesia, colei che ingentilisce l’innata brutalità del guerriero: l’iniziazione alla cavalleria del giovane Parsifal del romanzo di Chrétien de Troyes non sarebbe completa senza la damigella Biancofiore, che affina le spinte erotiche non controllate di un ragazzo selvaggio e mette «la chiave dell’amore nella serratura del suo cuore». Allo stesso modo, il Lanval di Maria di Francia imparerà il valore del segreto d’amore impostogli dalla sua amata solo quando, ormai spezzato il giuramento, avrà il perdono di lei.

Lezione universitaria_De Inventione

Lezione universitaria – miniatura dal De Inventione di Cicerone, XIII sec.

Un mondo senza donne: l’Università.
Curiosamente, Caterina d’Alessandria è, fin dall’inizio, la patrona dei maestri e degli studenti universitari. Un mondo in cui la donna non può mettere piede, un mondo imbevuto di cultura classica e di diritto romano, mondo misoginista per eccellenza.
In origine, l’Università è una semplice corporazione di maestri o di studenti. Ma, nel 1215, avviene una svolta: l’Università di Parigi, a forza di proteste e contestazioni, anche violente, riesce ad estorcere al re di Francia Filippo Augusto l’assoluta indipendenza giuridica ed intellettuale, in particolare nei confronti dell’autorità episcopale. L’Università di Parigi arriva così a godere di un’autonomia culturale, civile e giudiziaria pressoché totale, tanto che, in caso di reato, i suoi membri possono essere giudicati solo da un tribunale interno all’Università.
Le Università, quella di Parigi in particolare, derivano direttamente dalle scuole cattedrali, frequentate esclusivamente da chierici, e dunque da uomini: c’è da dire, comunque, che anche gli ordini mendicanti non sono graditi, almeno agli inizi, perfino un genio come Tommaso d’Aquino ha dovuto sudare sette camicie per avere la cattedra.
In seguito, però, l’Università di Parigi, dopo aver preso il dito, prenderà tutto il braccio, arrogandosi il diritto di essere la sola ed unica depositaria del sapere, e, di conseguenza, le donne finiscono per esserne escluse. A cominciare dalla medicina: sono in tutto una quindicina le donne che l’Università di Parigi all’inizio del XIV secolo trascina in tribunale perché è riuscita ad ottenere che solo chi abbia la laurea in medicina (e le donne non possono averla) debba essere autorizzato a fregiarsi del titolo di medico; guardacaso, proprio nel periodo in cui un editto del re Filippo il Bello (1314) esclude le donne dalla successione al trono. L’Università innesca un vero e proprio cambiamento di mentalità, e diffonde l’idea che l’istruzione debba essere privilegio dell’uomo.
Più o meno nello stesso periodo, nel 1298, la bolla Periculoso di Bonifacio VIII stabilisce la clausura stretta e assoluta per tutti gli ordini religiosi femminili, dando un colpo non indifferente al ruolo dei monasteri femminili come luoghi di trasmissione del sapere, e spingendo a guardare con occhio sospettoso le beghine, consacrate che rifiutano la vita di clausura, e più soggette a cadere sotto l’accusa di eresia. È il caso di Margherita Porete, arsa viva a Parigi nel 1310 in quanto creduta adepta del movimento ereticale del Libero Spirito, dalle tendenze panteiste: sentenza, bisogna dirlo, molto controversa già tra i suoi contemporanei, e che vede coinvolti in difesa della dotta beghina intellettuali del calibro di Giovanni Duns Scoto. Di lei ci resta una vera e propria opera dottrinale, lo Specchio delle anime semplici, recentemente rivalutata anche dai teologi.
Quello dell’esclusione delle donne dal mondo della cultura resta comunque un processo molto lento, che si compirà solo nel XV secolo: nel XIII secolo, vediamo nobildonne istruite desiderose perfino di aiutare l’Università, come quella Jeanne de Châtel che mette a disposizione una “borsa di studio” per i giovani di Saint-Jean des Vignes che vogliono studiare a Parigi.
Le stesse donne del ceto mercantile in molti casi sanno leggere, scrivere e far di conto, proprio per essere in grado di gestire gli affari di famiglia insieme ai mariti o in loro assenza: ad esempio, sappiamo che all’inizio del XIII secolo Santa Beatrice di Nazareth, figlia del mercante belga Bartolomeo di Tirlemont, durante l’infanzia studiò il Latino, prima di decidere di unirsi alle beghine di Léau, il che le permise di compilare un’intera autobiografia in Latino, oltre ad un trattato mistico in Fiammingo, Le sette maniere di amare santamente.
Per non parlare del bel gruppetto di donne docenti all’Università di Bologna, corporazione di studenti, dunque popolata in buona parte da laici e dove mogli e figlie di maestri hanno modo di insinuarsi. Di una soprattutto abbiamo memoria particolarmente viva: Novella d’Andrea, vissuta nella seconda metà del Trecento, figlia del grande maestro di diritto Giovanni d’Andrea, e anche lei professoressa. Pare che questa donna sia così bella da dover insegnare nascosta dietro una tenda per non turbare i suoi studenti. A raccontare quest’aneddoto (non si sa fino a che punto veritiero) è, nel XV secolo, una letterata italiana naturalizzata francese: Christine de Pizan.

Christine de Pizan allo scrittoio - miniatura dalla Raccolta delle sue opere (1407).

Christine de Pizan allo scrittoio – miniatura dalla Raccolta delle sue opere (1407).

Christine e la Città delle Dame
E pensare che l’Italia l’ha appena intravista, Christine, essendo arrivata a Parigi all’età di quattro anni, al seguito di suo padre Tommaso, medico e astronomo-astrologo alla corte del re di Francia Carlo V. Nel 1389, dopo appena dieci anni di matrimonio, suo marito Etienne de Castel muore, lasciandola, a venticinque anni, con tre figli da crescere, più sua madre e una nipote. Trovatasi letteralmente sul lastrico, Christine non si perde comunque d’animo e decide di rimboccarsi le maniche sfruttando quello che sa fare meglio: scrivere.
Le sue poesie e le sue ballate la rendono in breve famosa nelle varie corti di Francia, e Christine raggiunge una posizione abbastanza solida: tanto da osare attaccare l’onnipotente Università. Con l’appoggio del cancelliere Jean Gerson, grande intellettuale e teologo considerato tra i fondatori della devozione moderna, getta il guanto della sfida facendo letteralmente a pezzi l’opera letteraria più osannata dall’Università di Parigi, il Roman de la Rose di Jean de Meung, denunciando tutto il disprezzo per la donna e la completa scomparsa dell’etica cavalleresca nascosti sotto gli orpelli poetici. Scoppia un bel putiferio che durerà tre anni, della quale noi abbiamo testimonianza attraverso i botta-e-risposta a suon di lettere tra Christine e i maestri dell’Università, poi raccolti nel Debat sur le Roman de la Rose. La disputa non ha un vincitore, ma permette a Christine di entrare perfino alla corte della regina di Francia, Isabella di Baviera.
La delicatezza delle ballate, così, viene abbandonata in favore opere in prosa ben più impegnative. Prima di tutto, Christine si pone come paladina delle virtù femminili, contro il misoginismo di maniera dell’Università e quello pratico della borghesia mercantile, attraverso il suo libro forse più famoso, La Città delle Dame, una “galleria di ritratti” di donne illustri (Caterina d’Alessandria compresa) volta a dimostrare di cosa le donne possano esser capaci, e l’ Epistre d’Othea a Hector, una raccolta di cento exempla tratti dalla mitologia, della quale tra l’altro cura in parte l’iconografia. Christine vive anche sulla propria pelle il dramma della Guerra dei Cent’Anni, che da più di un secolo sta devastando la Francia, a capo della quale, per giunta, c’è Carlo VI, che ha manifestato segni di un grave squilibrio mentale, dunque inadatto a governare; una guerra in cui non c’è più traccia alcuna di spirito cavalleresco e in cui l’indiscusso protagonista è il mercenario. Si fa così portavoce del popolo che implora pace, dedicando al duca di Borgogna Filippo l’Ardito, reggente di Francia, Il Livre de paix, e il Livre de la mutacion de fortune all’erede al trono Luigi di Valois. È ormai a tutti gli effetti “intellettuale di corte”, e in questa veste scrive un’opera storica, il Livre des fais et bonnes meurs du sage roy Charles V, che ha l’intenzione dichiarata di innalzare ad esempio il buon governo di Carlo V, il grande protettore di suo padre.
Nel 1418, quando gli Inglesi prendono Parigi e la sorte della Francia sembra ormai segnata, si rifugia nel priorato domenicano di Poissy, dove aveva già preso il velo la figlia Marie. Un evento in particolare, però, le farà prendere un’ultima volta la penna in mano, un miracolo che ha un nome e un cognome: Giovanna d’Arco. A lei Christine dedica il Ditié de Jehanne d’Arc, scritto nel 1429, cantando questa pastorella lorenese che sembra incarnare le due figure per cui si è battuta per tutta la vita, la dama e il cavaliere.
I libri di Christine de Pizan sono dei veri e propri “bestsellers”, hanno un pubblico numeroso, soprattutto tra le donne dell’alta società: e non sono semplicissimi da leggere, per i continui riferimenti mitologici, e comunque alla letteratura dell’Antichità, che contengono. La qual cosa fa ipotizzare che le contemporanee di Christine (almeno quelle di nobile famiglia) potessero ancora acquisire una certa cultura: ipotesi confermata, d’altronde, se andiamo a dare uno sguardo direttamente alle loro biblioteche.

Libro d'ore femminile - Valencia, 1460 - Amsterdam, collezione privata.

Libro d’ore femminile – Valencia, 1460 – Amsterdam, collezione privata.

Libri da donne
Inventari e testamenti costituiscono fonti preziosissime, spaccati di vita quotidiana e spie su tante piccole cose, cultura compresa. I libri sono oggetti preziosi, e che come tali vengono lasciati ed ereditati per testamento, anche da donne, e fin dall’Alto Medioevo: ad esempio, in pieno IX secolo, il governatore della Marca orientale e genero di Ludovico il Germanico, Sant’Everardo del Friuli, divide la sua biblioteca personale, che comprende anche testi di legge, fra tutti i suoi figli, maschi e femmine.
Due studiosi francesi, Bertrand Schnerb e Jacques Paviot, hanno esaminato i libri contenuti nei testamenti di due nobildonne della metà del XV secolo, Margherita de Becourt e Giovanna de Chalon, permettendoci così di farci un’idea del livello di cultura delle contemporanee di Christine de Pizan appartenenti alla media e grande nobiltà francese.
Margherita de Becourt, signora di Santes, dama ben inserita nella corte di Borgogna, possiede ventiquattro manoscritti, non pochi per una biblioteca privata se si considera il costo medio di un libro interamente realizzato a mano. Questa biblioteca è composta da due libri di preghiera ad uso dei laici, otto trattati di devozione o di morale, tre testi dell’Antichità classica, cinque opere didascaliche tra cronache e trattati sul buon governo, e soltanto tre romanzi: il Lancelot du Lac di Chrétien de Troyes, il Roman de la Rose di Jean de Meung (immancabile in qualsiasi biblioteca) e, guardacaso, proprio La Cité des Dames di Christine de Pisan. Certo, può anche darsi che la maggior parte di questi libri siano semplicemente appartenuti al già defunto marito di Margherita, Ugo de Lannoy, consigliere e ciambellano del duca di Borgogna, ma la presenza del libro di Christine de Pizan suggerisce che anche la signora non scherzi in fatto di cultura.
Dal canto suo, Giovanna di Chalon, contessa di Tonnerre, sembra possedere esattamente la biblioteca-tipo di una nobile famiglia della Francia del XV secolo. Anche qui troviamo libri di preghiere, tra cui una Bibbia in francese, cronache o poemi dedicati all’Antichità come la Histoire Ancienne jusqu’’a César, trattati educativi, due “descrizioni del mondo” (La Mappemonde di Pierre de Beauvais di XIII secolo e i Viaggi, immaginari, di Jehan de Mandeville, di XIV secolo), e naturalmente, il Roman de la Rose.
Nella biblioteca della contessa di Tonnerre, come in quella della signora de Saintes, notiamo una netta prevalenza dei testi in Francese rispetto a quelli in Latino, il che rivela una minore accesso delle donne rispetto al passato a quella che è considerata la lingua per eccellenza dei dotti; questo non vuol dire, però, mancanza di cultura, visto il livello dei testi in volgare che entrambe le raccolte includono. Possiamo dedurre, inoltre, che le nobildonne del Quattrocento abbiano un debole per i romanzi e i racconti di viaggi, e, soprattutto, una spiccata predilezione per libri di preghiere e testi devozionali.
Sappiamo, d’altronde, che Giovanna di Chalon ha creato un circolo di intellettuali, consacrati per la maggior parte, con cui ama discutere di teologia e spiritualità; il che presuppone un minimo di preparazione filosofica e teologica di base, nonché di retorica e dialettica. Le stesse conoscenze per le quali era celebrata Caterina d’Alessandria…

Bibliografia
Alcuin Blamires, The Case for Women in Medieval Culture, Oxford University Press, 1998;
Patricia Ranft, Women in Western intellectual culture, 600-1500, New York, Palgrave Macmillan, 2002;
Joan M. Ferrante, To the glory of her sex: women’s roles in the composition of medieval texts, Indiana University Press, 1997;
Au cloître et dans le monde: femmes, hommes et sociétés, IXe-XVe siècle: mélanges en l’honneur de Paulette L’Hermite-Leclercq, a cura di Patrick Henriet e Anne-Marie Legras, Parigi, Presses de l’Université de Paris-Sorbonne, 2000.
Zimmermann, Écrire et lire en Catalogne (IXe-XIIIe siècles), Madrid, Casa de Velázquez 2003, 2 voll;
Myrrha Lot-Borodine, De l’amour profane à l’amour sacré: études de psychologie sentimentale au Moyen Age, Parigi, Librairie Nizet, 1979;
Régine Pérnoud, La donna al tempo delle cattedrali, Milano, Rizzoli, 1980;
Id., Storia di una scrittrice medievale: Cristina da Pizzano, Milano, Jaca Book, 1996;
Id., Eloisa e Abelardo, Milano, Jaca Book, 1984;
Amy Livingstone, Women Latin poets: language, gender, and authority, from antiquity to the eighteenth century, Oxford University Press, 2005;
Fredric L. Cheyette, Women, Poets and Politics in Occitania, in “Aristocratic Women in Medieval France”, a cura di Theodore Evergates, University of Pennsylvania Press, 2010, pp 138-177;
Erika Maderna, Medichesse. La vocazione femminile alla cura, Sansepolcro (AR), Aboca, 2014;
Helen Conrad-O’Briain, Were Women Able to Read and Write in the Middle Ages? in Misconceptions about Middle Ages, a cura di Stephen Harris e Bryon L. Grigsby, Oxford, Routledge, 2010, pp. 236-239.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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4 risposte a Figlie di Caterina: la Sapienza al femminile

  1. guido ha detto:

    Buongiorno a lei, pure io nutro tale passione…sto cercando di scrivere un racconto…ricordare la sua vita, quella di Pagano della Torre…il primo signore di Milano nel XIII secolo…ancora oggi tra di noi ci stanno i discendenti di questo illustre.
    Questo per me rimane comunque un hobby.

    • Mercuriade ha detto:

      Sinceramente non conosco il personaggio. Se si tratta di Medioevo lombardo, le consiglierei di contattare l’Associazione Culturale Italia Medievale, che ha sede a Milano. Sicuramente ne sapranno molto più di me.

  2. giancarla63 ha detto:

    I tuoi non non affatto articoli di blog…. sono trattati di storia, interessanti, affascinanti e soprattutto fatti con amore.

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