Donne responsabili e libere

di Ivan Gobry
Docente di Storia Medievale all’Università di Reims per 27 anni, è stato membro del consiglio scientifico dell’Université de la Citoyenneté (Consiglio Europeo), professore emerito all’Institut Catholique di Parigi. Autore di numerose opere di Storia Medievale, è considerato uno dei maggiori esperti di San Francesco d’Assisi.

Carovana della Regina di Saba - dall'Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg (XII secolo)

Carovana della Regina di Saba – dall’Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg (XII secolo)

Associate al potere, donne in carriera o donne erudite, esse non sono confinate al semplice ruolo di genitrice. Uno status ben più invidiabile di quel che diverrà nei secoli seguenti.

La donna riceve, dall’infanzia, un’educazione morale, pratica e, nella nobiltà e nella borghesia, intellettuale, destinata a farle ricoprire nella società il ruolo al quale è destinata. Questo ruolo è prima di tutto quello di collaboratrice di suo marito, che sia il lavoro dei campi, l`impresa artigianale o commerciale o il governo di un feudo. È poi quello di capofamiglia quando diviene vedova; si contano in effetti più vedove che vedovi, soprattutto nella classe aristocratica dove l’uomo, un po’ per il semplice gusto di combattere, un po’ per obbligo di servizio verso il suo signore, ha numerose probabilità di essere ucciso e di lasciare il patrimonio a dei bambini. I nobili non sono i soli a morire in combattimento; a partire dall’XI secolo, i comuni creano delle milizie che hanno molte occasioni di misurarsi con gli uomini del signore. In Italia, d’altronde, sono soltanto queste milizie a costituire gli eserciti, che non cessano di affrontarsi per la supremazia politica e commerciale. Nel XV secolo, i cittadini di Gand e di Liegi conducono delle vere e proprie guerre contro i conti di Fiandra. Una volta vedova, la moglie amministra i beni durante tutta la minore età degli eredi, a meno che non sudi sette camicie per raccogliere il denaro necessario a pagare il riscatto per un marito prigioniero in Inghilterra o in Palestina.

La donna gode di una grande libertà. Libertà di linguaggio, come si vede nelle novelle in cui essa insulta il marito, lo minaccia e si prende gioco di lui. Libertà di movimento, grazie alla quale esce fuori dal suo territorio, che sia in occasione di viaggi di famiglia o di pellegrinaggi: Ortolana, madre di Santa Chiara d’Assisi, se ne va, incinta, in pellegrinaggio nella Gerusalemme occupata dai Turchi, e Isabella, madre di Giovanna d’Arco, è soprannominata Romée perché ha attraversato le Alpi per andare a pregare sulle tombe degli apostoli. D’altronde, Giovanna d’Arco stessa, quando decide di obbedire alle sue voci, va di sua propria volontà, a diciassette anni, a cercare Baudricourt, prima di andare a cercare il re.
Quando la corona va a finire nelle mani di un bambino, sua madre, ricoprendo il ruolo di reggente, sa governare il regno spesso meglio di un principe di sangue, perché tiene a salvaguardare gli interessi e i privilegi dei suoi figli. Essa può allora mostrare un’energia che fa indietreggiare gli uomini più decisi. Bianca di Castiglia marcia personalmente contro i feudatari ribelli, li cinge d’assedio a Bellême in pieno inverno e li fa capitolare. Anna di Beaujeu, scelta da suo padre Luigi XI come reggente durante la minore età di Carlo VIII, manda un’armata contro gli alleati che contestano la sua autorità e, una volta sconfitti, ne fa giustiziare i capi, eccetto il duca d`Orleans, che trattiene per due anni in prigione. Si vedono anche sovrane ereditare un trono e governare con saggezza ed energia. La contessa Matilde, che governa la Toscana e l’Emilia per mezzo secolo (1076-1125), si erge a protettrice della Santa Sede. Preferendo esercitare il potere da sola, rimane vergine, pur sposando rispettivamente, per ragioni politiche, Goffredo il Gobbo duca di Lorena, e Guelfo V duca di Baviera. Essa combatte l’imperatore Enrico IV, che fa inginocchiare davanti a Gregorio VII a Canossa, e dota i suoi territori di castelli, di chiese e di ponti. Giovanna I, regina di Napoli nel XIV secolo per quasi quarant’anni, è la sua antitesi. Spende la stessa intelligenza e la stessa energia per soddisfare i propri capricci e i propri rancori. Sposata quattro volte, rispettivamente ad Andrea d’Ungheria, che fa assassinare per sposare il suo amante Luigi di Taranto, poi a Giacomo d’Aragona e infine a Ottone di Brunswick, riesce a conservare il suo regno affidandolo alle armi dei favoriti e dei condottieri.
La Francia, al contrario, non ha regine regnanti. È principalmente a causa della continuità maschile delle dinastie: fino al XIV secolo, i re hanno sempre un figlio per assicurare la propria successione, così che il problema non si pone. È in seguito all’improvvisa ambizione di Filippo V che, nel 1316, avendo visto morire uno dopo l’altro il suo fratello maggiore, Luigi X, e l’unico figlio di quest’ultimo, Giovanni I, si proclama re egli stesso, invocando una certa “legge salica” che esclude le figlie dal trono. Da ora in poi, la successione dinastica è stata retta da questa fantomatica legge: alla morte di Luigi XII, non è sua figlia Claudia ad essere chiamata a regnare, ma Francesco d’Angoulême, non in quanto marito di Claudia, ma in quanto primo principe di sangue. Ora, Claudia è a tutti i diritti duchessa sovrana di Bretagna. Nei feudi s’ignora il preteso articolo della legge salica. In tutti i grandi feudi, in un momento o in un altro, hanno governato delle donne. Così, dal 1160 al 1261, sette donne si sono succedute a capo della contea di Buglione, che rimane loro personale eredità quale che sia il loro marito. Alla fine, le due contesse congiunte, Maria ed Alice, figlie di Matilde III, vendono la contea al duca di Chabaud. Matilde II, contessa di Nevers, sposata al duca Odo IV di Borgogna, divide morendo i suoi territori fra le sue tre figlie: a Iolanda la contea di Nevers, a Margherita la contea di Tonnerre, ad Alice la contea di Auxerre. Giovanna I, contessa di Champagne e Brie, regina di Navarra, conserva personalmente i suoi feudi e il suo regno, anche se sposata a Filippo il Bello. E li governa effettivamente di persona, visto che risiede abitualmente, non al Louvre insieme al marito, ma alternativamente a Troyes e a Pamplona. Avendo il conte di Bar invaso le sue terre nello Champagne, lei va, all’età di venticinque anni, a combatterlo alla testa delle sue truppe, lo sconfigge, lo cattura, lo getta in prigione, e non gli rende la libertà finché non le fa omaggio della parte occidentale della sua contea. Questa preoccupazione per i propri domini non le impedisce di accompagnare suo marito nella spedizione contro i fiamminghi.
Le eroine non sono soltanto principesse. All’alba stessa del Medioevo, quando Lutezia è assediata dai Franchi, Genoveffa infiamma i Parigini e risale la Senna e l’Aube fino ad Arcis e Troyes, e ne ritorna con una flotta carica di viveri che evita la fame ai suoi contemporanei. Giovanna d’Arco, giovane capo militare, prende otto città in tre mesi, parte all`assalto, è ferita due volte, continua a combattere malgrado il sangue versato, impone la consacrazione del re. Mezzo secolo dopo, un’altra Giovanna suscita entusiasmo. Non si è sicuri del suo vero nome: Fouquet, Fourquet, o Lainé. La si chiama Jeanne Hachette a causa dell’arma che brandisce sui bastioni di Beauvais per respingere gli assalitori borgognoni. D’altronde, non c’è lei da sola. Per riconoscenza, il re Luigi XI accorda alle donne di Beauvais il diritto di precedere persino gli uomini nella processione di sant’Angadrisma, patrona della città.
La libertà della donna trova certo dei limiti quando appartiene ad un gran casato, e di conseguenza deve guardarsi non soltanto dall’adulterio che le farebbe mettere al mondo dei bastardi, ma persino dai sospetti che potrebbero mettere in dubbio la legittimità dell’erede. È così che le mogli di Luigi X l`Attaccabrighe e di Carlo IV il Bello, entrambi figli di Filippo il Bello, accusate di adulterio, saranno condannate alla prigione a vita, mentre i loro presunti amanti saranno sottoposti a un supplizio atroce. Luigi VII, meno severo, si accontenta, dubitando della fedeltà di Eleonora, di ottenere l’annullamento del matrimonio per ripudiarla. Ma i nemici di Carlo VII, partigiani di Enrico V d`Inghilterra, pretenderanno, per negare la sua legittimità, che sua madre Isabella fosse stata infedele. Era vero che aveva delle abitudini compromettenti.
Di rimando, Isabella di Francia, regina d’Inghilterra, sorella di Luigi X e di Carlo IV, approfitta di una situazione tutta particolare della monarchia inglese. Suo marito Edoardo II lascia governare un favorito indegno: non potendo ottenere il suo allontanamento, lei passa in Francia, vi ritrova un cavaliere gallese del quale fa il suo amante, sbarca in Inghilterra con un’armata fornita dal conte d`Olanda, sconfigge suo marito che viene deposto, imprigionato e poi assassinato, mentre il favorito e i suoi partigiani sono sottoposti alla pena capitale. Poi lei fa proclamare re suo figlio, Edoardo III.
Durante tutto il Medioevo, la donna è oggetto di una vera e propria venerazione che esige rispetto e protezione. A partire dal XII secolo, questo sentimento, individualizzandosi, si trasforma in amor cortese, con il quale il cavaliere o il poeta vota alla sua dama un fervore generoso e disinteressato. Sotto quest’influenza, la corte, che è in origine una riunione politica o amministrativa attorno al signore, diviene il luogo in cui i trovatori al Sud e i trovieri al Nord cantano poesie in onore delle grandi dame. Le più attive sono, nel XII secolo, quella di Poitiers, attorno ai duchi d’Aquitania Guglielmo IX e Guglielmo X, e nel XIII secolo quella di Troyes, al seguito del conte Tebaldo IV, detto il Trovatore, perché era poeta egli stesso, poi sotto Enrico il Liberale, grazie alla protezione di sua moglie Maria, figlia di Luigi VII, anche detta Maria di Champagne. Infine, nel XV secolo, quelle di Digione e delle grandi città delle Fiandre grazie all’impulso di Filippo il Buono. Le dame vi tengono corti d’amore.
L’amor cortese ha trovato espressione in due grandi generi letterari: il romanzo e la poesia lirica. Il romanzo cortese è al tempo stesso un romanzo di cavalleria. Perché il cavaliere non soltanto si guarda, in tempo di guerra, dall’uccidere gli innocenti e dal commettere azioni malvagie contro i non belligeranti, ma, in tempo di pace, obbedisce anche a delle virtù sociali che fanno di lui un uomo gradevole. Perciò si ritrova nel romanzo cortese la nobiltà delle passioni. Per la sua dama, il cavaliere attraversa mille pericoli e si sottopone a mille prove. Così, in Chretien de Troyes, il più illustre dei romanzieri medievali, Erec per Enide, Lancillotto per Ginevra, Ivano per Laudine.
Il lai è un romanzo in miniatura, un racconto del meraviglioso, e il più grande autore in materia è una donna, contemporanea di Chretien de Troyes, Maria di Francia, una Normanna vissuta in Inghilterra.
La lirica cortese è abbondante. Cortese, d’altronde, non vuol dire edificante. Come nel romanzo, la passione dell’uomo è spesso rivolta ad altri che alla moglie legittima. Ma è proprio questa lotta tra la passione e il dovere, o ancora il dolore dell’abbandono, a fare di questa poesia una poesia drammatica. Ciononostante, altrettanto spesso, è semplice tenerezza che rivelano versi ritmici e assonanze.
Tale linguaggio è anche quello dei due grandi poeti italiani, che non sono trovatori, ma uomini politici, e che tuttavia coltivano questo amore meraviglioso per tutta la vita. Dante incontra a nove anni la piccola Beatrice che ha la stessa età. Concepisce per lei una tale tenerezza che, anche quando lei sparisce dalla sua vista, ne fa il personaggio centrale delle sue opere più celebri, La Vita Nova e La Divina Commedia. Petrarca vede un giorno, in una chiesa di Avignone, Laura. È sposata e madre di famiglia. S’innamora platonicamente, ma perdutamente tanto da consacrarle i versi più belli della sua opera, portandone ovunque con sé il ricordo.
All’inizio del XV secolo, è una donna, Cristina da Pizzano, a figurare tra i migliori rappresentanti del lirismo in lingua francese. Vedova a venticinque anni, la scrittura le appare come un modo di provvedere ai bisogni della famiglia. Erudita e intellettuale, è soprattutto l’amore fugace che celebra attraverso i suoi scritti, in particolare nelle Ballades du veuvage che compone verso il 1389.
Per non dimenticare le donne saccenti, in senso elogiativo e non molieresco. Due, soprattutto, si distinguono. Nel XII secolo in terra germanica, Herrade di Landsberg, badessa di Mont-Saint-Odile, scrive una gigantesca enciclopedia, l’Hortus Deliciarum. Ildegarda di Bingen, badessa di San Ruperto presso Magonza, dev’essere annoverata non solo tra i più eminenti botanici del Medioevo, ma anche, grazie alla conoscenza delle virtù medicinali delle piante, tra i medici più eccellenti.
È dunque a buon diritto che il Medioevo onora la donna, non solo per il fatto che la sua natura fragile esige protezione, né per la sua bellezza o per il suo fascino, ma per i suoi talenti, i cui esempi senza dubbio insufficienti, ne svelano le ammirevoli abilità.

Per approfondire:
Storia delle Donne in Occidente, vol. 2, il Medioevo, a cura di G. Duby e M. Perrot (Laterza, 2005);
Histoire des Francaises, le combat, t.1, Alain Decaux (Perrin, 1998).

traduzione dal Francese da Historia, n.65, 1 maggio 2000, http://www.historia.fr/content/recherche/article?id=14461

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Donne responsabili e libere

  1. Elena65 ha detto:

    Grazie per questa traduzione bellissima e interessante,per me sopratutto l’accenno fatto dall’autore al fatto che sicuramente le donne del medioevo prendevano in carico da mogli e poi da vedove del alvoro di bottega del marito.
    Cosa che mi fa pensare che veramente qualche isolata immagine di donne fabbro non siano una stranezza storica ma probabilmente una realtà conolidata e necessaria per il proseguo della famiglia medioevale del tempo.
    Garzie

    • mercuriade ha detto:

      O mettevano su un’attività per conto proprio. Ci sono attestazioni in proposito. Il fatto è che il Medioevo non ragionava per persone singole ma per famiglie: non era solo il capofamiglia ad esercitare il mestiere, era tutta la famiglia!

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